Alcuni anni fa – non tantissimi veramente – andava molto di moda parlare di “fine dell’ideologia” (pressoché tutti i pensatori liberali si erano innamorati di questa formulazione) e di fine della storia (vedi l’omonimo saggio di Fukuyama) : chi ha formulato simili pronostici è stato poi abbondantemente smentito dagli eventi. Anche la morte dello Stato-Nazione tante volte annunciata non si è poi verificata e non siamo entrati nella “costellazione post–nazionale” habermasiana, in quell’Impero liscio attraversato da migranti e moltitudini di cui parla pur “metafisicamente” Antonio Negri. Diamo per acquisito, quindi, che lo Stato-Nazione sia sopravvissuto alla sua crisi più profonda e che continua ad esercitare un ruolo insostituibile: è uscito trasformato e modificato da questa crisi, ma nella sua essenza profonda mantiene i caratteri distintivi a suo tempo individuati da Max Weber, soprattutto il monopolio della forza.
Tralasciando per ora le questioni legate al ruolo delle classi dominate all’interno degli Stati e il problema, indubbiamente di grandissima rilevanza, della formazione sociale scaturita dal progetto imperialista e delle forme che essa assume oggi in Italia e in Europa, vogliamo dire qualcosa sul ruolo dello Stato–Nazione dal punto di vista della politica estera, dato che gli Stati detengono una percentuale decisiva di sovranità, soprattutto a livello geo-politico e militare, con la quale occorre misurarsi. Infatti è in nome della “politica di potenza” che Israele decide di attaccare bombardando presunti siti nucleari in Siria o violare la neutralità dei mari attaccando navi battenti bandiere turche. Per lo stesso motivo Drone con i vessilli nazionali U.S.A. sorvolano il territorio iraniano, violando gli accordi internazionali, alimentando tensioni politiche per un ben preciso disegno strategico. Difronte a queste irruzioni della forza determinate dallo Stato-Nazione dominante, altre forme di Stato-Nazione, indubbiamente più deboli, come Cina e Russia ad esempio, devono comunque rispondervi in qualche modo: la Russia, interessata a mantenere la sovranità su ciò che è rimasto dell'ex Unione Sovietica, e la Cina cercando di mantenere integro il suo territorio minacciato da continue tensioni.
Una visione “realistica” della storia non può dunque – nonostante il tentativo pur interessante dal punto di vista filosofico, ma siccome con delle ricadute politiche specifiche, non esente dall'appoggiare un preciso disegno imperialistico statunitense – indugiare nell’idea di un Impero globalizzato che avrebbe annullato le nazioni e con esse ogni imperialismo. Ad un “utopismo” pacifista che copre in realtà la mancanza di una propria adeguata risposta alle sfide del presente, occorre rispondere attingendo alla lezione sempre valida dei grandi pensatori “realisti”: Tucidide, Machiavelli e, come vedremo fra poco, Carl Schmitt.
Schmitt è stato uno dei più grandi se non il più grande politologo del Novecento. Molti dei suoi testi, a cominciare da Le categorie del politico (1927) sono imprescindibili per chiunque sia interessato ad orientarsi criticamente nel panorama del pensiero politologico, a comprendere il “secolo del totalitarismo” e anche quell’epoca indecifrabile che definiamo “post-moderna”. E ciò perché egli si colloca in una fase storica nella quale lo Stato moderno vacilla ed entra in crisi sia a causa delle pesanti contraddizioni sociali e politiche che caratterizzano la contemporaneità, segnata dalla “Nazionalizzazione delle Masse” sia a causa dello sviluppo tecnologico sempre più incontrollato. Questa crisi dello Stato è a giudizio di Schmitt dovuta anche al carattere “neutrale” di un liberalismo parlamentare che in nome di un culto esangue della legalità non è in grado di misurarsi con le spinte centrifughe della società, cioè non ha la forza di imporre la propria sovranità fungendo da catalizzatore delle energie nazionali. Sullo sfondo di questa riflessione sullo Stato egli pone la contrapposizione di amico- nemico come elemento caratterizzante della dialettica politica. Essa per definizione non contempla la neutralità o il pacifismo, ma è punteggiata da continue, ricorrenti crisi strutturali che minacciano sempre l’ordine costituito.
Negli anni Venti, Schmitt opponeva al legalismo liberale la formula del legittimismo democratico: se nel primo binomio prevalgono le procedure parlamentari subordinate ad astruse e fumose alchimie parlamentari, nel secondo binomio si evoca la partecipazione, la mobilitazione diretta del popolo che entrando in scena e schierandosi a favore o contro determinate posizioni legittima russovianamente lo Stato.
A partire dagli anni quaranta e soprattutto negli scritti del secondo dopoguerra, pensiamo al Nomos della Terra (1950) a L’unità del mondo, (1951) o a L’ordinamento planetario dopo la seconda guerra mondiale (1962) Schmitt amplia l’orizzonte delle ricerche e, integrando gli esiti di Yalta nelle sue meditazioni, fa un salto di qualità analitico. Egli sviluppa la sua opposizione ad ogni visione “cosmopolitica” e universalistica della politica – sia nella versione nobile, cioè in quella kantiana, che nella versione contemporanea articolatasi prima nella Lega delle Nazioni ginevrina e poi nell’O.N.U. – in nome di una opposta e antitetica visione delle forze in gioco che affondano le radici nel carattere “ctonio”, cioè localizzato del diritto e della politica. Quando è esistito e laddove ha esercitato un ruolo decisivo, il diritto – vale a dire lo Jus publicum europeum – è stato il prodotto di istituzioni politiche legate ad un territorio preciso, in particolare all’Europa continentale. Solo con la modernità coloniale e con la visione anglosassone della politica, proiettata sul mare, si sarebbero create le premesse per quella trasformazione del concetto di guerra che criminalizza il nemico visto non più come justus hostis, ma come hostis generis humani cioè come nemico di tutta l’umanità e non meritevole di essere rispettato come combattente legittimo.
Schmitt critica l’universalismo dei “diritti dell’uomo” perché vede in essi solo una copertura di interessi egemonici: le guerre condotte in nome di una visione globalizzata dei diritti finiscono per criminalizzare l’avversario, delegittimandolo e riducendolo ad un volgare delinquente comune, cui è negato lo status di belligerante. Si veda il caso recentissimo di Gheddafi, vittima della politica della N.A.T.O. A tal proposito, nel lontano 1971 Schmitt, in netto anticipo rispetto agli eventi, sosteneva: “A me sembra che il mondo di oggi e l’umanità moderna siano assai lontani dall’unità politica. La polizia non è qualcosa di apolitico”.
Attualmente ci troviamo costantemente in una “situazione intermedia tra la guerra e la pace” in una pressoché totale assenza di regole di politica estera vincolanti: è una situazione in un certo senso analoga a quella descritta da Hobbes (autore al quale Schmitt dedicò diversi studi di grande profondità, tra i quali gli Scritti su Thomas Hobbes 1986) nel Leviatano, allorché parlava di uno “stato di natura” nel quale non vige alcun diritto vincolante.
Ridotta – ma non in maniera sostanziale – l’importanza degli Stati di piccola o media grandezza, egli ritiene che si sia entrati ormai fatalmente nell’epoca in cui i grandi blocchi continentali sono i veri e soli soggetti della politica. Protagonisti della storia saranno quindi i “grandi spazi” geopolitici che avranno integrato al loro interno una serie molteplice di Stati minori e, in virtù di una relativa pacificazione e stabilizzazione interna, dovranno competere con gli alti “blocchi continentali” non meno agguerriti e alla ricerca di una propria proiezione strategica. In buona sostanza, la storia descritta da Schmitt è quella che vediamo svolgersi sotto ai nostri occhi: si pensi agli U.S.A. gendarme planetario capace di ridisegnare a proprio piacimento l'ordine mondiale costituito; oppure alla Cina, lanciatasi alla conquista delle materie prime in Africa, adesso è costretta ad arretrare difronte agli Usa; oppure alla Russia, in grave difficoltà nel trovare un suo spazio geopolitico che possa veramente contrastare quello americano. Si pensi al Venezuela di Chàvez che unisce una propria vocazione antimperialista al richiamo storico di Simon Bolivar, eroe dell’indipendentismo sud-americano, all’alleanza con la Cuba di Castro e con la Bolivia di Morales.
Mentre l’Europa, attraverso la mediazione criminale dell'Unione Europea (progetto Usa), con l'eccezione della Gran Bretagna, è destinata ad essere dissanguata di risorse, proprio in funzione della perdita della sovranità nazionale degli Stati che la compongono, le risposte che finora vengono formulate sono tutte funzionali all'imminente catastrofe.
S.M.
giovedì 15 dicembre 2011
martedì 13 dicembre 2011
Quando si è con le spalle al muro occorre rompere anche il muro
Partiamo dal punto fondamentale, quello della produzione. Lo scopo principale della produzione è quello della riproduzione dell'individuo nei rapporti determinati con la popolazione all'interno di un ordinamento. In questo senso, l'importanza della produzione è costituita dal modo in cui socialmente si determina. Ogni rapporto di produzione è storicamente determinato, cioè non è dato naturalmente. Non è mai stato lo stesso e non sarà mai lo stesso nel tempo. Il cambiamento da un rapporto sociale di produzione all'altro presuppone, necessariamente, una transizione. Nella fase di transizione convivono, in un certo senso, entrambi i rapporti. Al fine di non far scontrare le due formazioni sociali - quella precedente ma ancora preponderante, con quella candidata a succedergli, ancora in embrione – bisogna fare in modo che il nuovo rapporto sociale di produzione fondato sulla nuova formazione sociale, nel nostro caso quella chiamata precaria, sia ricondotto, all'interno del vecchio rapporto sociale di produzione fondato sulla formazione sociale salariata, solo come accidente di percorso e non come progetto criminale vero e proprio.
Se il progetto criminale non contempla più il vecchio rapporto sociale di produzione, significa che la produzione, come abbiamo detto in precedenza, basata sulla precedente formazione sociale, non è più diretta a determinare la riproduzione dell'individuo all'interno della società costituita.
Se non è più determinante per riprodurre il vecchio rapporto sociale di produzione, interrotto ad opera del progetto criminale, è determinante invece per riprodurre il nuovo rapporto sociale di produzione, cioè a favorire la transizione criminale verso la nuova formazione sociale detta precaria.
Nell'atto della riproduzione stessa non si modificano solo le condizioni oggettive, ad esempio la nascita di nuovi quartieri per via di un centro commerciale, lo svuotamento di determinati quartieri per via del costo della vita troppo alto, ma si determinano nuovi tipi di relazioni, nuovi bisogni e anche un nuovo linguaggio.
In questo tipo di relazione sociale, essendo appunto nuovo, si fa fatica a viverci non solo per via delle difficoltà oggettive (condizioni di vita), ma soprattutto perché non si riescono a trovare le cause e, quindi, le vie giuste per difendersi e possibilmente uscirne con una risposta organizzata e all'altezza della sfida lanciata.
Per chi si trova da un momento all'altro precipitato in una realtà completamente sconosciuta e socialmente deprecata come quella detta convenzionalmente precaria (ma dovremmo imparare a chiamarla diversamente), la prima reazione è quella di colpevolizzarsi.
Ci si colpevolizza perché non se ne conoscono le cause, e anche perché è difficile immaginare che vi possa essere un progetto criminale specifico dietro tutto ciò.
Se poi si pensa che coloro che forniscono le risposte (sindacati, associazioni e partiti) ad una possibile via di uscita sono gli stessi che hanno accompagnato questa formazione sociale a determinare la transizione al nuovo rapporto sociale di produzione, le difficoltà sono ancora maggiori.
Le dinamiche del progetto criminale riscontrate a livello internazionale si ritrovano a livello di ricadute sociali nazionali e la ragione è perché anche gli Stati sono formazioni sociali particolari, e come tali subiscono le stesse determinazioni.
Uno Stato possiede la prerogativa nazionale quando ha il controllo reale dei mezzi di produzione determinanti, grazie ai quali ha la facoltà di esprimere una propria politica che, come tale ha delle ricadute economiche specifiche. Un tale Stato ha, di conseguenza, la propria sovranità monetaria.
Così come, questa determinata formazione sociale chiamata Stato, ha perduto le proprie prerogative nazionali grazie al ruolo di mediazione dell'Unione Europea per conto degli Usa, allo stesso modo, grazie al ruolo di mediazione delle agenzie del lavoro (multinazionali) i lavoratori hanno perduto le loro prerogative lavorative.
Chiaramente se uno Stato perde il controllo reale dei mezzi di produzione determinanti per esprimere la sua politica, significa che ha consegnato la sua popolazione nelle mani di uno Stato nazionale dominante, anche se questo Stato si serve, per perseguire il suo progetto criminale, di un soggetto della mediazione come l'Unione Europea.
Quando a livello internazionale si afferma una forma particolare di separazione tra chi detiene il controllo reale dei mezzi produttivi determinanti e chi è costretto a sottomettersi per poter esprimere una propria forma di sopravvivenza (formazione sociale chiamata Stato fantoccio), le ricadute economiche su una determinata formazione sociale di questo Stato (fantoccio) sono inevitabili.
Attenzione, però, appunto, a non generalizzare la ricaduta sociale, perché il nuovo rapporto sociale di produzione che si viene a creare, essendo determinato da un certo rapporto sociale a livello internazionale, è determinante solo per una certa formazione sociale di quello Stato.
Non è il grado di impoverimento generale a creare le condizioni del rapporto sociale, ma la costituzione (forma) del rapporto stesso.
La separazione tra produttori (Stati), cioè tra chi detiene il controllo reale dei mezzi di produzione e chi non li ha, potremmo definirla come una forma di appropriazione capitalistica da parte dello Stato nazionale dominante che, così facendo crea le (sue) condizioni determinanti per una forma di accumulazione capitalistica dalla quale ne scaturirà una forma di politica determinante per definire le scelte (solo) economiche degli Stati dominati (espropriati delle facoltà politiche).
Solo in questo contesto si può comprendere il ruolo determinante delle mediazioni criminali e impostare la risposta politica su direttrici reali e non campate su suggestioni propagandistiche da personaggi rotti a tutto.
S.M.
Se il progetto criminale non contempla più il vecchio rapporto sociale di produzione, significa che la produzione, come abbiamo detto in precedenza, basata sulla precedente formazione sociale, non è più diretta a determinare la riproduzione dell'individuo all'interno della società costituita.
Se non è più determinante per riprodurre il vecchio rapporto sociale di produzione, interrotto ad opera del progetto criminale, è determinante invece per riprodurre il nuovo rapporto sociale di produzione, cioè a favorire la transizione criminale verso la nuova formazione sociale detta precaria.
Nell'atto della riproduzione stessa non si modificano solo le condizioni oggettive, ad esempio la nascita di nuovi quartieri per via di un centro commerciale, lo svuotamento di determinati quartieri per via del costo della vita troppo alto, ma si determinano nuovi tipi di relazioni, nuovi bisogni e anche un nuovo linguaggio.
In questo tipo di relazione sociale, essendo appunto nuovo, si fa fatica a viverci non solo per via delle difficoltà oggettive (condizioni di vita), ma soprattutto perché non si riescono a trovare le cause e, quindi, le vie giuste per difendersi e possibilmente uscirne con una risposta organizzata e all'altezza della sfida lanciata.
Per chi si trova da un momento all'altro precipitato in una realtà completamente sconosciuta e socialmente deprecata come quella detta convenzionalmente precaria (ma dovremmo imparare a chiamarla diversamente), la prima reazione è quella di colpevolizzarsi.
Ci si colpevolizza perché non se ne conoscono le cause, e anche perché è difficile immaginare che vi possa essere un progetto criminale specifico dietro tutto ciò.
Se poi si pensa che coloro che forniscono le risposte (sindacati, associazioni e partiti) ad una possibile via di uscita sono gli stessi che hanno accompagnato questa formazione sociale a determinare la transizione al nuovo rapporto sociale di produzione, le difficoltà sono ancora maggiori.
Le dinamiche del progetto criminale riscontrate a livello internazionale si ritrovano a livello di ricadute sociali nazionali e la ragione è perché anche gli Stati sono formazioni sociali particolari, e come tali subiscono le stesse determinazioni.
Uno Stato possiede la prerogativa nazionale quando ha il controllo reale dei mezzi di produzione determinanti, grazie ai quali ha la facoltà di esprimere una propria politica che, come tale ha delle ricadute economiche specifiche. Un tale Stato ha, di conseguenza, la propria sovranità monetaria.
Così come, questa determinata formazione sociale chiamata Stato, ha perduto le proprie prerogative nazionali grazie al ruolo di mediazione dell'Unione Europea per conto degli Usa, allo stesso modo, grazie al ruolo di mediazione delle agenzie del lavoro (multinazionali) i lavoratori hanno perduto le loro prerogative lavorative.
Chiaramente se uno Stato perde il controllo reale dei mezzi di produzione determinanti per esprimere la sua politica, significa che ha consegnato la sua popolazione nelle mani di uno Stato nazionale dominante, anche se questo Stato si serve, per perseguire il suo progetto criminale, di un soggetto della mediazione come l'Unione Europea.
Quando a livello internazionale si afferma una forma particolare di separazione tra chi detiene il controllo reale dei mezzi produttivi determinanti e chi è costretto a sottomettersi per poter esprimere una propria forma di sopravvivenza (formazione sociale chiamata Stato fantoccio), le ricadute economiche su una determinata formazione sociale di questo Stato (fantoccio) sono inevitabili.
Attenzione, però, appunto, a non generalizzare la ricaduta sociale, perché il nuovo rapporto sociale di produzione che si viene a creare, essendo determinato da un certo rapporto sociale a livello internazionale, è determinante solo per una certa formazione sociale di quello Stato.
Non è il grado di impoverimento generale a creare le condizioni del rapporto sociale, ma la costituzione (forma) del rapporto stesso.
La separazione tra produttori (Stati), cioè tra chi detiene il controllo reale dei mezzi di produzione e chi non li ha, potremmo definirla come una forma di appropriazione capitalistica da parte dello Stato nazionale dominante che, così facendo crea le (sue) condizioni determinanti per una forma di accumulazione capitalistica dalla quale ne scaturirà una forma di politica determinante per definire le scelte (solo) economiche degli Stati dominati (espropriati delle facoltà politiche).
Solo in questo contesto si può comprendere il ruolo determinante delle mediazioni criminali e impostare la risposta politica su direttrici reali e non campate su suggestioni propagandistiche da personaggi rotti a tutto.
S.M.
sabato 10 dicembre 2011
Pavidi, reazionari e sottomessi: il cosiddetto ceto medio.
Coloro i quali invocano la sovranità, l'uscita dall'euro e l'indipendenza dall'Europa solleticando il ceto medio (questo strato sociale spalmato, come una marmellata scaduta, in tutti gli schieramenti politici parlamentari, come in quelli restati fuori) attraverso il meschino interesse messo a repentaglio dalla “crisi”, non ne caveranno un ragno dal buco.
Purtroppo, è ancora in voga la convinzione di potersi rivolgere alla popolazione attraverso l'interesse generale, cadendo, in questo modo, nella stessa trappola dei criminali che stanno attuando il progetto infame di definitiva sottomissione.
Anche gli scellerati e inconcludenti fautori dell'indignazione generale usano la stessa propaganda: siamo il 99% contro l'1%, sorretti da quelli che abbiamo indicato come le sentinelle della società civile, meschini pezzenti che hanno consentito alla transizione criminale di potersi attuare attraverso la pacificazione sociale (manifestazioni d'impotenza, passeggiate romane con tanto di bandiere, oratori sinistri rotti a tutte le peggio esperienze).
Siamo in guerra! Partiamo da questo dato di fatto che spaventa tantissimo il ceto medio abituato alla pacificazione sociale, alla retorica umanista, alla comunità solidale e fraterna, alla lotta di classe ingaggiata non con il fioretto ma con i fiori e i Fiorello (dodici milioni di cervelli all'ammasso).
Il ceto medio lo si ritrova in tutte le porcherie partorite dal dopoguerra: nei comunisti come nei fascisti, tra i cattolici come nelle chiese protestanti. Destri e sinistri uniti dalla stessa propensione alla sottomissione Usa.
Inutile parlare al ceto medio, cioè alla popolazione indifferentemente intesa, perché così facendo non si crea la scissione necessaria alla chiarezza: coloro che sono disposti a mettersi in gioco non per l'interesse generale, ma coloro che rappresentano, oggi, l'interesse particolare, grazie al quale mettere in moto il processo attuativo capace di condurci al recupero della sovranità nazionale attraverso la formazione sociale scaturita dal progetto criminale.
Il ceto medio è un'accozzaglia di meschini interessi, di putridi voltagabbana, di traditori e vigliacchi.
Il ceto medio è un ceto che segue pedissequamente il potere, soprattutto il potere che lo porterà alla rovina. È un ceto medio incapace di prendere decisioni, di esprimere una propria idea. Coltiva semplicemente opinioni su opinioni, spesso in contraddizione le une con le altre. Un ceto rincoglionito da troppi anni passati ad obbedire senza fare domande, incondizionatamente.
Rendiamoci conto, una volta per tutte, che stiamo coltivando la serpe in casa nostra. Una serpe velenosissima che paralizzerà ogni nostra attività. Questa serpe sono vent'anni che viene coltivata per trasformare definitivamente il rapporto sociale di produzione così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi: il lavoratore salariato.
Ci si renda conto, una buona volta, che questa trasformazione non può essere arrestata dalle cosiddette “parti sociali”, qualsiasi esse siano, per il fatto che non guardano alla nuova formazione sociale in atto che si ostinano a chiamare genericamente “precaria” - cioè totalmente svincolata da qualsiasi rapporto, come se si sostenesse in assenza di gravità – mentre invece è costitutiva del nuovo disegno sociale criminale.
Ancora ci viene propinata la necessità dello scontro capitale/lavoro, facendo credere che il mezzo sia il fine mentre, così facendo, hanno perduto di vista completamente sia il mezzo e tanto più il fine: il rapporto sociale di produzione, di cui la fabbrica ne è un semplice mezzo facilmente trasportabile altrove, visto e considerato che ciò che conta è l'azienda (e quindi la nazione particolare di riferimento, nel caso della Fiat, ad esempio, gli Usa) e non certo la fabbrica (appendice dell'interesse della nazione dominante all'interno dello Stato fantoccio).
Una volta che questa formazione sociale, costituita dalla mediazione criminale delle agenzie speculative del lavoro, sarà l'elemento costitutivo del nuovo rapporto sociale di produzione sul quale sarà basata la società di questo Stato fantoccio, cioè uno Stato succube della mediazione criminale dell'Unione Europea per mezzo degli Usa, anche il ceto medio così come l'abbiamo conosciuto, cioè un'inutile ameba, sarà altra cosa.
S.M.
Purtroppo, è ancora in voga la convinzione di potersi rivolgere alla popolazione attraverso l'interesse generale, cadendo, in questo modo, nella stessa trappola dei criminali che stanno attuando il progetto infame di definitiva sottomissione.
Anche gli scellerati e inconcludenti fautori dell'indignazione generale usano la stessa propaganda: siamo il 99% contro l'1%, sorretti da quelli che abbiamo indicato come le sentinelle della società civile, meschini pezzenti che hanno consentito alla transizione criminale di potersi attuare attraverso la pacificazione sociale (manifestazioni d'impotenza, passeggiate romane con tanto di bandiere, oratori sinistri rotti a tutte le peggio esperienze).
Siamo in guerra! Partiamo da questo dato di fatto che spaventa tantissimo il ceto medio abituato alla pacificazione sociale, alla retorica umanista, alla comunità solidale e fraterna, alla lotta di classe ingaggiata non con il fioretto ma con i fiori e i Fiorello (dodici milioni di cervelli all'ammasso).
Il ceto medio lo si ritrova in tutte le porcherie partorite dal dopoguerra: nei comunisti come nei fascisti, tra i cattolici come nelle chiese protestanti. Destri e sinistri uniti dalla stessa propensione alla sottomissione Usa.
Inutile parlare al ceto medio, cioè alla popolazione indifferentemente intesa, perché così facendo non si crea la scissione necessaria alla chiarezza: coloro che sono disposti a mettersi in gioco non per l'interesse generale, ma coloro che rappresentano, oggi, l'interesse particolare, grazie al quale mettere in moto il processo attuativo capace di condurci al recupero della sovranità nazionale attraverso la formazione sociale scaturita dal progetto criminale.
Il ceto medio è un'accozzaglia di meschini interessi, di putridi voltagabbana, di traditori e vigliacchi.
Il ceto medio è un ceto che segue pedissequamente il potere, soprattutto il potere che lo porterà alla rovina. È un ceto medio incapace di prendere decisioni, di esprimere una propria idea. Coltiva semplicemente opinioni su opinioni, spesso in contraddizione le une con le altre. Un ceto rincoglionito da troppi anni passati ad obbedire senza fare domande, incondizionatamente.
Rendiamoci conto, una volta per tutte, che stiamo coltivando la serpe in casa nostra. Una serpe velenosissima che paralizzerà ogni nostra attività. Questa serpe sono vent'anni che viene coltivata per trasformare definitivamente il rapporto sociale di produzione così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi: il lavoratore salariato.
Ci si renda conto, una buona volta, che questa trasformazione non può essere arrestata dalle cosiddette “parti sociali”, qualsiasi esse siano, per il fatto che non guardano alla nuova formazione sociale in atto che si ostinano a chiamare genericamente “precaria” - cioè totalmente svincolata da qualsiasi rapporto, come se si sostenesse in assenza di gravità – mentre invece è costitutiva del nuovo disegno sociale criminale.
Ancora ci viene propinata la necessità dello scontro capitale/lavoro, facendo credere che il mezzo sia il fine mentre, così facendo, hanno perduto di vista completamente sia il mezzo e tanto più il fine: il rapporto sociale di produzione, di cui la fabbrica ne è un semplice mezzo facilmente trasportabile altrove, visto e considerato che ciò che conta è l'azienda (e quindi la nazione particolare di riferimento, nel caso della Fiat, ad esempio, gli Usa) e non certo la fabbrica (appendice dell'interesse della nazione dominante all'interno dello Stato fantoccio).
Una volta che questa formazione sociale, costituita dalla mediazione criminale delle agenzie speculative del lavoro, sarà l'elemento costitutivo del nuovo rapporto sociale di produzione sul quale sarà basata la società di questo Stato fantoccio, cioè uno Stato succube della mediazione criminale dell'Unione Europea per mezzo degli Usa, anche il ceto medio così come l'abbiamo conosciuto, cioè un'inutile ameba, sarà altra cosa.
S.M.
lunedì 5 dicembre 2011
La "precarietà" come rapporto sociale determinato
Premessa necessaria e non sufficiente: se non entra in testa è molto probabile che, più prima che poi, entri in culo.
Se chiedete a un “sinistro”, magari anche convintamente comunista, del perché in questi ultimi vent’anni (anni decisivi per la preparazione alla transizione criminale) la cosiddetta precarietà sia stata del tutto assente all’interno del quadro politico, soprattutto in riferimento alle analisi riferite alle contraddizioni dei rapporti sociali, non contemplando assolutamente l’importanza della nascita di questa formazione sociale soprattutto in relazione alla produzione dei nuovi rapporti sociali che si stavano determinando, vi dirà che non è vero che non è stata contemplata per il fatto che hanno sempre denunciato lo sfruttamento dei lavoratori precari.
Ecco, per i sinistri, anche comunisti, la cifra del discorso politico è lo sfruttamento fine a sé stesso.
Parlare di sfruttamento, al di fuori dei rapporti sociali di produzione, è il miglior modo per facilitare la riproduzione criminale che a parole si dice di combattere.
Il fatto che si stesse preparando un vero e proprio ribaltamento dei rapporti sociali di produzione attraverso la transizione da una formazione sociale ad un’altra, oltre al fatto non secondario che a consentirla siano stati proprio coloro che denunciavano lo sfruttamento, viene completamente ignorato.
Perché lo sfruttamento (se veramente vogliamo usare questo concetto) fine a sé stesso favorisce la riproduzione criminale lo capirebbe anche un bambino (lo sfruttamento al di fuori dei rapporti sociali di produzione è formalismo giuridico).
I sinistri, con “percezione” comunista, si guardano bene dal sostanziare questo formalismo dello sfruttamento.
Il valore dello sfruttamento, riferito al gradino sociale, è pari allo zero politico se non è ricondotto al rapporto sociale determinante alla riproduzione criminale stessa.
Il sinistro, anche comunista, nel momento che interpreta l’azione politica di Mani Pulite come una forma di giustizia sociale, non solo non capisce nulla dello “sfruttamento”, ma non è in grado di cogliere la leva sociale sulla quale andrà a formarsi ed affermarsi l’azione politica stessa.
Nel momento in cui i sindacati rivendicano i “diritti” dei lavoratori garantiti dalla costituzione e dai contratti collettivi e allo stesso tempo, gli stessi sindacati, si prestano a “certificare” la “formazione” dei lavoratori costretti a consegnarsi nelle mani criminali delle “agenzie del lavoro”, ritrovandoli al colmo della soddisfazione all’interno delle “nuove espressioni contrattuali avanzate”, significa appunto il totale vuoto concettuale dello sfruttamento.
Se non si riesce ancora a comprendere il ruolo che hanno avuto i sindacati nell’affermare la formazione sociale nata dal progetto criminale statunitense (ripeto: nata da un determinato progetto in quanto progetto determinante, cioè da parte della nazione dominante capace di sviluppare una politica su uno Stato dominato, e come tale, quindi, costretto a sviluppare un’azione puramente economica) è del tutto “naturale” pensare a questa formazione sociale in termini di precarietà, cioè di sfruttamento.
Allora, perché meravigliarci se i sinistri sono, insieme ai destri, accomunati dalla stessa visione criminale di coloro che hanno progettato e realizzato questo rapporto sociale determinante per la sottomissione definitiva del nostro Stato?
Quando noi affermiamo una Terza Linea gli imbecilli pensano ad una Terza Posizione in quanto non conoscono la differenza che passa tra una specifica linea politica da una semplice posizione politica.
Ci si può posizionare all’interno di un’area antimperialista e non trovare nessuna teoria politica che abbia, come processo attuativo, una formazione sociale scaturita dal progetto imperialista. Così come ci si può posizionare all’interno di un’area anticapitalista e non trovare nessun processo attuativo che contempli un’azione antimperialistica verso gli Usa (trovandoci invece un filoimperialismo indecente).
Confondere la posizione politica con la linea politica è il segno della mancanza di comprensione dei rapporti sociali che si sono determinati negli ultimi vent’anni.
Il sinistro, meglio se anche comunista, è il soggetto sociale più funzionale nell’interpretare come azione politica una pura e semplice imposizione economica da parte della nazione dominante (quindi capace di sviluppare un determinante progetto politico), riuscendo a mascherare questo determinante rapporto sociale tra formazioni sociali, in chiave di “scelte economiche” da parte di una “casta politica”. Una miscela di banalità coperte da mezze verità: una forma di giustizialismo imperialista in assenza, adesso, dell’antiberlusconismo.
Il sinistro, con l’aggravante di sentirsi comunista, non potrà mai trovare l’anello di congiunzione determinante insito nelle mediazioni criminali, per il semplice motivo che non riesce a vedere a livello internazionale il ruolo centrale degli Stati nazionali.
Un sinistro, meglio se comunista, vede nell’Unione Europea solo una lobby finanziaria, ma mai accetterà di vedere nell’Unione Europea il cavallo di Troia (soggetto della mediazione criminale) statunitense per spogliare gli Stati delle loro prerogative nazionali.
Così come non riuscirà mai a vedere nelle agenzie del lavoro, in cui sono costretti a passare i disoccupati, la stessa mediazione criminale riscontrata a livello internazionale.
Perché questo vuoto concettuale? Perché non esiste nessun ragionamento sui rapporti sociali a livello internazionale e a livello nazionale, e quindi nessuna visione di collegamento tra le guerre imperialistiche e le conseguenti ricadute sociali a livello nazionale nella formazione di una determinata, e quindi determinante per l’affermazione di un certo rapporto sociale, formazione sociale banalmente descritta come “precaria”, cioè sfruttata.
P.S.
Ancora vedo aggirarsi i mestatori del torbido, quelli che hanno fatto le lodi all’indignazione, quelli che hanno preso per il culo poveri imbecilli attraverso slogan “Noi la crisi non la paghiamo” (adesso, almeno, linciateli), quelli che si sono andati ad infilare nel movimento sorosiano del 15 ottobre (ringrazio gli “incappucciati” per avergli rovinato la passeggiata).
Brutti segnali che non lasciano pensare niente di buono. Specialmente se, anche quelli che sembrano capire qualcosa, continuano ad appellarsi al popolo, al ceto medio, o all’impoverimento generale.
Volersi sollevare da terra attraverso la questione nazionale, senza nessun ancoraggio alla formazione sociale scaturita dal progetto criminale statunitense (lo ripeto fino alla noia), è come pensare di volare meglio senza aria perché così non c'è nessun attrito.
S.M.
Se chiedete a un “sinistro”, magari anche convintamente comunista, del perché in questi ultimi vent’anni (anni decisivi per la preparazione alla transizione criminale) la cosiddetta precarietà sia stata del tutto assente all’interno del quadro politico, soprattutto in riferimento alle analisi riferite alle contraddizioni dei rapporti sociali, non contemplando assolutamente l’importanza della nascita di questa formazione sociale soprattutto in relazione alla produzione dei nuovi rapporti sociali che si stavano determinando, vi dirà che non è vero che non è stata contemplata per il fatto che hanno sempre denunciato lo sfruttamento dei lavoratori precari.
Ecco, per i sinistri, anche comunisti, la cifra del discorso politico è lo sfruttamento fine a sé stesso.
Parlare di sfruttamento, al di fuori dei rapporti sociali di produzione, è il miglior modo per facilitare la riproduzione criminale che a parole si dice di combattere.
Il fatto che si stesse preparando un vero e proprio ribaltamento dei rapporti sociali di produzione attraverso la transizione da una formazione sociale ad un’altra, oltre al fatto non secondario che a consentirla siano stati proprio coloro che denunciavano lo sfruttamento, viene completamente ignorato.
Perché lo sfruttamento (se veramente vogliamo usare questo concetto) fine a sé stesso favorisce la riproduzione criminale lo capirebbe anche un bambino (lo sfruttamento al di fuori dei rapporti sociali di produzione è formalismo giuridico).
I sinistri, con “percezione” comunista, si guardano bene dal sostanziare questo formalismo dello sfruttamento.
Il valore dello sfruttamento, riferito al gradino sociale, è pari allo zero politico se non è ricondotto al rapporto sociale determinante alla riproduzione criminale stessa.
Il sinistro, anche comunista, nel momento che interpreta l’azione politica di Mani Pulite come una forma di giustizia sociale, non solo non capisce nulla dello “sfruttamento”, ma non è in grado di cogliere la leva sociale sulla quale andrà a formarsi ed affermarsi l’azione politica stessa.
Nel momento in cui i sindacati rivendicano i “diritti” dei lavoratori garantiti dalla costituzione e dai contratti collettivi e allo stesso tempo, gli stessi sindacati, si prestano a “certificare” la “formazione” dei lavoratori costretti a consegnarsi nelle mani criminali delle “agenzie del lavoro”, ritrovandoli al colmo della soddisfazione all’interno delle “nuove espressioni contrattuali avanzate”, significa appunto il totale vuoto concettuale dello sfruttamento.
Se non si riesce ancora a comprendere il ruolo che hanno avuto i sindacati nell’affermare la formazione sociale nata dal progetto criminale statunitense (ripeto: nata da un determinato progetto in quanto progetto determinante, cioè da parte della nazione dominante capace di sviluppare una politica su uno Stato dominato, e come tale, quindi, costretto a sviluppare un’azione puramente economica) è del tutto “naturale” pensare a questa formazione sociale in termini di precarietà, cioè di sfruttamento.
Allora, perché meravigliarci se i sinistri sono, insieme ai destri, accomunati dalla stessa visione criminale di coloro che hanno progettato e realizzato questo rapporto sociale determinante per la sottomissione definitiva del nostro Stato?
Quando noi affermiamo una Terza Linea gli imbecilli pensano ad una Terza Posizione in quanto non conoscono la differenza che passa tra una specifica linea politica da una semplice posizione politica.
Ci si può posizionare all’interno di un’area antimperialista e non trovare nessuna teoria politica che abbia, come processo attuativo, una formazione sociale scaturita dal progetto imperialista. Così come ci si può posizionare all’interno di un’area anticapitalista e non trovare nessun processo attuativo che contempli un’azione antimperialistica verso gli Usa (trovandoci invece un filoimperialismo indecente).
Confondere la posizione politica con la linea politica è il segno della mancanza di comprensione dei rapporti sociali che si sono determinati negli ultimi vent’anni.
Il sinistro, meglio se anche comunista, è il soggetto sociale più funzionale nell’interpretare come azione politica una pura e semplice imposizione economica da parte della nazione dominante (quindi capace di sviluppare un determinante progetto politico), riuscendo a mascherare questo determinante rapporto sociale tra formazioni sociali, in chiave di “scelte economiche” da parte di una “casta politica”. Una miscela di banalità coperte da mezze verità: una forma di giustizialismo imperialista in assenza, adesso, dell’antiberlusconismo.
Il sinistro, con l’aggravante di sentirsi comunista, non potrà mai trovare l’anello di congiunzione determinante insito nelle mediazioni criminali, per il semplice motivo che non riesce a vedere a livello internazionale il ruolo centrale degli Stati nazionali.
Un sinistro, meglio se comunista, vede nell’Unione Europea solo una lobby finanziaria, ma mai accetterà di vedere nell’Unione Europea il cavallo di Troia (soggetto della mediazione criminale) statunitense per spogliare gli Stati delle loro prerogative nazionali.
Così come non riuscirà mai a vedere nelle agenzie del lavoro, in cui sono costretti a passare i disoccupati, la stessa mediazione criminale riscontrata a livello internazionale.
Perché questo vuoto concettuale? Perché non esiste nessun ragionamento sui rapporti sociali a livello internazionale e a livello nazionale, e quindi nessuna visione di collegamento tra le guerre imperialistiche e le conseguenti ricadute sociali a livello nazionale nella formazione di una determinata, e quindi determinante per l’affermazione di un certo rapporto sociale, formazione sociale banalmente descritta come “precaria”, cioè sfruttata.
P.S.
Ancora vedo aggirarsi i mestatori del torbido, quelli che hanno fatto le lodi all’indignazione, quelli che hanno preso per il culo poveri imbecilli attraverso slogan “Noi la crisi non la paghiamo” (adesso, almeno, linciateli), quelli che si sono andati ad infilare nel movimento sorosiano del 15 ottobre (ringrazio gli “incappucciati” per avergli rovinato la passeggiata).
Brutti segnali che non lasciano pensare niente di buono. Specialmente se, anche quelli che sembrano capire qualcosa, continuano ad appellarsi al popolo, al ceto medio, o all’impoverimento generale.
Volersi sollevare da terra attraverso la questione nazionale, senza nessun ancoraggio alla formazione sociale scaturita dal progetto criminale statunitense (lo ripeto fino alla noia), è come pensare di volare meglio senza aria perché così non c'è nessun attrito.
S.M.
venerdì 2 dicembre 2011
Me ne sbatto altamente.
Forse non ci siamo capiti, a me non interessa un emerito cazzo di analizzare la “crisi”, quanto piuttosto di liberare una formazione sociale particolare dalle celle in cui è stata confinata.
Questa, come ho detto altre volte, è una lotta che va combattuta per celle, e siccome questo tipo di lotta non appartiene sicuramente ai sinistrati, dove i comunisti rappresentano la più cieca reazione, non si può rimanere prigionieri delle etichette ideologiche.
Coloro che si preoccupano più dell'identità ideologica che dell'impianto teorico organizzativo è meglio che continuino ad abbaiare alla luna dietro lo schermo protettivo del computer, della loro coscienza infelice non sappiamo che farci.
Come non mi interessa un granché lo sviluppo discorsivo, e la messa in luce di “verità oggettive” su quello che questi infami che ci governano intendono compiere, senza indicare a quale formazione sociale ci si sta rivolgendo.
La generalizzazione è un'altra forma d'impotenza teorica e organizzativa, l'altra faccia della feccia sinistrata.
Ripeto, per l'ennesima volta, il mio totale disinteresse per l'impoverimento generale del ceto medio, attraverso il quale si vorrebbe affermare la sovranità nazionale.
Questo tipo di affermazione politica mi suscita un profondo schifo e indica, inequivocabilmente, l'ipocrita attacco a letture economicistiche per farle rientrare dalla finestra attraverso la sollecitazione populistica dell'impoverimento generale.
Chi pensa di sviluppare questo tipo di politica, evidentemente, cerca il supporto di “interessi economici particolari” che hanno tutto l'interesse nell'affermarsi mantenendo la solita formazione sociale allo stato brado.
Qualsiasi tipo di affermazione della questione nazionale, svincolata dalla formazione sociale scaturita dal progetto criminale statunitense, è un'altra forma di imperialismo criminale, cioè di un imperialismo mafioso costituito per bande.
Analisi scaturite da parte di chi ha il culo al caldo devono essere lasciate fuori dalla porta.
Abbiamo già per troppo tempo subito il fascino della fedeltà ai testi per poi ritrovarci nelle maglie del più sporco opportunismo.
Non mi interessa affermare una posizione ultraminoritaria fallimentare, e neppure la navigazione in mare aperto attraverso una zattera, quanto piuttosto avere chiaro l'obiettivo politico: la formazione sociale particolare dove mettere in moto il processo attuativo.
Questi saranno i temi che si dovranno affrontare nel prossimo incontro che si terrà entro il mese di dicembre o nei primi giorni di gennaio.
S.M.
Questa, come ho detto altre volte, è una lotta che va combattuta per celle, e siccome questo tipo di lotta non appartiene sicuramente ai sinistrati, dove i comunisti rappresentano la più cieca reazione, non si può rimanere prigionieri delle etichette ideologiche.
Coloro che si preoccupano più dell'identità ideologica che dell'impianto teorico organizzativo è meglio che continuino ad abbaiare alla luna dietro lo schermo protettivo del computer, della loro coscienza infelice non sappiamo che farci.
Come non mi interessa un granché lo sviluppo discorsivo, e la messa in luce di “verità oggettive” su quello che questi infami che ci governano intendono compiere, senza indicare a quale formazione sociale ci si sta rivolgendo.
La generalizzazione è un'altra forma d'impotenza teorica e organizzativa, l'altra faccia della feccia sinistrata.
Ripeto, per l'ennesima volta, il mio totale disinteresse per l'impoverimento generale del ceto medio, attraverso il quale si vorrebbe affermare la sovranità nazionale.
Questo tipo di affermazione politica mi suscita un profondo schifo e indica, inequivocabilmente, l'ipocrita attacco a letture economicistiche per farle rientrare dalla finestra attraverso la sollecitazione populistica dell'impoverimento generale.
Chi pensa di sviluppare questo tipo di politica, evidentemente, cerca il supporto di “interessi economici particolari” che hanno tutto l'interesse nell'affermarsi mantenendo la solita formazione sociale allo stato brado.
Qualsiasi tipo di affermazione della questione nazionale, svincolata dalla formazione sociale scaturita dal progetto criminale statunitense, è un'altra forma di imperialismo criminale, cioè di un imperialismo mafioso costituito per bande.
Analisi scaturite da parte di chi ha il culo al caldo devono essere lasciate fuori dalla porta.
Abbiamo già per troppo tempo subito il fascino della fedeltà ai testi per poi ritrovarci nelle maglie del più sporco opportunismo.
Non mi interessa affermare una posizione ultraminoritaria fallimentare, e neppure la navigazione in mare aperto attraverso una zattera, quanto piuttosto avere chiaro l'obiettivo politico: la formazione sociale particolare dove mettere in moto il processo attuativo.
Questi saranno i temi che si dovranno affrontare nel prossimo incontro che si terrà entro il mese di dicembre o nei primi giorni di gennaio.
S.M.
giovedì 1 dicembre 2011
Conseguenze gravi ad andare per Monti, ma per chi?
Già, per chi?
Partiamo da un dato apparentemente inconfutabile: la composita stratificazione sociale non permette di individuare una componente ferma sulla quale esprimere con certezza qualcosa di definitivo.
Questa definizione, che contiene una verità, è la stessa che attraversa tutta l'ideologia dominante, la quale apprezza, e come non potrebbe, che non vi siano punti fermi per conoscere tutta la catena sociale.
Eppure, se si ha la capacità intellettuale di leggere gli “interventi umanitari” come guerre imperialistiche e di indicare come responsabile una nazione dominante particolare, gli Usa, non si capisce perché dovrebbe essere così impossibile comprendere la trasformazione sociale che tale progetto comporta sugli Stati che perdono la loro sovranità.
Quando affermiamo che destra e sinistra non hanno senso, senza indicare la cornice entro la quale perdono di senso, cioè la mancanza di sovranità nazionale, si dice una mezza verità, e come tutte le mezze verità non spiega niente e conduce dove prevale l'ideologia dominante.
Anche se si comprendesse appieno la trasformazione di un certo rapporto sociale, quindi le dinamiche che hanno portato alla nascita di una certa formazione sociale, tutto ciò sarebbe un semplice esercizio intellettuale se non si intervenisse politicamente sulla comprensione di questo processo (che non è un processo naturale, ma un preciso progetto criminale) attraverso noi stessi, producendolo noi stessi per i nostri fini.
Se pensassimo, come sembra essere in prevalenza, che basti affermare una verità per produrre realtà, oggi non saremmo in queste condizioni.
In termini generali la società è un complesso intreccio d'interessi, ma la dinamica oggettiva che sostituisce un certo rapporto sociale ad un altro è una comprensione politica di un processo che poggia sugli interessi: è la comprensione politica di un movimento economico.
Allora, per dare senso politico al superamento destra/sinistra bisogna conferire dignità politica alla formazione sociale scaturita dal progetto criminale Usa, dimostrando a questa formazione sociale particolare chi sono i veri responsabili a livello internazionale, e i loro aguzzini a livello politico, sindacale, ecc., della loro esistenza.
Solo in questo modo si smaschera il gioco dell'oca del conflitto capitale/lavoro, la mascherata ideologica della lotta di classe impostata dogmaticamente, e le sfiancanti manifestazioni d'impotenza.
Una volta impostato politicamente nel verso giusto l'antimperialismo, cioè facendolo poggiare su un blocco sociale scaturito dall'imperialismo, si può cominciare a pensare di liberare questa formazione sociale dalle grinfie del caporalato istituzionalizzato (Manpower, Adecco ecc.).
I due processi devono viaggiare assieme: da una parte togliere il soggetto della mediazione criminale rappresentato dall'Unione Europea (cavallo di Troia degli Usa) e dall'altra togliere il soggetto della mediazione criminale tra il lavoratore e il datore di lavoro (agenzie interinali).
Una volta espressa la dinamica dei rapporti sociali si deve passare alla fase della produzione delle condizioni, cioè innescare il processo attuativo all'interno stesso delle dinamiche sulle quali si fonda il progetto criminale stesso.
Le condizioni oggettive senza un intervento soggettivo restano al di fuori della produzione reale, producendo semplicemente le condizioni per la riproduzione criminale.
S.M.
Partiamo da un dato apparentemente inconfutabile: la composita stratificazione sociale non permette di individuare una componente ferma sulla quale esprimere con certezza qualcosa di definitivo.
Questa definizione, che contiene una verità, è la stessa che attraversa tutta l'ideologia dominante, la quale apprezza, e come non potrebbe, che non vi siano punti fermi per conoscere tutta la catena sociale.
Eppure, se si ha la capacità intellettuale di leggere gli “interventi umanitari” come guerre imperialistiche e di indicare come responsabile una nazione dominante particolare, gli Usa, non si capisce perché dovrebbe essere così impossibile comprendere la trasformazione sociale che tale progetto comporta sugli Stati che perdono la loro sovranità.
Quando affermiamo che destra e sinistra non hanno senso, senza indicare la cornice entro la quale perdono di senso, cioè la mancanza di sovranità nazionale, si dice una mezza verità, e come tutte le mezze verità non spiega niente e conduce dove prevale l'ideologia dominante.
Anche se si comprendesse appieno la trasformazione di un certo rapporto sociale, quindi le dinamiche che hanno portato alla nascita di una certa formazione sociale, tutto ciò sarebbe un semplice esercizio intellettuale se non si intervenisse politicamente sulla comprensione di questo processo (che non è un processo naturale, ma un preciso progetto criminale) attraverso noi stessi, producendolo noi stessi per i nostri fini.
Se pensassimo, come sembra essere in prevalenza, che basti affermare una verità per produrre realtà, oggi non saremmo in queste condizioni.
In termini generali la società è un complesso intreccio d'interessi, ma la dinamica oggettiva che sostituisce un certo rapporto sociale ad un altro è una comprensione politica di un processo che poggia sugli interessi: è la comprensione politica di un movimento economico.
Allora, per dare senso politico al superamento destra/sinistra bisogna conferire dignità politica alla formazione sociale scaturita dal progetto criminale Usa, dimostrando a questa formazione sociale particolare chi sono i veri responsabili a livello internazionale, e i loro aguzzini a livello politico, sindacale, ecc., della loro esistenza.
Solo in questo modo si smaschera il gioco dell'oca del conflitto capitale/lavoro, la mascherata ideologica della lotta di classe impostata dogmaticamente, e le sfiancanti manifestazioni d'impotenza.
Una volta impostato politicamente nel verso giusto l'antimperialismo, cioè facendolo poggiare su un blocco sociale scaturito dall'imperialismo, si può cominciare a pensare di liberare questa formazione sociale dalle grinfie del caporalato istituzionalizzato (Manpower, Adecco ecc.).
I due processi devono viaggiare assieme: da una parte togliere il soggetto della mediazione criminale rappresentato dall'Unione Europea (cavallo di Troia degli Usa) e dall'altra togliere il soggetto della mediazione criminale tra il lavoratore e il datore di lavoro (agenzie interinali).
Una volta espressa la dinamica dei rapporti sociali si deve passare alla fase della produzione delle condizioni, cioè innescare il processo attuativo all'interno stesso delle dinamiche sulle quali si fonda il progetto criminale stesso.
Le condizioni oggettive senza un intervento soggettivo restano al di fuori della produzione reale, producendo semplicemente le condizioni per la riproduzione criminale.
S.M.
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