Pagine

lunedì 5 dicembre 2011

La "precarietà" come rapporto sociale determinato

Premessa necessaria e non sufficiente: se non entra in testa è molto probabile che, più prima che poi, entri in culo.


Se chiedete a un “sinistro”, magari anche convintamente comunista, del perché in questi ultimi vent’anni (anni decisivi per la preparazione alla transizione criminale) la cosiddetta precarietà sia stata del tutto assente all’interno del quadro politico, soprattutto in riferimento alle analisi riferite alle contraddizioni dei rapporti sociali, non contemplando assolutamente l’importanza della nascita di questa formazione sociale soprattutto in relazione alla produzione dei nuovi rapporti sociali che si stavano determinando, vi dirà che non è vero che non è stata contemplata per il fatto che hanno sempre denunciato lo sfruttamento dei lavoratori precari.

Ecco, per i sinistri, anche comunisti, la cifra del discorso politico è lo sfruttamento fine a sé stesso.

Parlare di sfruttamento, al di fuori dei rapporti sociali di produzione, è il miglior modo per facilitare la riproduzione criminale che a parole si dice di combattere.

Il fatto che si stesse preparando un vero e proprio ribaltamento dei rapporti sociali di produzione attraverso la transizione da una formazione sociale ad un’altra, oltre al fatto non secondario che a consentirla siano stati proprio coloro che denunciavano lo sfruttamento, viene completamente ignorato.

Perché lo sfruttamento (se veramente vogliamo usare questo concetto) fine a sé stesso favorisce la riproduzione criminale lo capirebbe anche un bambino (lo sfruttamento al di fuori dei rapporti sociali di produzione è formalismo giuridico).

I sinistri, con “percezione” comunista, si guardano bene dal sostanziare questo formalismo dello sfruttamento.

Il valore dello sfruttamento, riferito al gradino sociale, è pari allo zero politico se non è ricondotto al rapporto sociale determinante alla riproduzione criminale stessa.

Il sinistro, anche comunista, nel momento che interpreta l’azione politica di Mani Pulite come una forma di giustizia sociale, non solo non capisce nulla dello “sfruttamento”, ma non è in grado di cogliere la leva sociale sulla quale andrà a formarsi ed affermarsi l’azione politica stessa.

Nel momento in cui i sindacati rivendicano i “diritti” dei lavoratori garantiti dalla costituzione e dai contratti collettivi e allo stesso tempo, gli stessi sindacati, si prestano a “certificare” la “formazione” dei lavoratori costretti a consegnarsi nelle mani criminali delle “agenzie del lavoro”, ritrovandoli al colmo della soddisfazione all’interno delle “nuove espressioni contrattuali avanzate”, significa appunto il totale vuoto concettuale dello sfruttamento.

Se non si riesce ancora a comprendere il ruolo che hanno avuto i sindacati nell’affermare la formazione sociale nata dal progetto criminale statunitense (ripeto: nata da un determinato progetto in quanto progetto determinante, cioè da parte della nazione dominante capace di sviluppare una politica su uno Stato dominato, e come tale, quindi, costretto a sviluppare un’azione puramente economica) è del tutto “naturale” pensare a questa formazione sociale in termini di precarietà, cioè di sfruttamento.

Allora, perché meravigliarci se i sinistri sono, insieme ai destri, accomunati dalla stessa visione criminale di coloro che hanno progettato e realizzato questo rapporto sociale determinante per la sottomissione definitiva del nostro Stato?

Quando noi affermiamo una Terza Linea gli imbecilli pensano ad una Terza Posizione in quanto non conoscono la differenza che passa tra una specifica linea politica da una semplice posizione politica.

Ci si può posizionare all’interno di un’area antimperialista e non trovare nessuna teoria politica che abbia, come processo attuativo, una formazione sociale scaturita dal progetto imperialista. Così come ci si può posizionare all’interno di un’area anticapitalista e non trovare nessun processo attuativo che contempli un’azione antimperialistica verso gli Usa (trovandoci invece un filoimperialismo indecente).

Confondere la posizione politica con la linea politica è il segno della mancanza di comprensione dei rapporti sociali che si sono determinati negli ultimi vent’anni.

Il sinistro, meglio se anche comunista, è il soggetto sociale più funzionale nell’interpretare come azione politica una pura e semplice imposizione economica da parte della nazione dominante (quindi capace di sviluppare un determinante progetto politico), riuscendo a mascherare questo determinante rapporto sociale tra formazioni sociali, in chiave di “scelte economiche” da parte di una “casta politica”. Una miscela di banalità coperte da mezze verità: una forma di giustizialismo imperialista in assenza, adesso, dell’antiberlusconismo.

Il sinistro, con l’aggravante di sentirsi comunista, non potrà mai trovare l’anello di congiunzione determinante insito nelle mediazioni criminali, per il semplice motivo che non riesce a vedere a livello internazionale il ruolo centrale degli Stati nazionali.

Un sinistro, meglio se comunista, vede nell’Unione Europea solo una lobby finanziaria, ma mai accetterà di vedere nell’Unione Europea il cavallo di Troia (soggetto della mediazione criminale) statunitense per spogliare gli Stati delle loro prerogative nazionali.

Così come non riuscirà mai a vedere nelle agenzie del lavoro, in cui sono costretti a passare i disoccupati, la stessa mediazione criminale riscontrata a livello internazionale.

Perché questo vuoto concettuale? Perché non esiste nessun ragionamento sui rapporti sociali a livello internazionale e a livello nazionale, e quindi nessuna visione di collegamento tra le guerre imperialistiche e le conseguenti ricadute sociali a livello nazionale nella formazione di una determinata, e quindi determinante per l’affermazione di un certo rapporto sociale, formazione sociale banalmente descritta come “precaria”, cioè sfruttata.

P.S.

Ancora vedo aggirarsi i mestatori del torbido, quelli che hanno fatto le lodi all’indignazione, quelli che hanno preso per il culo poveri imbecilli attraverso slogan “Noi la crisi non la paghiamo” (adesso, almeno, linciateli), quelli che si sono andati ad infilare nel movimento sorosiano del 15 ottobre (ringrazio gli “incappucciati” per avergli rovinato la passeggiata).

Brutti segnali che non lasciano pensare niente di buono. Specialmente se, anche quelli che sembrano capire qualcosa, continuano ad appellarsi al popolo, al ceto medio, o all’impoverimento generale.

Volersi sollevare da terra attraverso la questione nazionale, senza nessun ancoraggio alla formazione sociale scaturita dal progetto criminale statunitense (lo ripeto fino alla noia), è come pensare di volare meglio senza aria perché così non c'è nessun attrito.

0 commenti:

Posta un commento