Alloggia sicuramente negli spiriti di coloro che non si sono arresi al dominio politico d'oltreoceano un disgusto profondo per l'uso corrente del concetto di “sacrificio” in relazione alle manovre puramente economiche imposte agli italiani.
Non è un sacrificio quello richiesto agli italiani da questi traditori dell'interesse nazionale ma pura e semplice sottomissione.
Il sacrificio è ben altra cosa perché appartiene alla sfera “politica” che, ripetiamolo, non appartiene allo Stato italiano in quanto è un puro e semplice esecutore “economico” di politiche altrui.
Da un punto di vista filologico, quindi, il concetto positivo di “sacrificio” diventa negativo, appunto, quando si passa dallo stato di grazia di una popolazione sovrana a quello di disgrazia di una popolazione sottomessa.
Si è disposti al sacrificio per affermare un principio di libertà ma mai per una forma di schiavitù.
Non deve neppure sorprendere la mancata indignazione (quella con “I” maiuscola e non quella dei cervelli spenti, altro esempio di come un concetto si degrada quanto si mortifica lo spirito) generale per un uso così spregiudicato e meschino per togliere agli italiani anche l'ultimo riferimento alla dignità.
Distruggendo, non da oggi, lentamente la dignità di una popolazione, attraverso l'uso spregiudicato del concetto di “civiltà”, si è perduto lo spirito culturale che guida l'azione politica vera e propria.
Abbiamo accettato passivamente lo “scontro di civiltà” perché abilmente occultato il vero obiettivo della distruzione che si voleva realizzare: quello della cultura, ovvero dello spirito fiero che caratterizza una popolazione disposta a sacrificarsi per la propria indipendenza politica, cioè la possibilità di decidere autonomamente le proprie manovre economiche.
La mobilitazione politica non potrà mai esserci se il sentimento spirituale, che sostanzia la forma carnale, è spento.
Per la stessa ragione non vi potrà mai essere una mobilitazione in favore degli altri Stati soggetti ad aggressioni criminali. Chi non è disposto a difendere il proprio Stato come si può solo pensare sia disposto a farlo per gli altri?
Ancora, come si può risvegliare un simile sentimento se non si presta attenzione al carattere strutturalmente antinazionale come quello di uno Stato che affida a privati la gestione della fascia sociale scaturita dal progetto criminale ventennale?
Siamo in presenza di una quantità di forze in tensione non ancora liberate per l'uso totalmente disinvolto nell'affrontare i vari effetti senza prestare attenzione sufficiente alla causa principale.
Siamo ancora totalmente lontani dal mettere in relazione la nostra perdita di sovranità nazionale con ciò che questa perdita ha prodotto a livello di rapporti sociali (di produzione).
In tutto questo discorso il concetto di libertà è un puro cavallo di Troia se non viene messo in relazione al principio che lega il singolo individuo allo Stato, cioè al concetto di sovranità inteso come dovere inderogabile da parte dello Stato nel salvaguardare l'interesse generale e particolare della sua popolazione.
Nel momento stesso in cui uno Stato abdica al suo ruolo di responsabilità verso la sua popolazione significa che il concetto di libertà ha assunto la funzione di liberare lo Stato dal suo dovere principale: la difesa della propria popolazione. Lo Stato è stato venduto e la sua popolazione lasciata alla mercé di bande criminali. Se le cose stanno così, la popolazione non ha più nessun dovere verso lo Stato: “diritti e doveri, libertà e vincolo non sono da separare gli uni dagli altri, che la libertà presuppone l'inserimento in una più ampia totalità e che nel mondo moderno essa ha in uno stato forte il presupposto di fondo della sua esistenza” R. Rürup.
Per questo, credo, che quando uno Stato chiede sacrifici per la propria sottomissione non sia propriamente più uno Stato.
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