Alcuni anni fa – non tantissimi veramente – andava molto di moda parlare di “fine dell’ideologia” (pressoché tutti i pensatori liberali si erano innamorati di questa formulazione) e di fine della storia (vedi l’omonimo saggio di Fukuyama) : chi ha formulato simili pronostici è stato poi abbondantemente smentito dagli eventi. Anche la morte dello Stato-Nazione tante volte annunciata non si è poi verificata e non siamo entrati nella “costellazione post–nazionale” habermasiana, in quell’Impero liscio attraversato da migranti e moltitudini di cui parla pur “metafisicamente” Antonio Negri. Diamo per acquisito, quindi, che lo Stato-Nazione sia sopravvissuto alla sua crisi più profonda e che continua ad esercitare un ruolo insostituibile: è uscito trasformato e modificato da questa crisi, ma nella sua essenza profonda mantiene i caratteri distintivi a suo tempo individuati da Max Weber, soprattutto il monopolio della forza.
Tralasciando per ora le questioni legate al ruolo delle classi dominate all’interno degli Stati e il problema, indubbiamente di grandissima rilevanza, della formazione sociale scaturita dal progetto imperialista e delle forme che essa assume oggi in Italia e in Europa, vogliamo dire qualcosa sul ruolo dello Stato–Nazione dal punto di vista della politica estera, dato che gli Stati detengono una percentuale decisiva di sovranità, soprattutto a livello geo-politico e militare, con la quale occorre misurarsi. Infatti è in nome della “politica di potenza” che Israele decide di attaccare bombardando presunti siti nucleari in Siria o violare la neutralità dei mari attaccando navi battenti bandiere turche. Per lo stesso motivo Drone con i vessilli nazionali U.S.A. sorvolano il territorio iraniano, violando gli accordi internazionali, alimentando tensioni politiche per un ben preciso disegno strategico. Difronte a queste irruzioni della forza determinate dallo Stato-Nazione dominante, altre forme di Stato-Nazione, indubbiamente più deboli, come Cina e Russia ad esempio, devono comunque rispondervi in qualche modo: la Russia, interessata a mantenere la sovranità su ciò che è rimasto dell'ex Unione Sovietica, e la Cina cercando di mantenere integro il suo territorio minacciato da continue tensioni.
Una visione “realistica” della storia non può dunque – nonostante il tentativo pur interessante dal punto di vista filosofico, ma siccome con delle ricadute politiche specifiche, non esente dall'appoggiare un preciso disegno imperialistico statunitense – indugiare nell’idea di un Impero globalizzato che avrebbe annullato le nazioni e con esse ogni imperialismo. Ad un “utopismo” pacifista che copre in realtà la mancanza di una propria adeguata risposta alle sfide del presente, occorre rispondere attingendo alla lezione sempre valida dei grandi pensatori “realisti”: Tucidide, Machiavelli e, come vedremo fra poco, Carl Schmitt.
Schmitt è stato uno dei più grandi se non il più grande politologo del Novecento. Molti dei suoi testi, a cominciare da Le categorie del politico (1927) sono imprescindibili per chiunque sia interessato ad orientarsi criticamente nel panorama del pensiero politologico, a comprendere il “secolo del totalitarismo” e anche quell’epoca indecifrabile che definiamo “post-moderna”. E ciò perché egli si colloca in una fase storica nella quale lo Stato moderno vacilla ed entra in crisi sia a causa delle pesanti contraddizioni sociali e politiche che caratterizzano la contemporaneità, segnata dalla “Nazionalizzazione delle Masse” sia a causa dello sviluppo tecnologico sempre più incontrollato. Questa crisi dello Stato è a giudizio di Schmitt dovuta anche al carattere “neutrale” di un liberalismo parlamentare che in nome di un culto esangue della legalità non è in grado di misurarsi con le spinte centrifughe della società, cioè non ha la forza di imporre la propria sovranità fungendo da catalizzatore delle energie nazionali. Sullo sfondo di questa riflessione sullo Stato egli pone la contrapposizione di amico- nemico come elemento caratterizzante della dialettica politica. Essa per definizione non contempla la neutralità o il pacifismo, ma è punteggiata da continue, ricorrenti crisi strutturali che minacciano sempre l’ordine costituito.
Negli anni Venti, Schmitt opponeva al legalismo liberale la formula del legittimismo democratico: se nel primo binomio prevalgono le procedure parlamentari subordinate ad astruse e fumose alchimie parlamentari, nel secondo binomio si evoca la partecipazione, la mobilitazione diretta del popolo che entrando in scena e schierandosi a favore o contro determinate posizioni legittima russovianamente lo Stato.
A partire dagli anni quaranta e soprattutto negli scritti del secondo dopoguerra, pensiamo al Nomos della Terra (1950) a L’unità del mondo, (1951) o a L’ordinamento planetario dopo la seconda guerra mondiale (1962) Schmitt amplia l’orizzonte delle ricerche e, integrando gli esiti di Yalta nelle sue meditazioni, fa un salto di qualità analitico. Egli sviluppa la sua opposizione ad ogni visione “cosmopolitica” e universalistica della politica – sia nella versione nobile, cioè in quella kantiana, che nella versione contemporanea articolatasi prima nella Lega delle Nazioni ginevrina e poi nell’O.N.U. – in nome di una opposta e antitetica visione delle forze in gioco che affondano le radici nel carattere “ctonio”, cioè localizzato del diritto e della politica. Quando è esistito e laddove ha esercitato un ruolo decisivo, il diritto – vale a dire lo Jus publicum europeum – è stato il prodotto di istituzioni politiche legate ad un territorio preciso, in particolare all’Europa continentale. Solo con la modernità coloniale e con la visione anglosassone della politica, proiettata sul mare, si sarebbero create le premesse per quella trasformazione del concetto di guerra che criminalizza il nemico visto non più come justus hostis, ma come hostis generis humani cioè come nemico di tutta l’umanità e non meritevole di essere rispettato come combattente legittimo.
Schmitt critica l’universalismo dei “diritti dell’uomo” perché vede in essi solo una copertura di interessi egemonici: le guerre condotte in nome di una visione globalizzata dei diritti finiscono per criminalizzare l’avversario, delegittimandolo e riducendolo ad un volgare delinquente comune, cui è negato lo status di belligerante. Si veda il caso recentissimo di Gheddafi, vittima della politica della N.A.T.O. A tal proposito, nel lontano 1971 Schmitt, in netto anticipo rispetto agli eventi, sosteneva: “A me sembra che il mondo di oggi e l’umanità moderna siano assai lontani dall’unità politica. La polizia non è qualcosa di apolitico”.
Attualmente ci troviamo costantemente in una “situazione intermedia tra la guerra e la pace” in una pressoché totale assenza di regole di politica estera vincolanti: è una situazione in un certo senso analoga a quella descritta da Hobbes (autore al quale Schmitt dedicò diversi studi di grande profondità, tra i quali gli Scritti su Thomas Hobbes 1986) nel Leviatano, allorché parlava di uno “stato di natura” nel quale non vige alcun diritto vincolante.
Ridotta – ma non in maniera sostanziale – l’importanza degli Stati di piccola o media grandezza, egli ritiene che si sia entrati ormai fatalmente nell’epoca in cui i grandi blocchi continentali sono i veri e soli soggetti della politica. Protagonisti della storia saranno quindi i “grandi spazi” geopolitici che avranno integrato al loro interno una serie molteplice di Stati minori e, in virtù di una relativa pacificazione e stabilizzazione interna, dovranno competere con gli alti “blocchi continentali” non meno agguerriti e alla ricerca di una propria proiezione strategica. In buona sostanza, la storia descritta da Schmitt è quella che vediamo svolgersi sotto ai nostri occhi: si pensi agli U.S.A. gendarme planetario capace di ridisegnare a proprio piacimento l'ordine mondiale costituito; oppure alla Cina, lanciatasi alla conquista delle materie prime in Africa, adesso è costretta ad arretrare difronte agli Usa; oppure alla Russia, in grave difficoltà nel trovare un suo spazio geopolitico che possa veramente contrastare quello americano. Si pensi al Venezuela di Chàvez che unisce una propria vocazione antimperialista al richiamo storico di Simon Bolivar, eroe dell’indipendentismo sud-americano, all’alleanza con la Cuba di Castro e con la Bolivia di Morales.
Mentre l’Europa, attraverso la mediazione criminale dell'Unione Europea (progetto Usa), con l'eccezione della Gran Bretagna, è destinata ad essere dissanguata di risorse, proprio in funzione della perdita della sovranità nazionale degli Stati che la compongono, le risposte che finora vengono formulate sono tutte funzionali all'imminente catastrofe.
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