Il lavoro “precario” continua ad essere trattato alla stregua di “sfruttamento” da parte dei custodi della “classe operaia” distorcendone completamente il significato non essendoci nessuna considerazione in merito al rapporto sociale determinante alla produzione.
Siccome quando si sollevano queste considerazioni ogni volta scattano strali e saette portatrici di emozioni ma mai di considerazioni nel merito, ci si deve spiegare la ragione, allora, perché le “parti sociali” sono rappresentate dai sindacati confederali totalmente estranei al mondo cosiddetto “precario”, mentre sono presenti per la gestione delle mille tipologie di “contratti” e per rilasciare la certificazione (dietro lauto compenso) per aver partecipato ai corsi di formazione per disoccupati, gestiti sempre dalle holding private del “lavoro”.
Nel momento in cui la disoccupazione produce ricchezza bisogna parlarne in termini di gestione privata (nel senso che lo Stato sociale si separa dalla sua base sociale) e specificamente ad un certo tipo di rapporto sociale di produzione.
Sia i sindacati che le holding del lavoro sono dei mediatori. Mentre il sindacato media attraverso un rapporto immediato tra lavoratore e datore di lavoro, le holding del lavoro mediano attraverso un rapporto mediato del lavoratore nei confronti del datore di lavoro. Nel primo caso abbiamo una mediazione tra sindacato e istituzioni statali e indirettamente tra lavoratore e datore di lavoro, nel secondo caso abbiamo un rapporto immediato tra holding del lavoro e lavoratore e tra holding e datore di lavoro (le istituzioni statali, come si vede, sono completamente assenti)
L'assenza delle istituzioni statali (certificazione del cambio di natura dello Stato) comporta automaticamente l'assenza di rappresentatività politica di questa formazione sociale scaturita da un determinato progetto politico. Una persona assennata dovrebbe o no indagare a fondo queste dinamiche?
Anche perché tutto questo rivolgimento ha come presupposto la transizione da un determinato rapporto sociale (di produzione) ad un altro e la convivenza più che ventennale (per capirci dal colpo di Stato chiamato Mani Pulite) ha favorito più che frenare o bloccare la transizione criminale.
Invece di inventarsi formazioni sociali rappresentative dei dominati oppure prendere in prestito comodamente quelle più congeniali all'impostazione politica, non sarebbe il caso di mettersi a studiare le dinamiche prodotte dal progetto criminale statunitense, magari a partire dal ruolo che rivestono i soggetti della mediazione?
Tutto questo, in maniera evidente, dimostra il cambio di natura dello Stato la cui conseguenza immediata è stata la totale inutilità dei concetti destra/sinistra, conflitto capitale/lavoro eccetera.
Partire da questo vuoto di rappresentatività politica e di conseguenza sindacale, dimostra quanto patetico è il discorso “umanitario” sui poveri sfruttati, sui lavoratori disagiati, sui disoccupati, mentre dimostra il ruolo che svolgono questi “discorsi” nel produrre un certo tipo di realtà determinata dai dominanti e determinante al nuovo corso.
Stessa dinamica che si riscontra nei discorsi umanitari contro i “dittatori”, narrazioni utili a produrre una certa determinata realtà, determinante agli interventi “umanitari” criminali.
Continuare a separare i due mondi non può che favorire quanto a parole si cerca di impedire.
S.M.
S.M.
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