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lunedì 24 ottobre 2011

Uscire dal paradosso del sorite

Il paradosso del sorite si può far risalire ai filosofi greci della scuola di Megara (IV secolo a.c.) e riguarda l'impossibilità di cogliere il momento in cui una cosa diventa altra da se stessa. Gli esempi che si potrebbero fare sono diversi: da quelli del girino che diventa rana, il singolo seme che diventa mucchio (sorites), o quella del povero che diventa ricco aggiungendo una moneta alla volta.

Essendo, ad esempio, il mucchio composto da tanti semi, è vero anche che il singolo seme è qualcosa di totalmente diverso dal mucchio, e la difficoltà o impossibilità di stabilire il momento esatto in cui perde la qualità di “seme” per assumere quella di “mucchio” sta alla base del paradosso.

Lo stesso potrebbe dirsi per il girino che diventa rana, o per il povero che diventa ricco ricevendo una moneta alla volta.

Se prendiamo, ad esempio, la fase di transizione che stiamo attraversando, è impossibile cogliere il momento esatto in cui ciò che era prima non lo sarà più, e stabilire il momento preciso in cui il cambiamento effettivo si realizzerà.

Sicuramente ciascuno di noi “percepisce” in qualche modo il cambiamento, ma il problema è stabilire in che modo la percezione possa essere fonte di conoscenza. La differenza tra percepire e constatare porta con sé delle conseguenze, tra cui quella di stabilire l'autonomia della percezione rispetto al problema della constatazione.

Cerchiamo allora di portare queste premesse all'interno del ragionamento sviluppato da Marx nei Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica relativo alla “legge della popolazione”. < [Malthus] pone un rapporto assurdo tra una determinata quantità di uomini e una determinata quantità di mezzi di sussistenza. Ricardo gli ha subito giustamente obiettato che la quantità di frumento esistente è completamente indifferente all'operaio, se non ha un'occupazione; e che quindi sono i means of employment e non of subsistence, quelli che collocano o meno nella categoria della sovrappopolazione. Ma ciò va inteso in senso generale. E si connette soprattutto alla mediazione sociale attraverso la quale l'individuo si riferisce ai mezzi della sua riproduzione e li crea: ossia alle condizioni di riproduzione e al rapporto che stabilisce con esse. Per lo schiavo ateniese nulla ostacolava la sua moltiplicazione tranne i mezzi di sussistenza producibili. E noi non sentiamo mai dire che nell'antichità ci sia stata un'eccedenza di schiavi. Anzi, il fabbisogno di schiavi era in continuo aumento. C'era invece una sovrapproduzione di non lavoratori (in senso immediato), che non erano però troppi in rapporto ai mezzi di sussistenza esistenti, ma piuttosto erano rimasti privi delle condizioni entro le quali essi potevano appropriarsene. L'invenzione di lavoratori eccedenti, ossia di uomini senza proprietà che lavorano, appartiene all'era del capitale. I mendicanti che si aggregavano ai conventi aiutandoli a smaltire il loro prodotto eccedente rientrano nella classe dei retainers di una volta, o dei menial servants di oggi. Questo surplus è puramente relativo; non è in alcun rapporto con i mezzi di sussistenza in generale, bensì con il modo di produrli. E perciò è anche un surplus rispetto al grado di sviluppo di quest'ultimo>( K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, Firenze 1968-1970, I, p. 272).

Quello che emerge da questa analisi è il ruolo della mediazione come fondamento per comprendere in che modo si realizza l'unione dei fattori della produzione.

Senza questo ancoraggio si rimane vittime della percezione, anche se la percezione uno statuto veritativo indubbiamente lo contiene, ma non può spiegarlo, o diremo meglio che lo spiega senza per questo risolverlo.

A livello dei rapporti sociali di produzione il dato che emerge dall'osservazione della classe per sé è il seguente: questa classe è determinata politicamente su un determinato rapporto produzione, cioè il processo di integrazione tra stato e società, tra determinazioni istituzionali di potere e gruppo sociale di chi detiene il meccanismo della produzione finiscono per assumere una politica riformista.

Processo di integrazione tra stato e società. A questo livello il dato immediato che emerge, come abbiamo più volte spiegato, è un certo tipo di stato, ovvero uno stato spogliato delle sue prerogative nazionali costretto a seguire le direttive economiche (quindi politiche) d'oltreoceano grazie al ruolo di mediatore dell'Unione Europea. Lo stato, quindi, all'interno del contenitore dell'Unione Europea finisce per diventare società dove, a prevalere, sono gli egoismi e gli interessi immediati secondo la classica definizione hegeliana. Nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico Marx, con dovizia di notazioni tecniche, denunciò in particolare il metodo hegeliano di invertire il rapporto fra producente e prodotto, di trasformare agenti reali, la famiglia e la società civile, in pure emanazioni di un loro preteso producente metafisico: lo stato come Idea. La critica marxiana, a livello di rapporti di produzione attuali, chiaramente non può cogliere gli aspetti determinanti del progetto criminale in corso. Se lo stato scende al livello della società e la società si confonde con lo stato, significa semplicemente che le forme di rappresentanza istituzionalizzata (sindacati, partiti e associazioni) coincidono con le forme del potere di chi ha messo in campo il progetto criminale di produzione. La classe per sé, quindi, è totalmente incapace di distinguere l'aspetto della società civile (forme di organizzazione sindacale per incidere politicamente sullo stato) da quello dello stato (forme di organizzazione sindacale per snaturare la lotta a livello civile e frenarla politicamente prima che arrivi ad incidere sullo stato).

Determinazioni istituzionali di potere e gruppo sociale di chi detiene il meccanismo della produzione. Siccome non abbiamo più la distinzione tra società civile e stato perché all'interno dell'Unione Europea sono completamente indistinte, a livello di stato (privo di prerogative nazionali) il meccanismo della produzione determinante è sempre meno appannaggio degli stati e sempre più nelle mani degli Usa (vedi caso Fiat ad esempio). La classe per sé, essendo vittima della mediazione dei sindacati di regime (tutti) e dei partiti della sinistra (tutti), pensa di poter sopravvivere ancora, attraverso le determinazioni istituzionali, da chi detiene i mezzi di produzione determinanti, non comprendendo assolutamente che la sua sopravvivenza è legata a doppio filo con la classe lasciata a sé stessa.

La mediazione di cui è vittima la classe per sé è la forma riformistica rispetto a quella insorgente del caporalato istituzionalizzato della classe lasciata a sé stessa.

Mentre la classe per sé pensa di essere al riparo dallo scempio che si sta compiendo sulla classe lasciata a sé stessa attraverso la mediazione dei sindacati e dei partiti della sinistra, la classe lasciata a sé stessa vede con preoccupazione il ruolo che stanno assumendo i lavoratori della classe per sé nel rimanere completamente inerti difronte al progetto criminale in atto.

Sono due forme di consapevolezza: una riformista (della classe per sé) e una insorgente (della classe lasciata a sé stessa).

Attenzione però, perché parlare di riformismo in una fase di perdita delle prerogative nazionali equivale a far passare, attraverso un determinato concetto, la definitiva devastazione di quello che è rimasto di uno stato sociale: la previdenza e la sanità in cambio di una busta paga più sostanziosa.

Questa gabbia è servita per contenere le lotte sociali affinché non si tramutassero in lotte politiche. In questa lunga fase di transizione la classe lasciata a sé stessa si è allargata a dismisura nella più completa disattenzione, in quanto tutti i soggetti politici uniti sotto il concetto di “sinistra” erano distratti nel chiedere il consenso attivo delle forze sociali produttive attraverso l'esercizio sempre più diretto della sovranità popolare, cioè in parole povere esprimendo un economicismo opportunista.

Il contenimento delle lotte politiche in lotte sociali significa semplicemente che la lotta di classe si è “combattuta” all'interno di una gabbia.

Ma cosa rende la classe lasciata a sé stessa un soggetto politico determinante per il cambiamento delle cose presenti?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare seriamente il concetto di consumatore non solo a livello di riproduzione sociale ma in senso “tecnico”.

Per essere formalmente una classe non basta essere un soggetto economico funzionalmente determinante perché, se così fosse, non ci sarebbe differenza tra un capitalista direttamente inserito nel processo produttivo e un singolo operaio.

Ciò che veramente determina una certa formazione sociale in classe determinante è il rapporto che essa ha con la produzione determinante nel suo complesso e non solo per settori produttivi dominanti, soprattutto in questa nuova epoca in cui non essendoci più prerogative nazionali si sono perduti quasi del tutto i settori produttivi determinanti.

Questo schema è completamente diverso da quello della classe per sé dove a prevalere non è il concetto di consumo ma quello di produzione, soltanto che il concetto di produzione non è riferito al modo di produzione collegato al movimento reale ma semplicemente a quello che è rimasto di quello precedente, finendo per ribaltarsi completamente il concetto stesso di produzione in conservazione.

Nella classe lasciata a sé stessa, al contrario, il lavoratore vi entra direttamente come consumatore e non come produttore. Questo capovolgimento concettuale è fondamentale per comprendere sia il modo di produzione in atto (cioè il progetto criminale messo in atto dagli Usa servendosi della mediazione dell'Unione Europea come serva ed esecutrice della spoliazione delle prerogative nazionali degli stati), sia il ruolo svolto dai lavoratori della classe lasciata a sé stessa.

Il lavoratore della classe lasciata a sé stessa quando entra nel ciclo produttivo vi entra semplicemente come determinato e non determinante della produzione.

Nel modo di produzione precedente, quello che ha dato alla classe operaia la speranza di essere determinante per la rivoluzione operaia, il lavoratore vi entrava con la consapevolezza di essere determinante alla produzione anche se poi vi usciva determinato. Il rapporto però era salvaguardato, come pure gli stessi rapporti sociali di produzione. Nella fase della riproduzione il consumo che veniva effettuato era un consumo da produttore e non da semplice consumatore, cioè prima era un produttore e poi anche un consumatore. La differenza è sostanziale in quanto il consumo non era diretto a coprire il tempo tra un lavoro e un altro.

Nella classe lasciata a sé stessa le cose sono completamente capovolte perché capovolta è la situazione determinata dal nuovo progetto.

Il lavoratore della classe lasciata a sé stessa vi entra da consumatore e vi esce da consumatore. Un consumo della forza-lavoro e un consumo del tempo-libero dove, a fare la differenza è semplicemente il rapporto con il tempo e non con lo spazio della produzione e della riproduzione.

Ciò che snatura il lavoratore della classe lasciata a sé stessa è il mediatore tra se e il datore di lavoro. Ciò che determina questa formazione sociale è il tempo e non lo spazio. Lo spazio non è il luogo di appartenenza del lavoratore della classe lasciata a sé stessa, ma è semplicemente uno spazio di appoggio per consumare ciò che gli resta del tempo dedicato a quel tipo di mansione. Il reddito che percepisce da quel lavoro per quella certa quantità di ore gli serve semplicemente per sopravvivere al tempo che intercorre tra quel tipo di lavoro in quel certo spazio di lavoro e l'attesa per un altro tipo di lavoro in un certo altro spazio.

La stessa cosa è riscontrabile a livello di stati nazionali. Il progetto criminale messo in opera dagli Usa, grazie alla mediazione dell'Unione Europea per svuotare delle prerogative nazionali gli stati, non permette agli stati di essere dei produttori ma semplicemente dei consumatori. Consumatori di debito pubblico, prodotti e tecnologie Usa.
S.M.

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