Ridotta all'osso la faccenda si potrebbe chiudere in questi termini: basta che non ci siano studenti, operai organizzati e precari, poi qualsiasi movimento, meglio se organizzato corporativisticamente, è genuino.
Questa la tesi di fondo prevalente di chi vorrebbe uno Stato potente, efficiente e produttivo. Una tesi politica che fino a ieri ha cercato in tutti i modi di solleticare l'interesse di determinati settori strategici “produttivi”, dichiarandosi all'altezza del “gran lavoro da fare” per spazzare via tutte quelle “incrostazioni” che, come una palla al piede, impedirebbero al paese di decollare.
Incentrati in analisi in campo geostrategico, questi pensatori efficienti e infaticabili, hanno strizzato l'occhio alla Cina “comunista” e alla Russia dell'Uomo Forte, ignorando non solo completamente la formazione sociale scaturita dal progetto comunista ma disprezzando precari, disoccupati e operai organizzati a vario titolo.
Una strategia di tutto rispetto, visto e considerato che, con un piccione imbonitore, si prendevano diverse allodole orfane delle grandi adunate dell'armata rossa.
Ora, per chi come noi, all'idea della questione nazionale ha sempre mantenuto fermo l'obiettivo di ancorarci la formazione sociale scaturita dal progetto criminale statunitense, certi progetti politici non facciamo fatica a contrastarli, anche in considerazione del fatto, niente affatto secondario, di saper distinguere le dirigenze marce sindacali e politiche rappresentative di quel mondo in decomposizione chiamata sinistra comunista, dagli orfani lasciati a sé stessi.
Non si capisce poi perché questo movimento muoverebbe da istanze genuine dimenticando, opportunisticamente, le istanze corporative di alcune categorie imprenditoriali, nella fattispecie agricoltura e trasporti, che da sempre hanno contribuito ad alimentare il marcio senza troppo preoccuparsi di farlo a spese di coloro che non avevano nessuna organizzazione che li sostenesse.
Un movimento composto da coloro che sono stati sempre dalla parte della maggioranza politica di turno siciliana e che adesso, improvvisamente, si travestono da opposizione chiaramente populista, con parole d'ordine che scimmiottano quelle della Lega, volendo far credere che oggi, in questo Stato fantoccio, vi sia veramente una parte sana e produttiva che lavora duro.
Chi la pensa in questo modo può andare tranquillamente a cagare.
Poi c'è la questione di chi, non avendo purtroppo trovato una forza politica che prendesse seriamente le redini della situazione dopo il crollo del muro di Berlino, si ritrova a leggere gli avvenimenti sociali e politici con la lente deformante dell'antifascismo, finendo per favorire ciò per cui crede di battersi. Al momento, e forse anche in seguito, sono cause perse o da considerare casi umani.
Abbiamo sempre detto che parlare di sfruttamento, al di fuori dei rapporti sociali di produzione, è il miglior modo per facilitare la riproduzione criminale che a parole si dice di voler combattere. E da questo punto non intendiamo retrocedere.
Il fatto che si sta preparando un vero e proprio ribaltamento dei rapporti sociali di produzione attraverso la transizione da una formazione sociale ad un’altra, vorrebbe essere del tutto ignorato.
Il valore dello sfruttamento, riferito al gradino sociale, è pari allo zero politico se non è ricondotto al rapporto sociale determinante alla riproduzione criminale stessa.
Il disoccupato e il precario hanno come mediatore l'azienda di collocamento che gestisce la loro disoccupazione e precarietà. La sottomissione all'azienda che gestisce la disoccupazione è immediata, mentre il rapporto di lavoro è soltanto mediato e quindi lo sfruttamento subisce una fase di traslazione che non si riduce nel processo lavorativo vero e proprio, ma soltanto nelle sue cause.
Allora è chiaro che la necessità di sviluppare, dai rapporti reali di vita, concetti di comprensione, mai identici nel corso della sottomissione alla mediazione, si presenta in forme del tutto diverse nel rapporto con il conflitto lavorativo, così pure nelle risposte capaci di soddisfare una forma adeguata per combatterlo.
Sembra, almeno a noi, che la tanto insistita constatazione di Marx, dalle opere giovanili al Capitale, del carattere storicamente determinato della produzione capitalistica, sia stata volutamente messa in disparte, al fine di svolgere con tutta tranquillità la più evoluta forma di abbattimento della formazione sociale salariata per far posto a quella precaria, esaltando la produttività del piccolo e medio imprenditore di sé stesso, tale da renderlo effettivamente libero: “Per tale via si perviene alla perfetta libertà del singolo: egli compie, senza violenza, un volontario trasferimento e nell'oggetto manifesta se stesso come mezzo per essere fine, ovvero nella propria particolare libertà trova la propria formale uguaglianza e si afferma come individuo attraverso la indifferente universalità della particolarità” (K. Marx, Lineamenti fondamentali)
E' sempre Marx a ricordarci in un testo del capitolo VI (inedito) del primo libro del Capitale: “Il presupposto perché il rapporto capitalistico si stabilisca è un determinato stadio storico, una determinata forma storica, della produzione sociale. E' necessario che, in seno a un modo di produzione antecedente, si siano sviluppati dei rapporti di produzione e circolazione e dei bisogni tali che premano verso il superamento degli antichi rapporti di produzione e la loro trasformazione nel rapporto capitalistico.”
E' lecito, quindi, guardare a questa nuova formazione sociale detta “precaria” come alla formazione sociale scaturita dal progetto criminale imperialista d'oltreoceano e attrezzare tutte le conoscenze teoriche che si dispongono al fine di svolgere una teoria antimperialista adeguata? Oppure, per dirla con Marx, dobbiamo aspettare che maturino prima i vecchi rapporti capitalistici e si affermi completamente l'Era Precaria?
Allora è chiaro che la necessità di sviluppare, dai rapporti reali di vita, concetti di comprensione, mai identici nel corso della sottomissione alla mediazione, si presenta in forme del tutto diverse nel rapporto con il conflitto lavorativo, così pure nelle risposte capaci di soddisfare una forma adeguata per combatterlo.
Sembra, almeno a noi, che la tanto insistita constatazione di Marx, dalle opere giovanili al Capitale, del carattere storicamente determinato della produzione capitalistica, sia stata volutamente messa in disparte, al fine di svolgere con tutta tranquillità la più evoluta forma di abbattimento della formazione sociale salariata per far posto a quella precaria, esaltando la produttività del piccolo e medio imprenditore di sé stesso, tale da renderlo effettivamente libero: “Per tale via si perviene alla perfetta libertà del singolo: egli compie, senza violenza, un volontario trasferimento e nell'oggetto manifesta se stesso come mezzo per essere fine, ovvero nella propria particolare libertà trova la propria formale uguaglianza e si afferma come individuo attraverso la indifferente universalità della particolarità” (K. Marx, Lineamenti fondamentali)
E' sempre Marx a ricordarci in un testo del capitolo VI (inedito) del primo libro del Capitale: “Il presupposto perché il rapporto capitalistico si stabilisca è un determinato stadio storico, una determinata forma storica, della produzione sociale. E' necessario che, in seno a un modo di produzione antecedente, si siano sviluppati dei rapporti di produzione e circolazione e dei bisogni tali che premano verso il superamento degli antichi rapporti di produzione e la loro trasformazione nel rapporto capitalistico.”
E' lecito, quindi, guardare a questa nuova formazione sociale detta “precaria” come alla formazione sociale scaturita dal progetto criminale imperialista d'oltreoceano e attrezzare tutte le conoscenze teoriche che si dispongono al fine di svolgere una teoria antimperialista adeguata? Oppure, per dirla con Marx, dobbiamo aspettare che maturino prima i vecchi rapporti capitalistici e si affermi completamente l'Era Precaria?
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