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venerdì 24 febbraio 2012

In difesa del significato di "sacrificio" (di Stefano Moracchi)

Alloggia sicuramente negli spiriti di coloro che non si sono arresi al dominio politico d'oltreoceano un disgusto profondo per l'uso corrente del concetto di “sacrificio” in relazione alle manovre puramente economiche imposte agli italiani.
Non è un sacrificio quello richiesto agli italiani da questi traditori dell'interesse nazionale ma pura e semplice sottomissione.
Il sacrificio è ben altra cosa perché appartiene alla sfera “politica” che, ripetiamolo, non appartiene allo Stato italiano in quanto è un puro e semplice esecutore “economico” di politiche altrui.
Da un punto di vista filologico, quindi, il concetto positivo di “sacrificio” diventa negativo, appunto, quando si passa dallo stato di grazia di una popolazione sovrana a quello di disgrazia di una popolazione sottomessa.
Si è disposti al sacrificio per affermare un principio di libertà ma mai per una forma di schiavitù.
Non deve neppure sorprendere la mancata indignazione (quella con “I” maiuscola e non quella dei cervelli spenti, altro esempio di come un concetto si degrada quanto si mortifica lo spirito) generale per un uso così spregiudicato e meschino per togliere agli italiani anche l'ultimo riferimento alla dignità.
Distruggendo, non da oggi, lentamente la dignità di una popolazione, attraverso l'uso spregiudicato del concetto di “civiltà”, si è perduto lo spirito culturale che guida l'azione politica vera e propria.
Abbiamo accettato passivamente lo “scontro di civiltà” perché abilmente occultato il vero obiettivo della distruzione che si voleva realizzare: quello della cultura, ovvero dello spirito fiero che caratterizza una popolazione disposta a sacrificarsi per la propria indipendenza politica, cioè la possibilità di decidere autonomamente le proprie manovre economiche.
La mobilitazione politica non potrà mai esserci se il sentimento spirituale, che sostanzia la forma carnale, è spento.
Per la stessa ragione non vi potrà mai essere una mobilitazione in favore degli altri Stati soggetti ad aggressioni criminali. Chi non è disposto a difendere il proprio Stato come si può solo pensare sia disposto a farlo per gli altri?
Ancora, come si può risvegliare un simile sentimento se non si presta attenzione al carattere strutturalmente antinazionale come quello di uno Stato che affida a privati la gestione della fascia sociale scaturita dal progetto criminale ventennale?
Siamo in presenza di una quantità di forze in tensione non ancora liberate per l'uso totalmente disinvolto nell'affrontare i vari effetti senza prestare attenzione sufficiente alla causa principale.
Siamo ancora totalmente lontani dal mettere in relazione la nostra perdita di sovranità nazionale con ciò che questa perdita ha prodotto a livello di rapporti sociali (di produzione).
In tutto questo discorso il concetto di libertà è un puro cavallo di Troia se non viene messo in relazione al principio che lega il singolo individuo allo Stato, cioè al concetto di sovranità inteso come dovere inderogabile da parte dello Stato nel salvaguardare l'interesse generale e particolare della sua popolazione.
Nel momento stesso in cui uno Stato abdica al suo ruolo di responsabilità verso la sua popolazione significa che il concetto di libertà ha assunto la funzione di liberare lo Stato dal suo dovere principale: la difesa della propria popolazione. Lo Stato è stato venduto e la sua popolazione lasciata alla mercé di bande criminali. Se le cose stanno così, la popolazione non ha più nessun dovere verso lo Stato: “diritti e doveri, libertà e vincolo non sono da separare gli uni dagli altri, che la libertà presuppone l'inserimento in una più ampia totalità e che nel mondo moderno essa ha in uno stato forte il presupposto di fondo della sua esistenza” R. Rürup.
Per questo, credo, che quando uno Stato chiede sacrifici per la propria sottomissione non sia  propriamente più uno Stato.

giovedì 23 febbraio 2012

Lo spergiuro democratico

Convinzione comune a tutti è che l'Italia non sia la Grecia, anche se non è del tutto peregrino pensare che si stia facendo di tutto per aiutarla a raggiungerla, suffragati dal fatto che siamo oramai in piena recessione.
La Grecia, quindi, con una massa di disoccupati impressionante e con un'occupazione che non riesce per grandi strati sociali a soddisfare in modo dignitoso il loro tenore di vita, non è neppure lontanamente, non diciamo in una fase rivoluzionaria ma neppure pre-rivoluzionaria. Questo a dispetto di coloro che sono soliti armare gli animi giovanili per poi, una volta mandati allo sbaraglio, ritirarsi pavidamente perché capaci di emettere solo comunicati flatulenti. Se si esce dal campo annebbiato dei Futurologi, cioè di coloro che, non potendo adattare il presente alle loro visioni, credono di poterlo fare meglio con il futuro, bisogna stare attenti nel non imbattersi con gli importatori d'armi e d'azioni. Questi personaggi, al contrario dei Futurologi, cercano di adattare la propria realtà con quella degli altri Stati. A volte i due aspetti sono presenti nella stessa persona, altre volte no.
Se le cose stanno in questi termini, e al momento non c'è ragione di pensare il contrario, bisogna chiedersi che cosa impedisce alla Grecia di esplodere e di liberarsi della propria classe dirigente.
Noi pensiamo che la motivazione sia il principio democratico.
Per principio democratico si deve intendere qualcosa di molto diverso da quello comunemente fatto studiare nelle inutili aule universitarie (spiegato molto meglio nei telegiornali nazionali).
Il principio democratico è quel principio che afferma come inderogabile l'alleanza con la potenza dominante.
Lo stesso principio che guidò il PCI di Togliatti prima e di Berlinguer dopo.
Questo principio democratico è insito in tutti i soggetti politici istituzionali e soprattutto in quelli para-istituzionali, cioè partiti e movimenti che una volta si chiamavano extraparlamentari.
Il principio democratico nei partiti istituzionali guida le scelte determinanti determinate dalla potenza dominatrice, mentre in quelli extraparlamentari guida il malcontento e lo riporta sul binario della pacificazione sociale.
Lo stesso principio democratico è presente in tutti i sindacati (tutti!).
Se siamo arrivati a questo punto lo si deve alla piena accettazione di questo principio democratico.
La conferma veloce la si può riscontrare facendo attenzione alle argomentazioni dei partiti istituzionali con quelli extraparlamentari: entrambi pongono l'accento non sull'elemento politico che porta ad una certa scelta economica ma al contrario nell'indicare come cause politiche determinate scelte economiche.
Tutti concordi nell'indicare alla “gente” come cause dei puri e semplici effetti: il potere delle banche, la casta, i guadagni dei parlamentari, la riduzione dei parlamentari, delle auto blu e via cantando.
Tutte cose messe in risalto dagli stessi spergiuri del principio democratico e che, oltretutto, verranno realizzate a furor di “popolo” proprio perché, oltre essere di distrazione di massa, sono pure utili al disegno sociale.
Si sappia che coloro che hanno giurato fedeltà al principio democratico lo hanno fatto non verso l'Italia ma verso gli Usa.
S.M.

mercoledì 22 febbraio 2012

La mia solidarietà a Rinascita

Esprimo la mia personale solidarietà al quotidiano Rinascita e al suo direttore Ugo Gaudenzi per l'attacco censorio da parte del blog “romaebraica” espressione della comunità ebraica.
E' quantomeno grave che si chieda la chiusura di un giornale per essersi sottratto, a differenza di tutti gli altri, alle censure storiche.
Che poi lo si faccia attraverso la motivazione di essere “fascista” e “pro-palestinese” è pressoché significativo.

Stefano Moracchi

Le varie forme che assumono le opposizioni di regime (di Stefano Moracchi)

Tutto procede secondo i piani poiché non si tratta di un fenomeno nuovo ma perfettamente moderno, tecnicamente razionale e scientifico, strutturalmente industriale che, per realizzarsi, ha bisogno della controparte che agisca all'interno delle sue stesse dinamiche affinché possa uscirne veramente sconfitta.
Siccome siamo in presenza di figure sindacali e politiche istituzionali che non faranno mai precipitare il momento, possiamo tranquillamente assistere a manifestazioni di accumulazione meccanica ripetitive e quantitativamente inutili.
Anche l'espressione temporale delle iniziative messe in campo è in linea con quella del governo mentre contrasta totalmente con quella dell'esclusione sociale strutturalmente eterogenea, qualitativamente differenziata e discontinua, la quale non può sopravvivere in un tempo vuoto ma riempito con schegge di iniziative sparse e coordinate fra loro nell'attualità del momento.
Stesso vuoto facilmente riscontrabile negli spazi della vita quotidiana completamente assorbito da quello interattivo capace di riprodurlo efficacemente.
L'esclusione sociale si può programmare e realizzare soltanto se coloro che saranno esclusi sono già stati preparati culturalmente ad esserlo.
Bisogna comunque chiarire che l'esclusione sociale non è automaticamente politica. Affinché l'esclusione sociale possa diventare esclusione politica ci deve essere un lavoro incessante in questo senso. Siccome non è neppure cominciato e pensato questo tipo di lavoro, dobbiamo parlare di tempi morti.
Da quando il comunismo storico è imploso in maniera tragica e ridicola allo stesso tempo, sostituito con partiti ridicoli privi del senso del tragico, siamo diventati tutti cinesi, russi, cubani venezuelani, nordcoreani ma mai italiani. Un'esterofilia funzionale al dominio e alla sottomissione che è riuscita a colmare il vuoto politico dell'esclusione sociale attraverso il patetico “caso umano” italiota.
In questo vuoto politico si sono moltiplicati i casi di profetismo messianico, un fenomeno abnorme di metafisica-materialistica, tutto centrato sulla resurrezione dei morti dove l'avvento non avviene in un aldilà ma nel tempo a venire sempre spostato su un orizzonte meta-storico infarcito di positivismo de-classato, cioè privo di formazione sociale di riferimento.
Questa sfiducia, figlia di un'assenza teorica, è facilmente riscontrabile negli slogan tipo “facciamo come in Grecia, in Egitto, Tunisia”. Oppure, per dare valore al proprio vuoto, sbandierare il partito politico di un altro Stato come “segnale di garanzia”.
Quando non si ha fiducia nei propri ideali, quando questi ideali non trovano le radici nell'espressione sociale scaturita dalla dominazione, quando si pensa di poter trovare altrove forza e coraggio per farla attecchire nel proprio pese, significa che non vi potrà mai essere liberazione ma solo una pura e semplice forma stucchevole di sottomissione camuffata.



martedì 21 febbraio 2012

L'alienazione necessaria

In tempi di aborti politici il consumo dell'esistente è come la corda al collo che si fa più stretta tutte le volte che si cerca di sfuggirvi, rappresenta al tempo stesso il nutrimento e l'avvelenamento: porta alla morte ma senza la anticiperebbe.
Questo è il motivo principale per cui le vittime si rivolgono al proprio carnefice.
Stupirsi per come la maggioranza riesce a rieleggere coloro che li hanno ingannati è da imbecilli.
Come è da imbecilli pretendere di contribuire al cambiamento stando all'interno della logica esistente, cioè consumare la stessa merda e ritenersi puliti per averlo fatto in “maniera critica”.
La Democrazia ha prima plasmato le coscienze riducendole a “malate di democrazia” e poi ha fatto credere loro che il problema fosse la “democrazia malata”. Ecco, allora, i malati di democrazia ritenere che la cura appropriata fosse quella di “più democrazia”, logicamente da importare a prezzi altissimi dagli Usa per poi esportarla a prezzi altrettanto alti verso le “dittature”.
I più comici, proprio perché più solerti, sono stati quelli che in nome della “rivoluzione” hanno appoggiato questo spirito “democratico”.
Adesso che abbiamo assistito alla “caduta del regime libico” e alle conseguenti “manifestazioni democratiche” in nome dell'indignazione di massa al grido incosciente “Noi la crisi non la paghiamo!”, vorremmo anche conoscere lo “stato d'animo democratico” nel pagare la bolletta del gas quasi raddoppiata, fare un pieno di carburante a questi prezzi, vedere gli operai licenziati per non avere più commesse dalla Libia. Ecco, ci piacerebbe sapere anche le conclusioni “democratiche” che stanno alla base della grande strategia “Noi la crisi non la paghiamo”.
Non ci può opporre a questi scellerati meschini incantatori di serpenti con altrettante meschine e vaghe soluzioni generali, se poi queste presunte soluzioni sono all'insegna delle sedute spiritiche, cioè sterili evocazioni di fantasmi del passato. Non saranno i morti a resuscitare i vivi.
Non si possono sostenere le cause contro le guerre criminali se non si sviluppa un'idea adeguata che metta in connessione la stessa logica criminale perseguita nei confronti di quella formazione sociale oggi in ostaggio delle mediazioni criminali rappresentate dalle agenzie del lavoro privato. Logica criminale che dovrebbe riguardare soprattutto chi, oggi, grazie alla politica sindacale, è costretto a stare in difesa del proprio posto di lavoro.
Alienarsi da tutto ciò che aliena. Non preoccuparsi di essere minoranza ma solo di non essere pronti nel sostenere un'idea capace di produrre realtà e difenderla dai trasformisti di opinione.
Solo se ci si aliena da tutto ciò si può vedere con chiarezza l'individuo produttore e creatore di realtà. Fuori definitivamente dai mediocri difensori della democrazia.
Il paradigma di questo spirito di rinnovamento si trova semplicemente in tutto ciò che la Democrazia ha ucciso e reso impossibile.
Superare tutte le mediazioni criminali dei custodi della democrazia per arrivare alla metamorfosi necessaria, facendo esperienza diretta di ciò che ci è stato negato e fatto passare come libertà.
Allora, si vedrà chiaramente la trasformazione di tutta la realtà passata e presente e l'inconsistente scelleratezza delle attuali differenze.
Il disprezzo per questa Democrazia Assoluta deve essere così spinto da non farci esitare nel condannarla come criminale.
In una società così tanto “umanista” da riuscire a gestire, come gregge di pecore pronte prima alla tosatura e poi alla macellazione, la disoccupazione e trarne ricchezza, bisogna essere eretici al fine di non confonderci con queste orde luride,inette e putrescenti.
S.M.


lunedì 20 febbraio 2012

La CGIL ai tempi delle guerre "umanitarie"

La CGIL, schierandosi al fianco di coloro che vorrebbero vedere la Siria “normalizzata”, così come è successo per la Libia di Gheddafi, non solo ha contribuito a preparare l'opinione pubblica verso un intervento criminale ma è in prima fila nella costruzione del nuovo assetto sociale che scaturirà dal nuovo assetto mondiale. Non solo, ha fatto molto di più.
Ha dimostrato come siano strettamente legate le sorti del mondo del lavoro con quelle del nuovo assetto mondiale. Questo è il punto fondamentale.
Rimanere, quindi, in ostaggio della critica, come finora i fatti purtroppo dimostrano, significa avere la giusta consapevolezza del ruolo abominevole di questo sindacato ma anche ammettere di non avere nessuna prospettiva politica di uscita.
La distinzione tra sindacati di regime e quelli di base all'interno del conflitto capitale/lavoro dimostra semplicemente un'impotenza politica dovuta a un ritardo teorico.
Paradossalmente, la CGIL, schierandosi a favore del progetto criminale statunitense ha compreso il livello della posta in gioco, cosa che non è avvenuta per gli altri sindacati.
Se allarghiamo il discorso verso i partiti politici le cose non stanno diversamente.
Abbiamo piccoli accenni a livello locale, segno che qualcosa si muove in tal senso, ma niente di più.
Abbiamo più volte detto che il cosiddetto “precario” non è da considerare come una categoria economica ma come costruzione sociale. Costruzione, ripetiamo, che passa necessariamente attraverso l'abbattimento di tutti quegli Stati che si oppongono all'interesse americano.
Mettere in stretta relazione la costruzione sociale con la costrizione alla sottomissione degli Stati è il primo passo verso la prospettiva politica.
La CGIL l'ha capito e si è schierata dalla parte dei criminali. Gli altri, non schierandosi in difesa degli Stati sovrani criminalizzati, si differenziano dalla CGIL per delle sciocchezze, fattori insignificanti e tutti all'interno di un mondo che non esiste più, fatto di sovranità monetaria all'interno di uno stato nazionale.
Come si può solo immaginare un cambiamento delle “sorti dei lavoratori” se viene completamente ignorato il fattore principale attraverso il quale passa il cambiamento delle strutture sociali, cioè l'abbattimento criminale delle sovranità statali che vi si oppongono?
Certamente, questa consapevolezza, deve passare necessariamente in una diversa concezione del sindacalismo, supplendo di fatto l'assenza di un partito in grado di svolgere una funzione politica di prospettiva.
Se il cosiddetto “mondo del lavoro” è così cieco da non vedere il pericolo rappresentato dalle guerre criminali, se è così stolto da non andare in soccorso della disoccupazione, perlopiù organizzata attraverso le agenzie private del lavoro, allora viene del tutto naturale pensare da chi è gestito e per quale scopo.
Chiaramente, ma è meglio precisare, questo discorso vale anche per coloro che puntano tutto sul contrasto alle guerre imperialistiche ignorando, allo stesso modo, la fascia sociale scaturita dal progetto criminale.
Come si vede bene, tutto si regge sulla formazione sociale di riferimento, senza la quale si finisce per scambiare proteste per movimenti rivoluzionari. È già accaduto per gli indignati, i forconi e continuerà ad accadere ancora.
S.M.












venerdì 17 febbraio 2012

La posta in gioco, ovvero a vent'anni da Mani Pulite (di Stefano Moracchi)

Partendo dal fatto, per nulla scontato, che non stiamo assistendo ad una crisi del capitalismo ma ad una sua trasformazione che vedrà nuove fasi di sviluppo, bisogna prendere seriamente in considerazione i nuovi assetti sociali che si andranno consolidando.
Quando si attraversa una fase completamente nuova, per spirito di sopravvivenza, ci si aggrappa a delle certezze, anche se queste sono destinate ad essere soppresse per essere poi sostituite.
Il compito della politica è,  in una fase di guerra come questa, la distruzione degli assetti sociali e la distruzione degli Stati “canaglia”: le due cose sono strettamente collegate tra loro, essendo parte dello stesso progetto, dovrebbe essere quello di indirizzare tutte le forze verso gli insediamenti criminali su cui il nemico intende sviluppare il progetto in atto. Anche perché, un politico, se non è un politicante (cioè un incantatore di serpenti per proprio tornaconto) sa bene che nelle fasi di transizione il ruolo del vecchio assetto sociale è determinante allo sviluppo del successivo e quindi non verrà intaccato fino a quando non sarà consolidato il nuovo.
Abbiamo più volte detto che questa fase transitoria ha avuto la sua accelerazione con l'avvento del colpo di Stato Mani Pulite, il cui intento era “politico” e non “economico” come, purtroppo, lo interpretò la “sinistra”. Ripetiamo che quando si dice politico si intende uno specifico “potere di fare”, potere che appartiene a quello Stato nazionale in grado di decidere liberamente.
Anche oggi, a distanza di tanto tempo, si continua a ragionare attraverso la falsa distinzione tra il potere del denaro e il potere del territorio, privilegiando la tesi per cui l'economia sovrasta la politica, cadendo in un economicismo funzionale al Sistema, per cui il Nemico sono le banche, la Bce, il Fmi, la cattivona Germania e via dicendo.
Senza lettura politica della condizione economica è del tutto ovvio pensare ad un Unico Capitalismo, alla fine degli Stati nazionali e ad un internazionalismo speculare alla globalizzazione (cioè ad un preciso progetto di dominazione da parte dello Stato nazionale imperialista).
Per non aver compreso la natura politica di Mani Pulite, soprattutto a sinistra, in quanto da tempo la teoria marxista era divenuta una mortificazione continua, si passò armi e bagagli al giustizialismo prima e poi all'antiberlusconismo imperialista, sua naturale evoluzione (degenerazione).
Anche allora, come oggi, si pose l'accento sulla crisi del capitalismo, come se le crisi, per il capitalismo, fossero l'eccezione e non la regola. Quella che viene chiamata crisi è un riorganizzazione sistemica del capitalismo e parte sempre dallo Stato dove il potere del denaro coincide con il suo territorio.
Le liberalizzazioni e privatizzazioni furono oggetto di uno scontro ideologico che chiamerei fisiologico, in quanto completamente funzionale al progetto in corso. La posta in gioco non era essere favorevoli o meno alle liberalizzazioni e privatizzazioni ma, casomai, fornire una lettura politica di ciò che rappresentavano, ossia dire chiaro e tondo da chi erano state imposte mettendo in luce la vera minaccia per il nostro Stato: la totale perdita della propria sovranità.
Si preferì continuare con la più semplice e appagante (perché pagava in termini di popolarità e quindi pagava in termini di posti in parlamento) “indignazione popolare” (abbiamo visto la fine che fanno quelli che gli corrono dietro).
Siccome di indignati se ne possono trovare a iosa in tutte le fasce sociali, la “sinistra” non solo non riuscì ad esprimere le esigenze classiche di “classe” (in quanto non aveva e non ha compreso dove risiedeva e risiede il cambio di rapporti sociali di produzione) ma sposò in pieno le esigenze dei “dominanti”.
Niente di nuovo sotto il sole pure oggi. Stessa lettura economicistica funzionale al progetto criminale statunitense: attacco alla “casta” (peraltro preparata da determinati apparati grazie ai giornalisti del Corriere della Sera), al numero dei parlamentari (ottimo per esprimere al meglio le esigenze lobbistiche), all'Unione Europea (benissimo, così si mette in luce il mediatore e non il regista), la Germania (eccezionale, visto e considerato che è il prossimo obiettivo Usa) e via di questo passo.
Alla luce di quanto detto possiamo semplicemente dire che le esigenze popolari coincidono in pieno con le esigenze dei dominanti e del loro progetto criminale.
Fuori da tutto ciò resta ovviamente la Grande Esclusa, la formazione sociale prevista proprio dal colpo di Stato Mani Pulite, e sulla quale poggerà il nuovo corso.

giovedì 16 febbraio 2012

Lo schifo è servito ma è solo l'antipasto

Non credo si senta l'esigenza di discutere nel dettaglio la manifesta soddisfazione della Camusso che, detto per inciso, coincide con quella della Marcegaglia, a proposito dell'incontro con le “parti sociali” (chi cazzo ha stabilito, provate a sforzarvi, che pupazzi del genere sono rappresentativi di qualcosa chiamato “sociale”?) anche in considerazione del fatto, per nulla secondario (tutto secondo schemi prestabiliti: strategia vincente non si cambia), che c'è sempre qualcuno più puro e duro a ricoprire quel ruolo per mantenere la “pace sociale”.
Il problema che viene sollevato “politicamente” è la “democrazia malata”, quando invece il vero problema politico sono i malati di democrazia, facilmente riscontrabili in tutti i soggetti politici.
Quando si arriva a sostenere le “rivoluzioni democratiche” per abbattere i dittatori bisogna dire chiaro e forte che il problema non è la dittatura ma la democrazia.
Arrivati al punto in cui siamo, cioè all'inizio di un nuovo corso criminale, bisogna opporsi con tutte le forze ai malati di democrazia per frenare il pericoloso contagio.
Ad una maggioranza “democratica” che accetta di farsi portare via passivamente il proprio presente e futuro bisogna opporre una minoranza che non abbia paura di contrastarla affermando un'idea del mondo politicamente scorretta ma dalla parte della società che si vorrebbe sottomessa ed esclusa dal “pranzo democratico”.
Quest'idea di democrazia, criminale in quanto sviluppa opinioni facilmente digeribili per le masse, è un'idea di democrazia statunitense che noi festeggiamo ipocritamente come Liberazione!
Ecco il processo democratico fino a che punto si è spinto, grazie anche ai molteplici voltafaccia meschini dei tanti professionisti del disagio.
A questo tipo di “democrazia reale”, cioè ad un grado di sviluppo criminale senza precedenti nella storia, è da mentecatti della politica proporre una forma di democrazia diversa.
Oramai tutti i posti che contano, a tutti i livelli, fino a quelli più bassi, sono tutti sotto occupazione. È il nuovo processo sociale in corso che si baserà su un modello ad alta forma di esclusione sociale, in cui il Sistema riesce a produrre e riprodursi per mezzo della disoccupazione organizzata in un determinato modo (più volte descritto).
Si è aperta una nuova epoca, ovvero la fase di transizione può dirsi conclusa. È nata una nuova formazione sociale grazie ai traghettatori sociali presenti nelle varie forme di professionismo del disagio.
Da oggi in poi sarà democratico tutto ciò che rappresenta la nuova epoca, cioè tutto ciò che sarà nelle grazie della parte sociale inserita nell'ingranaggio, mentre sarà criminalizzato tutto ciò che lo esclude.
Provate adesso ad immaginare come sia possibile rimuovere questo abile ingranaggio attraverso forme partitiche che narrano di democrazie immaginarie, anche in considerazione del fatto che questo processo non è stato fatto dall'oggi al domani, ma ha avuto una fase transitoria lunga venti anni (dal colpo di Stato chiamato Mani Pulite).
Voglio ringraziare gentilmente tutti quei soggetti che lo hanno permesso: dagli antiberlusconiani senza se e senza ma, a tutti i malati di democrazie colorate, democrazie umanitarie, comunisti pacifisti, antifascisti, sindacati di regime e quelli di base e anche a tutti i malati di nostalgia del passato perché con la loro testa rivolta all'indietro non hanno visto dove si stavano mettendo i piedi.
S.M.

mercoledì 15 febbraio 2012

Le verità nascoste

Le verità nascoste non sono quelle sconosciute ma quelle che non si possono dire pubblicamente.
Tutti sanno, ad esempio, che la FIOM è FIOM-CGIL, ma viene presentata come il braccio armato dell'amica del giaguaro CGIL, ovvero di quella associazione che fa accordi notturni con mari e Monti, la quale a sua volta viene presentata come quella intransigente nei confronti delle altre sigle.
Qual'è il vero senso della prossima manifestazione FIOM?
Prima di rispondere, è bene sapere di essere aggrappati all'esistente, come foglie in autunno, invocando il “cambiamento”, imprecando contro “gli altri” per l'immobilismo.
Come un braccio lacerato da un taglio, prima lento e poi netto, un'emorragia incessante in corso, pensando, irrazionalmente, che la cura sia salvaguardare quello sano.
Gettati, come coriandoli al vento, cadiamo a terra senza rumore in ordine sparso, dove la differenza di colore è un semplice piacevole contrasto per chi ci guarda.
Se si è consapevoli della situazione presente e non rivolti al passato, la manifestazione FIOM è una legittima difesa degli interessi degli iscritti al sindacato di categoria.
Questo ne fa un sindacato dei lavoratori in generale oppure trasforma la manifestazione in una protesta generale efficace contro il governo dei banchieri, di Monti e dell'Unione Europea?
Bisogna essere chiari nelle considerazioni politiche. Perché, se i partiti che parteciperanno alla manifestazione, oltre alla FIOM che ne accetta l'impostazione, pensano di giocare d'attacco arroccandosi sul passato, allora non possono tacciare, coloro che ne criticano l'impostazione, di remare contro.
I sindacati, così come sono strutturati, a malapena possono difendere i propri iscritti, figurarsi se possono rappresentare i lavoratori in generale o addirittura il mondo della disoccupazione gestito dalle holding del lavoro.
I partiti che vi si buttano dentro a testa bassa, non avendo uno straccio di prospettiva politica, invece di svolgere il ruolo di guida politica del sindacato, come dovrebbe essere, si prestano a ruote di scorta per uso e consumo propagandistico. Tutte cose già viste in passato e che sistematicamente si ripresentano.
Le risposte più scontate sono quelle di chi dice che bisogna essere al fianco dei lavoratori. Bene, che cosa ha prodotto finora se non inutili sventolii di bandiere?
Noi pensiamo, al contrario, che le manifestazioni vanno preparate su delle proposte politiche capaci di incidere profondamente sull'esistente e che non mirino alla semplice e controproducente difesa dell'esistente. Perché, mettersi in difesa dell'esistente, significa ingrossare ancor di più la formazione sociale scaturita dal progetto criminale e che si continua a considerare precaria, come fosse un caso umano.
Qui non si tratta di fare propaganda politica sparando a zero contro i sindacati e i partiti cosiddetti “comunisti” (sarebbe come sparare sulla croce rossa) ma semplicemente aprire, se possibile, un'area politica e sindacale capace di inserirsi all'interno di quella formazione sociale sulla quale sta poggiando il nuovo corso criminale. Formazione sociale rappresentativa, per dirla provocatoriamente nei confronti degli ortodossi, della “classe lasciata a sé stesa” e non da oggi, purtroppo.
S.M.

martedì 14 febbraio 2012

Sul "precario" ci costruiscono il rosario

Il lavoro “precario” continua ad essere trattato alla stregua di “sfruttamento” da parte dei custodi della “classe operaia” distorcendone completamente il significato non essendoci nessuna considerazione in merito al rapporto sociale determinante alla produzione.
Siccome quando si sollevano queste considerazioni ogni volta scattano strali e saette portatrici di emozioni ma mai di considerazioni nel merito, ci si deve spiegare la ragione, allora, perché le “parti sociali” sono rappresentate dai sindacati confederali totalmente estranei al mondo cosiddetto “precario”, mentre sono presenti per la gestione delle mille tipologie di “contratti” e per rilasciare la certificazione (dietro lauto compenso) per aver partecipato ai corsi di formazione per disoccupati, gestiti sempre dalle holding private del “lavoro”.
Nel momento in cui la disoccupazione produce ricchezza bisogna parlarne in termini di gestione privata (nel senso che lo Stato sociale si separa dalla sua base sociale) e specificamente ad un certo tipo di rapporto sociale di produzione.
Sia i sindacati che le holding del lavoro sono dei mediatori. Mentre il sindacato media attraverso un rapporto immediato tra lavoratore e datore di lavoro, le holding del lavoro mediano attraverso un rapporto mediato del lavoratore nei confronti del datore di lavoro. Nel primo caso abbiamo una mediazione tra sindacato e istituzioni statali e indirettamente tra lavoratore e datore di lavoro, nel secondo caso abbiamo un rapporto immediato tra holding del lavoro e lavoratore e tra holding e datore di lavoro (le istituzioni statali, come si vede, sono completamente assenti)
L'assenza delle istituzioni statali (certificazione del cambio di natura dello Stato) comporta automaticamente l'assenza di rappresentatività politica di questa formazione sociale scaturita da un determinato progetto politico. Una persona assennata dovrebbe o no indagare a fondo queste dinamiche?
Anche perché tutto questo rivolgimento ha come presupposto la transizione da un determinato rapporto sociale (di produzione) ad un altro e la convivenza più che ventennale (per capirci dal colpo di Stato chiamato Mani Pulite) ha favorito più che frenare o bloccare la transizione criminale.
Invece di inventarsi formazioni sociali rappresentative dei dominati oppure prendere in prestito comodamente quelle più congeniali all'impostazione politica, non sarebbe il caso di mettersi a studiare le dinamiche prodotte dal progetto criminale statunitense, magari a partire dal ruolo che rivestono i soggetti della mediazione?
Tutto questo, in maniera evidente, dimostra il cambio di natura dello Stato la cui conseguenza immediata è stata la totale inutilità dei concetti destra/sinistra, conflitto capitale/lavoro eccetera.
Partire da questo vuoto di rappresentatività politica e di conseguenza sindacale, dimostra quanto patetico è il discorso “umanitario” sui poveri sfruttati, sui lavoratori disagiati, sui disoccupati, mentre dimostra il ruolo che svolgono questi “discorsi” nel produrre un certo tipo di realtà determinata dai dominanti e determinante al nuovo corso.
Stessa dinamica che si riscontra nei discorsi umanitari contro i “dittatori”, narrazioni utili a produrre una certa determinata realtà, determinante agli interventi “umanitari” criminali.
Continuare a separare i due mondi non può che favorire quanto a parole si cerca di impedire.
S.M.

lunedì 13 febbraio 2012

Proteste senza prospettive politiche

Nessuno si sogna di mettere in discussione la legittimità delle proteste ma pretendere di digerirle come si fosse alla vigilia di una rivoluzione è fuori dall'orizzonte politico. Difatti, proprio la mancanza di qualsiasi prospettiva politica dovrebbe essere al centro delle analisi di tutti i soggetti che lavorano per mettere almeno un freno a questa deriva criminale.
Invece, ci troviamo al cospetto di lavori in corso incessanti per fondare partiti, la cui unica caratteristica è quella di criticare l'operato di quelli precedenti.
La Grande Illusione, dovuta alla considerazione scellerata, figlia del determinismo economicista, ha fatto pensare che ad una crisi economica dovesse corrispondere una chiamata di massa proletaria.
Niente di più sbagliato, così come è completamente fuori da qualsiasi razionalità voler far passare determinati ceti sociali come rivoluzionari sulla base di un legittimo malcontento. Questi, al limite, lo possono diventare se vi è un progetto politico in tal senso da parte di determinati settori dominanti. Nella storia, almeno fino ad oggi, non si è mai visto che un settore dominante in contrasto con il suo ambiente, non abbia prestato attenzione ad un determinato ceto sociale per affermare il suo potere assoluto.
Per tutti quelli che, invece, non hanno santi in paradiso, non resta che attenersi allo studio delle dinamiche dei rapporti sociali di produzione per comprendere la formazione sociale particolare che scaturirà dal progetto criminale in corso, e su quella cercare di lavorare per costruire una prospettiva politica.
Questo, ovviamente, fuori da vecchi schemi e teorie del passato. La strada più difficile perché contrastata soprattutto da coloro che dicono di stare dalla parte delle masse e dei più svantaggiati, cioè dai professionisti del disagio. Per costoro, le masse e i più svantaggiati rappresentano la propaganda, nella sostanza si riducono ai lavoratori sotto cupola sindacale. È la vecchia logica dei partiti operaisti per cui rivoluzione è sinonimo di manifestazione di piazza.
Non è difficile capire, per chi sta fuori da determinati schemi, il motivo per cui si cerca di far passare l'idea che l'Italia sia nelle mani del potere economico dell'Unione Europea, quando invece siamo nelle mani del potere politico degli Stati Uniti. Ho cercato di spiegarlo più volte e ogni volta mi devo sentire ripetere che così facendo si ribalta la struttura con la sovrastruttura. Meglio rinunciare e andare avanti cercando di collegare tra loro le dinamiche che si svolgono a livello internazionale con quelle a livello di Stato-fantoccio come il nostro. Dimostrando come la mediazione criminale, nella fattispecie l'Unione Europea, sia stato il cavallo di Troia degli Usa per spogliare gli Stati delle loro prerogative nazionali. Progetto portato avanti grazie alla soppressione di tutti quei politici che perseguivano l'interesse nazionale (non è un caso che gli unici a salvarsi siano stati gli ex-Pci) per mezzo del colpo di Stato Mani Pulite. Mediazione criminale che riscontriamo con le agenzie del lavoro in mano ad holding con fatturato milionario, il cui scopo è quello di spogliare i lavoratori delle loro prerogative lavorative.
Contrastare il progetto criminale Usa significa schierarsi dalla parte di tutti coloro che perseguono lo stesso obiettivo, senza tuttavia coperture ideologiche osannanti, come nel caso della Cina e della Russia ma semplicemente come tattica di una strategia più ampia.
Tutte cose che non sono nell'orizzonte politico attuale. Per avere un'idea del livello di degenerazione politica bisogna leggere l'analisi del KKE, in cui si arriva a definire “l'unità latinoamericana imperialista”.
Siamo messi male e lo saremo sempre peggio pensando di restare all'interno dell'orbita che ci viene continuamente costruita sotto il naso e fatta passare come viatico per la salvezza.
La Storia insegna ma purtroppo si ripresenta sempre in modo diverso. Quelli che perdono e che fanno perdere sono quelli che la vorrebbero evocare con le sedute spiritiche.
S.M.









sabato 11 febbraio 2012

Obama Usa Monti

La figura del mentecatto andrebbe presa sul serio e studiata accuratamente. In fondo, in un paese a sottomissione istituzionalizzata come il nostro, non sarebbe da prendere in seria considerazione la menzogna come strumento per arrivare alla verità? Pensiamoci bene. Non sarebbe stato meglio accodarsi al carro dei buoi ed esprimere un consenso spassionato per le manine che si agitavano a farfalla e le bocche mute come pesci ma piene di “indignazione” coatta? Non sarebbe stato tutto più semplice fare del sano e proficuo antiberlusconismo aiutando questo paese in ginocchio ad esprimere una figura accreditata oltreoceano come Monti? Ma, ancor prima, con la stessa strategia perseguita, non sarebbe stato da maestri di politicismo correre dietro al giustizialismo di Mani Pulite e concorrere sagacemente ad esprimere una figura come quella di Berlusconi al posto del cinghiale cattivone Craxi? Tanto, diciamoci la verità, non se ne sarebbe accorto nessuno e si sarebbero evitate tante noie.
Serve a qualcosa dire alla “gente” che l'uscita “patriottica”, concordata ai livelli più alti delle istituzioni (pagata salata dalla Rai), di Benigni sul Risorgimento, è stata una vera e propria porcheria, visto e considerato che a nessuno interessa sentirsi dire che Mazzini con il cazzo è stato uno dei padri dell'unità d'Italia insieme a Cavour e che al contrario è stato costretto a vivere da terrorista latitante fuori dall'Italia per tutta la vita, rientrato clandestinamente in patria solo per morirci?
Ancora, quanto sano e politicamente corretto sarebbe stato sviluppare un pippone ideologico (cioè fare un panegirico per dire tutto e il contrario di tutto) per accreditare il movimento dei forconi come un vero e proprio esempio di ribellione in grado di mettere il paese in ginocchio?
Ho visto “maestri di leninismo” cadere come pere cotte per aver individuato negli incappucciati incazzati la vera avanguardia rivoluzionaria (comunque, a parere di chi parla, vanno ringraziati per aver rovinato la festa ai dementi rivoluzionari fuggiti come conigli dalla manifestazione del 15 ottobre romano). Tutte cose che andrebbero evitate accuratamente.
Volete mettere quanto ci guadagnerebbe il fegato avere la faccia come il culo per apparire come un integerrimo comunista stalinista e allo stesso tempo correre dietro a tutti gli incontri organizzati dai fautori delle rivolte democratiche patrocinate dagli Usa?
Quanto paga a livello personale sparare contro il comunista Diliberto per aver appoggiato quando era al governo tutte le guerre porcate e allo stesso tempo scrivere per la sua associazione intellettuale Marx 21? A chi volete che interessino queste quisquilie?
Ancor più ganzo sarebbe elogiare formazioni sociali “comuniste” come la Cina e allo stesso tempo mettere in sordina su quale strato sociale si è potuta realizzare, potendo in questo modo elogiare il movimento dei forconi e dare in culo agli operai che non capiscono un cazzo. Operazione che permette di esaltare il carattere di potenza dello Stato e annientare quello espressamente sociale.
In tutto questo puttanaio, quella che ho chiamato “classe lasciata a sé stessa”, ovvero la formazione sociale scaturita dal progetto criminale Usa, continua ad essere individuata come precaria, quando invece è espressione di un determinato rapporto sociale di produzione che si fonda sulla disoccupazione organizzata, permettendogli di annientare completamente quella del lavoro salariato così come finora l'abbiamo conosciuto.
Per realizzare tutto questo ci sono volute le guerre criminali e, soprattutto, tutte quelle agenzie del controllo sociale come: sindacati, associazioni umanitarie (anche quella di Strada, avete capito bene), giornali comunisti come Liberazione (finalmente fallita) e Il Manifesto (speriamo che fallisca veramente) e partiti comunisti, tutti allegramente schierati dalla parte dei “rivoltosi” sovvenzionati dai criminali umanitari.
Continuiamo a prendercela con le banche, la casta, l'Unione Europea, il Fmi, la Bce, il signoraggio, la massoneria e tutto quello che volete ma, mi raccomando, evitando con cura di indicare il Nemico Principale.
Da oggi in poi, quindi, la parola d'orine deve essere “continuità”, cioè correre dietro a tutto ciò che si muove evitando con cura di lavorare affinché qualcosa si muova in un determinato modo.
Determinati ma non determinanti.
S.M.




venerdì 10 febbraio 2012

Stato d'impotenza

Nel momento stesso in cui si avvia il processo di dissoluzione di un certo rapporto sociale di produzione (per dirla superficialmente, i rapporti lavorativi) le resistenze a tale compimento formano la trama della storia economica e non, come si vuole far credere, la base di una teoria politico-economica.
Elaborare una teoria, al contrario, significa tener conto degli elementi (materiali) storici definendoli (astraendoli) sotto forma di categorie al fine di comprendere l'essenza dei rapporti economici (rapporti sociali di produzione).
Tutte cose che lo stesso Marx ci ha posto all'attenzione, dichiarando una predilezione per i procedimenti di specificazione della conoscenza storica in relazione all'insieme dei rapporti sociali (di produzione).
Nel momento stesso in cui entra in gioco il problema generale della produzione di rapporti sociali, automaticamente bisogna pensare alla funzione specifica che la guerra svolge nella produzione (rapporto sociale).
Tutti questi sconvolgimenti a cui assistiamo non rappresentano la crisi del capitalismo, ma sono le condizioni stesse della sua esistenza storicamente determinatasi.
Pensare di opporsi al processo di dissoluzione in corso scimmiottando la sinistra comunista (completamente degenerata) è un modo come un altro per sentirsi partecipi del processo storico.
Se la sinistra punta ancora sul conflitto capitale/lavoro, sulle rivolte colorate e democratiche, sull'abbattimento dei “dittatori”, sul non intervento armato dell'Onu o della Nato dopo aver appoggiato i criminali “in loco”, chi si vuole opporre a tutto ciò, non ha altro da fare che esaltare (giustamente, tanto per non essere frainteso) la Russia, la Cina, la Corea del Nord, Cuba e gli ultimi avamposti di libertà come la Siria e l'Iran, stando ben attenti ad appoggiare tutti i movimenti di protesta che non abbiano le caratteristiche del lavoro organizzato sindacalmente (quando si dovessero presentare) come nel caso del movimento dei forconi. Quando invece non si dovessero presentare, è sufficiente ignorare qualsiasi aspetto delle dinamiche sociali in corso. Opporsi in questo modo appena descritto non fa altro che favorire ulteriormente il progetto criminale, visto che ci si è opposti solamente alle posizioni "sinistre", e non invece al progetto in sè, opposizione che disvelerebbe le cause attraverso il loro diretto collegamento con gli effetti sociali.
La considerazione di fondo che va presa in esame è il carattere discontinuo del processo capitalistico. Una cosa è il passato, in cui il progetto criminale capitalistico si è formato, altro è il presente, che lo costituisce. La forma appartiene al passato, il presente ne è la sua costituzione e riproduzione.
L'abbattimento del rapporto lavorativo così come l'abbiamo finora conosciuto assume l'aspetto dell' autodissociazione e dell' autocontraddittorietà, in quanto rappresenta sia la forma che la sostanza del nuovo rapporto sociale di produzione.
Se non ci fosse la difesa dell'esistente incarnata dai sindacati nel portare avanti lotte di rivendicazione lavorativa, lasciando completamente scoperto il fronte della disoccupazione organizzata dal Sistema (lavoro in nero, precario e assenza lavorativa), non vi potrebbe essere l'ancoraggio necessario e sufficiente alla transizione criminale, perché si determinerebbe uno scollamento pericoloso all'interno dei rapporti sociali nel loro complesso, cioè non vi sarebbe il controllo ordinato di un importante strato sociale. Quindi i due mondi lavorativi potrebbero incontrarsi e saldarsi pericolosamente.
Discorso in stretto legame con la storicizzazione del moderno valore di scambio (ruolo non slegato rispetto al valore d'uso), cioè con il procedimento che svela dietro il feticismo delle merci il lavoro umano e dietro l'astrazione dello scambio l'espropriazione e la dipendenza materiale dell'uomo formalmente libero. Le diverse forme di questa collateralità del valore di scambio rispetto al valore d'uso sono sempre oggetto di indagine storica e poi teorica (rinnovato orizzonte storiografico e quindi teorico).
Se non si comprende in che modo il moderno sfruttamento (cioè il modo in cui si crea plusvalore/lavoro) agisce, che nulla ha a che vedere con la degenerazione concettuale di sfruttamento attuale, che invece fa completamente perdere di vista il modo in cui è penetrato socialmente il progetto criminale Usa, non si riuscirà neppure a superare la disoccupazione organizzata dal Sistema (la futura base sociale di produzione), rimanendo confinati in una prospettiva già ampiamente studiata e collaudata fin dai tempi del golpe di Mani Pulite.
Ripartire dalla "cella" e non dalla "classe, dal "cellariato" e non dal "proletariato".
Ma saranno i fatti ovviamente a determinare i concetti (a tutto svantaggio di chi già ne paga le conseguenze e maggiormente di coloro che inconsapevolmente ne favoriscono il progetto criminale).
S.M.

mercoledì 8 febbraio 2012

Nessuno immagina a quanto amMonti il prezzo per la sottomissione Usa

Coloro che sostenevano la farsa della destra/sinistra dovettero sopportare le peggiori porcherie da parte di quella inconsistente e reazionaria (sempre pronta ad inquinare i cervelli più deboli) formazione politica detta vagamente “comunista”.
Adesso, davanti al governo Monti, sembrano avere la paresi facciale.
Quando si indicò come strumentalizzazione, per appoggiare la transizione criminale, la buffonata “sinistra” della difesa della Carta Costituzionale, i soliti beoti insorsero.
Adesso, con il governo Monti, a “diritti costituzionali” veramente sospesi, le bocche rimangono semplicemente spalancate e le facce assumono un'espressione idiota.
Quando si indicò la “questione nazionale” come punto di ancoraggio per qualsiasi difesa possibile e le famose manovre economiche, per i rivoluzionari della domenica, erano semplicemente inimmaginabili (tanto che nell'estate del “botto finanziario” erano tutti spiaggiati), insorsero gli antifascisti, cioè gli strenui difensori della criminalità in doppiopetto.
Quando venne bollata come farsa il raduno canoro del ceto colto femminile, benestante e influente (con tanto di balletto indecente sul palco), contro l'offesa alle donne da parte del pagliaccio di Arcore, il mondo della sinistra, con aggiunta dei soliti “comunisti”, insorse.
Oggi, con un ceffone “sinistro” e “maldestro” attraverso la legge sullo stupro, nessuno si chiede dove siano finite le oche giulive danzanti del bel mondo che conta.
I difensori della “democrazia” che hanno gioito per la caduta di Gheddafi non si degnano ancora oggi di organizzare una mobilitazione contro l'aggressione alla Siria adesso e all'Iran successivamente, sono direttamente o indirettamente responsabili della situazione criminale economica e di conseguenza politica che stiamo vivendo.
Questi scellerati fautori del progetto criminale Usa, dipinto e fatto passare come popoli in rivolta, rivoluzioni popolari e democratiche, sono gli stessi che hanno consentito alla transizione criminale di potersi realizzare in questo nostro Stato fantoccio completamente alla mercé di bande criminali.
Quelli che indicarono il movimento degli indignati come un utile diversivo per il compimento della transizione criminale vennero derisi con sufficienza, tanto che tutto lo stato maggiore dell'inconsistenza rivoluzionaria vi si tuffò dentro il 15 ottobre e ne ritornò a casa con le ossa rotte e la coda tra le gambe.
Stesso discorso per il movimento dei forconi, stupidamente conteso tra “destra” e “sinistra” a riprova del livello di degenerazione a cui siamo giunti.
Le prossime mosse sono tutte all'insegna della riproduzione criminale visto e considerato che ancora oggi, nonostante le sottomissioni e complicità, non si indica la Causa del problema che ci sta portando alla completa rovina: la natura politica del progetto criminale Usa.
Inutile correre dietro alle manifestazioni sindacali se in questi raduni vi vengono descritte come nemiche solo le mediazioni criminali: le banche, il Fmi, la Bce, l'Unione Europea eccetera, lasciandovi completamente a digiuno sulle motivazioni politiche, dalle conseguenze economiche disastrose, delle prossime guerre di aggressione contro gli avamposti di libertà oggi incarnati dalla Siria e dall'Iran. La Cina e la Russia hanno fermato l'aggressione in nome dell'Onu ma non potranno fare nulla contro quella in nome della Nato, come avvenne per la Serbia.
Come potete continuare a blaterare che la criminalità esportata a livello internazionale non sia la stessa importata in casa nostra?
Come fate a rendervi complici di questi assassini in doppiopetto?
Se ancora non si è compreso il golpe Mani Pulite, la successiva deriva giustizialista , antiberlusconiana e filomperialista del comunismo, non vi possono essere le condizioni necessarie e sufficienti per qualsiasi sorta, non dico di confronto, ma anche solo di discussione.
Se ne riparlerà quando la deriva avrà raggiunto tutte le membra della società, come una metastasi diagnosticata e lasciata progredire per mancanza di conoscenza o per interesse non confessabile.
Qualsiasi la ragione, un crimine che con tutta probabilità, come tanti, resterà impunito.
S.M.

venerdì 3 febbraio 2012

Ecco come ci studiano. Nuove forme di controllo. (di Maristella Aiello)

Vogliamo introdurre la nota che segue, ponendo l'attenzione su questa analisi della reputazione on-line di Mario Draghi, come caso studio di ingegneria reputazionale, non tanto perché siamo direttamente chiamati in causa (non è la prima volta e non sarà neppure l'ultima, visto che non sono i soggetti politici in quanto tali a mettere in allarme il Sistema ma le idee politiche) quanto per far comprendere come una scienza ingegneristica possa essere applicata alla demolizione e alla costruzione delle idee, cioè come idee presunte pericolose possono essere trasformate in innocue opinioni.
L'azienda che ha svolto questo studio è la “Reputation manager srl”, il cui amministratore delegato è Andrea Barchiesi. Questa azienda ha ricevuto il prestigioso Premio deiPremi per l'innovazione nei servizi (terziario avanzato) dalle mani del presidente Giorgio Napolitano nel corso della Giornata Nazionale dell'innovazione 2011.
Significativa è anche l'intervista che è stata fatta dal quotidiano Lettera 43 allo stesso Barchiesi.
Per chi non lo sapesse il giornale Lettera 43 appartiene alla società News 3.0 Spa, il cui presidente è Vladimiro Giacché (tra le diverse cariche che occupa, ricordiamo anche quella di vicepresidente di Marx XXI, associazione del PdCI di Oliviero Diliberto).
La Redazione.


Reputazione on-line: nuova politica d'impresa, o solita impresa politica? 

Una nuova frontiera nella strategia comunicativa delle imprese sembra profilarsi all’orizzonte, grazie ad un nuovo servizio consulenziale fornito a privati (personaggi della politica, dello spettacolo o manager affermati) e ad aziende: la valutazione del rischio reputazionale on-line e la “ripulitura” della reputazione eventualmente negativa.

Si parte dalla consapevolezza che oggi la maggior parte delle nostre scelte viene spesso influenzata, nel bene o nel male, da tutto ciò che riusciamo a reperire on-line: articoli su siti, blog, social network, social forum, video su youtube etc…
Da questo materiale, spesso caricato e messo on-line direttamente dagli utenti, oppure pubblicato da fonti ufficiali ma poi liberamente commentato nelle apposite sezioni, si plasma una “reputazione” che influenza le scelte d’acquisto e/o comunque genera affezione o disaffezione, e sappiamo quanto questo sia importante, specie quando sono in realtà politiche le scelte dietro le quali si nascondono motivazioni economiche e di mercato.

Si parla quindi di ingegneria reputazionale: termine utilizzato propriamente in quanto, una volta effettuato un accurato studio, consistente innanzitutto nel reperimento di tutti i dati relativi a quella persona o quell’impresa sulla rete, essi vengono trattati secondo diverse variabili quali la visibilità della fonte, l’incisività del giudizio, valorizzando infine un indice di “pericolosità reputazionale”, per poi passare alla fase costruttiva di una migliore reputazione (a colpi di post e commenti, a detta di un reputational manager “occorre seguire approcci diversi, un approccio per i social network, un approccio per i blog, un altro per i forum e così via”) e alla demolizione (attraverso vari strumenti, che non sempre si traducono nella rimozione per via legale, ma spesso consistono in trucchetti ingegneristici del web, non da ultimo l’escamotage di far slittare in giù dai risultati dei motori di ricerca, quelle fonti che riportano giudizi più negativi, seguendo una tecnica puramente mimetica) dei dati che influiscono negativamente su di essa.

Cioè è come dire, che l’ingegnere della reputazione deve essere capace di plasmare l’identità digitale di un soggetto (che influisce in maniera reale nella nostra vita) attraverso tutta una serie di operazioni (per lo più virtuali, cioè dirette al “controllo” e ad una diversa “percezione” della sua presenza, sulla rete).

Nel campo dell’innovazione aziendale, questo nuovo settore si sta facendo spazio brillantemente tre le discipline di comuncazione e marketing aziendale, e sembra rappresentare il futuro settore strategico dell’information technology, in un prossimo rilancio del mercato.

Nuove figure professionali saranno formate a dovere, e lavoreranno ininterrottamente sui dati on line, e metteranno in atto delle tecniche di “gestione” della reputazione.

Qualcosa cioè in realtà già concepito, ma mai in modo cosi trasparente, oggi viene spudoratamente rivendicato al punto da richiedere la formazione di nuove leve manageriali, in grado di spendere la propria energia interamente sul condizionamento delle scelte altrui. Pare che grandi risorse delle aziende saranno destinate ad essere spese nel reputation management.

In Italia, l’azienda leader in questo settore, la “Reputation manager srl”, che ha tra l’altro ritirato il prestigioso “Premio dei Premi” per l’innovazione nei servizi (terziario avanzato) dalle mani del presidente Giorgio Napolitano nel corso della Giornata Nazionale dell’innovazione 2011, viene dipinta come piccolo gioiello italiano ed i software da loro concepiti insieme all’attenzione sviluppata nella ricerca e nello sviluppo delle nuove strategie comunicative sul web, come il frutto di una genialità tutta italiana.

Secondo Andrea Barchiesi, A.D. della Reputational manager, la reputazione on line non è una novità, già esiste come realtà di fatto, e fornisce una particolare forma percettiva alla quale si associa quella persona o quella azienda, grazie agli impulsi della rete. La novità piuttosto consiste nel prendere coscienza del fattore di rischio o di opportunità che tale realtà determina (e a detta dello stesso, la Verità è un concetto completamente relativo sul web), e udite udite, nella facoltà di “gestirlo” in tutte le sedi e in tutti i modi possibili, ovviamente in modo del tutto professionale, e pagando fior fior di soldoni.

Nulla di nuovo sotto il sole, si dirà.

 Nell’era delle rivoluzioni colorate , dei passaparola sui social network che non si capisce mai dove abbiano origine e che son capaci di destabilizzare gli equilibri interni di interi Stati, nell’era delle campagne elettorali portate avanti almeno apparentemente attraverso la rete, nell’era dell’informazione globalizzata, fanno ridere sinceramente coloro che ancora reputano la rete come possibile strumento di rivalsa, di sana aggregazione al di fuori dei gangli dei poteri forti.

Cioè viene istituzionalizzato come avanguardistico servizio manageriale, qualcosa che da sempre è stato condotto all’oscuro della stragrande maggioranza della popolazione, attraverso organismi segreti e trasversali: l’esercizio del controllo politico, niente di più, niente di meno.

Tutto questo dovrebbe far riflettere invece, sul fatto che la politica viene sempre più veicolata attraverso i canali delle logiche manageriali, dalle quali trova la sua giustificazione nel plasmare le menti dei “consumatori” della politica senza doverne rendere conto, è sufficiente infatti che questo lavoro di “ingegneria” venga svolto con la motivazione dell’incremento del profitto per le aziende, per farlo passare in sordina, come del tutto estraneo alle dinamiche politiche, e anzi acclamandolo come ultimo gioiello competitivo.

Quale bacino (di formazione di risposte preconfezionate chiamate “opinioni”) migliore della rete per poter influire in modo decisivo sulle nostre scelte, attraverso il lavoro di figure professionali specializzate nell’intervenire, attraverso un ventaglio di azioni, anche nella più banale chiacchierata in questo o quel blog, in questo o quel forum. Si tratta in sostanza di vero e proprio controllo politico sottoforma di strategia comunicativa e di marketing. Nient'altro che questo.

Ecco perché ci fa rabbia, la visione spinta oggi più che mai, a destra come a sinistra, che vorrebbe individuare il vero male sociale nell’economia e nella finanza speculativa, nelle banche, considerate come soggetti “estranei” alla politica, che di essa si servono solo per i propri scopi personali. Perché è vero soprattutto il contrario, e cioè che è da sempre stata la politica a servirsi del mercato e delle imprese, per portare a compimento precisi e dettagliati progetti di dominio, a livello mondiale.

Il link che riportiamo qui di sotto, è un esempio di studio del rischio reputazionale, svolto intorno alla figura pubblica di Mario Draghi.

Ovviamente si premette che tale studio rappresenta solo la fase iniziale di quello che viene definito come ciclo reputazionale. La fase cioè di indagine sul web e di tratteggiamento dell’identità digitale, attraverso un chiaro identikit della percezione on-line riscossa dall’uomo politico, fornendo informazioni su tutte le fonti che si esprimono, con giudizi positivi e mettendo in luce le criticità delle fonti che esprimono giudizi negativi. Si tratta come si può notare, di un controllo non solo quantitativo dei dati che riguardano il soggetto dello studio, ma qualitativo e dettagliato, arrivando ad entrare nel merito dei giudizi per carpire le criticità reputazionali e i fattori che li determinano, questo ovviamente al solo fine di “nascondere” al pubblico occhio ciò che in qualche modo impatta negativamente con la propria reputazione.

Quindi possiamo tranquillamente affermare che la percezione della realtà diventa oggetto di un work in progress.

Ovviamente, il nostro blog, in questo studio non poteva non essere annoverato con un rischio reputazionale netto (cioè ponderato rispetto alla diversa notorietà della fonte) piuttosto consistente, considerando che altre fonti ben più affermate e “ufficiali”, hanno dato risultati positivi e qualora abbiano riportato negatività, esse sono interamente imputate ai commentatori degli articoli in questione, non certo al contenuto dei pezzi.

Certo tutto questo potrebbe non significare nulla, volendo rifiutarsi di leggere tra le righe, cosa di cui ovviamente noi non siamo capaci.

Al contrario costituisce ai nostri occhi una valida conferma per il nostro lavoro sullo studio di una nuova teoria filosofica e politica, intorno ai rapporti sociali di produzione e alla nuova formazione sociale che ne consegue, una conferma di costituire un piccolissimo granello di sabbia purulento in un ingranaggio immenso e perfetto.

 Ma ogni granello di sabbia va monitorato, proprio in virtù del fatto che è potenzialmente in grado, incanalato appropriatamente, di andarsi a collocare in qualche snodo strategico del Sistema e di arrecare tanto danno.

Maristella Aiello

http://affaritaliani.libero.it/static/upload/mari/0000/mario-draghi_identita-digitale_reputation-manager_11-2011.pdf

giovedì 2 febbraio 2012

La merda è cioccolato, parola di rivoluzionari

Dietro il paravento del debito pubblico e del risanamento si sta creando un blocco corporativo (lobby) capace di sfaldare qualsiasi consenso verso le preesistenti formazioni politiche.
Colpire la casta è il miglior viatico per affermare la corporazione: crea consenso e distrae le masse dall'obiettivo da conseguire. La stessa strategia venne adottata con Mani Pulite.
Questa volta, però, la posta in gioco è molto più alta e, quindi, non solo impossibile per la gran parte della popolazione avvertirne il rischio ma sarà proprio il loro consenso ad renderla attuabile.
Il blocco corporativo di interessi (lobby principale) trascina con sé la formazione sociale dominante a cui spetta il compito di promuovere il cambiamento dei rapporti sociali di produzione, cioè di determinare su quale fascia sociale far poggiare il sacrificio della riproduzione capitalistica.
Dalla ricomposizione del blocco corporativo d'interessi dipende il destino della maggioranza della popolazione. Maggioranza che, è bene chiarirlo, pur essendo estranea agli interessi corporativi né dipende per la sua sopravvivenza.
L'offensiva del governo Monti (emanazione di poteri d'oltreoceano), pur essendo antipopolare, è strategicamente efficace proprio in virtù del fatto, ignorato completamente, che sta distruggendo i nemici della formazione sociale che dovrà essere dominante (lobby principale) e quindi, pur essendo antipopolare risulterà (come risulta essere) popolare.
È il vecchio tema del trasformismo che ha riguardato soprattutto la sinistra e i cosiddetti comunisti.
Il trasformismo non è altro che la realizzazione dell'aggregazione unitaria intorno alla formazione sociale dominante, capace di aggregare anche i settori più arretrati delle vecchie classi dirigenti, offrendo quella cornice politica idonea ad inglobare e sottomettere la formazione sociale scaturita dal progetto criminale partorito dagli Usa attraverso la riorganizzazione mondiale dei suoi interessi.
Lo sconvolgimento delle basi materiali realizzato dagli Usa per conto degli utili idioti è stato interpretato nei seguenti modi:
  1. crisi economica (lettura dei dominanti apprezzata dalla maggioranza dei dominati);
  2. crisi del capitalismo (lettura vetero-comunista);
  3. crisi “cognitiva” del capitalismo (lettura negriana).
Delle tre forme d'interpretazione della crisi, per il momento, prendiamo in considerazione soltanto l'ultima perché spiega benissimo come una teoria sviluppata nell'interesse del carnefice sia quella più amata dalla vittima.
Diciamo subito che l'effetto disastroso e definitivo di questa teoria è stata la partecipazione pittoresca e colorata alla manifestazione sorosiana del 15 ottobre romano. È finita come è finita perché è cominciata come è cominciata (argomento già affrontato).
Teoria che, non sapendo come sostituire il soggetto della classe operaia rivoluzionaria, si è inventata il carattere rivoluzionario dell'immigrato. Delusi da questo soggetto per nulla rivoluzionario (una pretesa assurda visto e considerato che la maggioranza sono in mano delle mafie capitalistiche e quelli che lavorano regolarmente sono soggetti alle logiche sindacali) ci hanno aggiunto quello “cognitivo” di gay, lesbiche e transessuali e il risultato è stato di mandare Luxuria in parlamento prima e all'Isola dei famosi dopo, con colorata copertina di Liberazione (finita come è finita) che equiparava la vittoria di Obama a quella del trans-comunista all'Isola.
Teoria che vede la precarietà come nomadismo del lavoro e proprio per questo (roba da camicia di forza) capace di mettere in ginocchio il capitalismo in quanto gli sottrae forze alla produzione.
Per questi imbonitori la globalizzazione sarebbe una risorsa perché capace di spostare moltitudini da un continente all'altro creando rete comunicativa rivoluzionaria (peccato che buona parte di loro finiscano il loro “nomadismo” in fondo al mare o ammassarti in un Tir).
Un'altra deformazione utile all'imperialismo Usa è quella di appoggiare tutte le rivoluzioni colorate oltre, ovviamente, a dar man forte nel sopprimere tutti i “dittatori”.
Chiaramente, una volta che ci si è schierati contro il “dittatore”, qualora si verificasse l'intervento armato, bisogna invocare immediatamente la pace.
Insomma, per i fautori di questa teoria, la merda è cioccolato.
S.M.


mercoledì 1 febbraio 2012

Mai vista una porcheria simile

Abbiamo dovuto assistere alla demenza dell'antiberlusconismo come arma di distrazione di massa (oltre che di carriera personale), mentre c'era da sviluppare tutto un lavoro di ricostruzione delle dinamiche sociali, cioè spostare le difese dalla parte di quel ceto sociale uscito allo scoperto nel governo Amato e conferirgli dignità politica (di classe per intenderci).
Adesso, invece di costruire un sindacato della disoccupazione organizzata (precari, disoccupati e studenti non più in grado di pagarsi l'istruzione) data in gestione al caporalato istituzionale, grazie al quale fattura milioni (con l'approvazione certificata dei sindacati), si perde tempo a correre dietro a manifestazioni rivendicative dell'esistente, cioè di pura e semplice riproduzione del progetto criminale.
Un soggetto politico che non si pone i seguenti problemi è un soggetto reazionario (politicante):
  1. comprendere su quale formazione sociale si sta riproducendo il progetto criminale capitalista;
  2. capire da quale stato nazionale dominante è partito il progetto criminale;
  3. chi sono i soggetti che fanno da mediatori al progetto criminale;
  4. in che modo si sviluppa la mediazione all'interno del nuovo rapporto sociale di produzione;
  5. ripensare i luoghi e i modi per manifestare il punto di vista politico attualizzato (processo attuativo).

Per rispondere adeguatamente al primo punto bisogna partire dalla distinzione tra mondo del lavoro e mondo della disoccupazione organizzata, prendendo atto (coscienza) che il secondo è quello sul quale si sta riorganizzando la società (rapporti sociali di produzione).
Per mondo del lavoro si intende quello classico organizzato sulla mediazione sindacale dove, il conflitto è inteso tra capitale e lavoro.
Essendo la Stato spogliato delle sue prerogative nazionali, il rapporto tra il mondo del lavoro con il processo produttivo non può essere più immediato e la stessa mediazione sindacale assume un significato completamente diverso dal passato. Il mondo del lavoro nel momento in cui assume una forma di lotta contro la fabbrica si trova scavalcato dall'impresa, la quale non essendo più soggetta alle disposizioni legislative del territorio (Stato) può tranquillamente scegliere di chiudere la fabbrica e spostarla altrove.
E qui arriviamo alla seconda domanda. Se non è più immediato il rapporto tra il mondo del lavoro e il processo produttivo, dobbiamo prendere in considerazione il nostro Stato (spogliato delle sue prerogative nazionali) nei confronti dello Stato dominante (chiaramente nel pieno delle sue prerogative nazionali) e come questa dominazione agisce nei confronti degli Stati dominati.
E arriviamo alla terza domanda. Uno Stato non sceglie di spogliarsi delle proprie prerogative nazionali ma vi è, evidentemente, costretto. Ogni costrizione, per essere accettata, deve essere preparata e spacciata come grande opportunità. È stato il caso dell'Unione Europea come progetto economico e non politico. Perché progetto economico e non politico? Perché solo lo Stato nazionale può avere la prerogativa politica, mentre a quello dominato viene riservata la costrizione economica (effetto del progetto politico).
L'Unione Europea, essendo un progetto economico (facente funzione degli Usa), come soggetto mediatore ha potuto spogliare gli Stati delle loro prerogative nazionali.
Possiamo pensare in tutta sincerità che non vi siano state ricadute significative sul mondo del lavoro? Veramente si pensa che i rapporti sociali di produzione non abbiano avuto sostanziali modifiche?
Perché si fa finta di non vedere le stesse dinamiche all'interno del mondo della disoccupazione organizzata?
È un semplice caso che la mediazione criminale la si riscontri nel mondo della disoccupazione organizzata attraverso le agenzie del caporalato istituzionalizzato, oppure vi è un preciso progetto criminale partito dagli Usa?
Se si prendessero in seria considerazione questi punti non si assisterebbe a questa putrefazione politica fatta a colpi di slogan demenziali: contro le banche, contro Monti perché non c'è più Berlusconi, contro la casta e lo stipendio dei parlamentari, contro Celentano e chi più ne ha più ne metta.
Si andrebbe al cuore del problema, cioè ci si organizzerebbe politicamente, evitando in questo modo di correre dietro a qualsiasi movimento che passa sotto il naso spacciandolo come rivoluzionario.
Non ci si accoderebbe dietro ai sindacati ma li si guiderebbe. Si organizzerebbe un sindacato, quindi un soggetto politico, alla luce dei nuovi rapporti sociali di produzione.
A quel punto sarebbe il mondo del lavoro, finalmente, a correre in difesa del mondo della disoccupazione organizzata e non viceversa. Perché si sarebbe finalmente compreso che togliere il ricatto lavorativo è la migliore forma di difesa.
S.M.