Smarriti tra lotta di classe impossibile e antimperialismo asettico.
Quando ci interroghiamo sul perché parlare di lotta di classe oggi, attraverso le vecchie e classiche categorie ottocentesche, così come fa la maggioranza dei protagonisti politici che si dichiarano comunisti, equivale (semplificando estremamente) a portare acqua al mulino degli imperialisti, attraverso i mille trabocchetti confezionati al vertice e azionati da diversi personaggi venduti al Potere, messi nei posti strategici politici, sindacali e culturali, ci fermiamo sostanzialmente solo sulla “premessa” del problema, senza purtroppo sviluppare minimamente questa “stortura” ideologico politica, creata e spinta ad arte dal Sistema, dalla quale invece dovremmo trarre più di uno stimolo all’approfondimento.
D’altra parte, fermarsi sul ciglio del burrone, su questa sacrosanta premessa, fondamentalmente giusta, porta un gran numero di persone, per esasperazione e stanchezza, ma soprattutto per vertigine da vuoto sottostante, anch’essa comprensibile, a rinunciare tout-court al concetto stesso di formazione sociale come prodotto dei rapporti di produzione in atto.
Tutto ciò distoglie l’attenzione dal cuore del problema, mentre sempre più persone oggi si trovano a convergere su posizioni antimperialiste “pure”, cioè prive di attrito sociale (e per attrito sociale intendo, a scanso di equivoci, la considerazione degli effetti sul territorio e sui rapporti di produzione provocati dallo stesso imperialismo).
Da un lato questo fenomeno di abbandono delle vecchie categorie (classe operaia, proletariato, borghesia lotta capitale-lavoro, masse popolari o lotta armata) rappresenta un avanzamento nella consapevolezza che qualcosa è stato modificato per sempre, e che mai più tornerà per quello che era, e nella visione, sicuramente più chiara, del vero nemico numero uno da combattere, il primo responsabile dello scempio sociale economico e culturale che attanaglia le popolazioni di un numero sempre maggiore di paesi, e rappresenta anche una responsabile rinuncia a sterili “nostalgismi”.
Dall’altro lato finisce purtroppo per costituire allo stesso tempo il più importante freno ad un’analisi dello scenario sociale attuale, funzionale a quello stesso progetto criminale imperialista che si è così felicemente individuato.
Siamo in presenza cioè di un evidente paradosso.
Non posso spiegarmi diversamente, in tutta onestà, la situazione che si presenta agli occhi di chi è ancora lucido e in buona fede, da voler “capire”.
La giusta premessa di cui sopra, che ci permette di guardare la realtà con occhi nuovi, vivi, si trasforma cioè in un indecoroso epilogo di un mancato processo attuale e di un passato che invece avrebbe da insegnare, e pure tanto. Tutto muore lì, e tutto riparte daccapo, l’ennesima volta, per l’ennesimo giro nell’otto volante.
Mi pongo sempre più spesso delle domande, che a lungo andare possono diventare ossessive se non ottengono neanche uno straccio di risposta:
Perché quello che dovrebbe essere il nodo più sensibile, un tema di prioritaria importanza nell’analisi antimperialista odierna, viene così reiteratamente ed aggiungerei così caparbiamente rifiutato?
Perché tante menti brillanti, e credo per fortuna che qualcuna ce ne sia rimasta ancora, non si spingono oltre la “premessa” dell’impossibilità del vecchio linguaggio e dei vecchi soggetti di portare avanti una nuova lotta di classe che non sia endemica al sistema imperialista?
Perché restiamo tutti impalati lì sul ciglio?
Perché non compiere quel passo che almeno testimoni un maledetto sforzo per colmare questo disastroso vuoto teorico?
Heilà…c’è qualcuno che mi ascolta?
Sono convinta che tanto può dipendere da quel fatidico passo, mettendo da parte la chiesetta di sorta alla quale ci si sente di “appartenere”, gli individualismi e le ottuse prese di posizione.
C’è un vuoto che grida vendetta e chiede solo di essere studiato, approfondito, colmato.
Eppure nessuno, o quasi, sembra interessato a farlo.
Guardiamoci intorno.
C’è tutta la sinistra al gran completo che è ormai sistemica al cento per cento, e quando affermo questo, ovviamente non intendo attribuire consapevolezza a chi non ne ha, né posso attribuire alla massa la responsabilità di essere baggianata.
Non è di certo colpa delle persone che votano ad es, Sel e di tutta la platea di persone che seguono i vari meno peggio - sempre peggio, se non esiste (e sembra anche che non voglia esistere) una valida alternativa da “seguire”.
Perché quando parliamo di masse oggi parliamo di individui che si ritengono capaci solo di seguire qualcosa di già confezionato, parliamo di consumatori, e da consumare qualcosa di diverso non c’è. E la responsabilità, è di chi conduce questo sporco gioco, ma anche di chi, consapevole “non consumatore” dovrebbe porsi il problema di studiare la disastrosa situazione da tutti i punti di vista, e di sforzarsi di essere “produttore” di un impianto teorico all’altezza, anzicchè elaborare teorie “zoppe” da una gamba o dall’altra.
Ecco che quindi, quando si denuncia la criminosa soggiacenza dei partiti politici di centro-sinistra al criminale progetto imperialista made in USA, lo si fa semplicemente come denuncia (e fin qui mi unisco al coro), mettendo in luce le politiche serve dell’imperialismo, e i loro effetti sulle economie e sulla instabilità dei governi di paesi che vengono risucchiati via via in questo buco nero imperialista.
Quello che è successo in Libia non è il primo né l’ultimo effetto del piano criminale in atto. E non è un caso che sia passato in secondo piano mentre a Roma si applaudiva alla rivoluzione democratica degli indignati.
Indignati degli effetti del sistema ovviamente, effetti che si percepiscono in prima persona, nella propria vita sociale, non di certo a centinaia di kilometri di distanza, in un paese in guerra.
Vi risparmio le considerazioni sui legami tra questi movimenti e i vertici speculativi (Soros in primis) che altri già han fatto, e pure dettagliatamente e che sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Quello che invece mi interessa mettere in evidenza è che se continuiamo a puntare il dito contro gli zombi (persone che in buona fede consumano quella che percepiscono come realtà) che sfilano dietro le rivoluzioncine all’ultima moda, come pure contro quei fantomatici Black Block (una figura mediatica che assume contorni mitologici) che hanno sì rovinato la festa ai primi, ma che non sembrano avere un progetto politico ed agiscono solo sulla base di un seppur autentico risentimento, quando non sono prede di massicce infiltrazioni, non serve a nulla se non si propone uno straccio di alternativa teorico pratica alla infame scelta violenti – non violenti, tutta interna alla “gabbia” del sistema!
Ce ne siamo accorti o no che in entrambi gli “schieramenti” proposti è completamente assente il problema del soggetto al quale riferirsi per poter far leva e cambiare le cose?
Questa sinistra più o meno “radicale” ci racconta di lotta di classe, di conflitto capitale-lavoro, si rifà molto confusamente ai maestri del proletariato, riportandone sunti strumentalmente utilizzati per continuare ad essere nel punto in cui siamo.
Poi c’è, come già accennato, chi questi schemi li valica, puntando diritto al problema imperialismo, praticando un antimperialismo sano, ma “asettico”, perché sembra aver rinunciato a trattare il problema della formazione sociale alla quale potersi riferire per fare leva e permettere l’attecchimento di una nuova teoria che sia veramente “rivoluzionaria”.
Se non ci si pone questo problema fondamentale, creare soggetti politici o ulteriori contenitori sulla scacchiera delle posizioni geopolitiche, non aiuterà mai la massa a comprendere e
“toccare” con mano la concomitanza e la strettissima connessione, tra imperialismo e disagio sociale.
E se non si comprende come l’imperialismo usa entra nelle nostre vite e le modifica per sempre, se non si compie uno sforzo teorico su ciò che esiste e non su ciò che è esistito o su ciò che vorremmo che esistesse, se non si punta il dito una volta tanto su sé stessi compiendo una sana autocritica, non si riuscirà mai ad individuare quella segreta (segreta solo perché mimetizzata) porta dalla quale tutto questo marcio passa e dalla quale potrebbe uscirsene così come vi è entrato!
I rapporti di produzione nati sotto la spinta imperialista (con una importante impennata a partire dai primi anni novanta) hanno generato, nel tessuto sociale di questa Italia a brandelli, formazioni sociali tipiche che non esisterebbero se non fossero state pompate da riforme ultraliberali meschine e ingannevoli, firmate da governi di destra ma anche ahimè e direi soprattutto da governi tecnici e da schieramenti di centro-sinistra.
Queste formazioni sociali, a non volerle chiamare classi, perché per farlo dovrebbero essere riconosciute come tali e non lo sono, aspettano di essere ascoltate e interpretate alla luce delle cause che le hanno prodotte.
Tutto si comprende, con un po’ di lucidità si possono comprendere anche le resistenze di coloro che temono una possibile “deviazione” scaturita dall’abbandono dei vecchi schemi, perché ovviamente dietro le loro polemiche e le accuse di finire per tendere “a destra” (la caccia al fascista mascherato, per intenderci), mal celano in realtà solo una profonda insicurezza.
Questa insicurezza nasce e si sviluppa proprio grazie all’assenza di riferimenti alla classe sociale, di cui si dovrebbe e si vorrebbe, fare l’interesse.
Se si parla genericamente di “popolo” sappiamo anche noi dove si può andare a parare e dove ci si può ritrovare, e non ci interessa.
Una crescente attenzione sul soggetto sociale di riferimento di qualsiasi teoria e iniziativa pratica si voglia sviluppare, aiuterebbe invece a comprendere, e a temere ciò che davvero deve far paura, e lasciar perdere finalmente gli spauracchi e i feticci comodi a chi vuol vederci divisi su false contrapposizioni.
Ecco perché urge che questo tema risalti all’attenzione di ciascuno di noi preso individualmente, ma anche nei gruppi contenitore ai quali possiamo riferirci, oppure attraverso gruppi di studio trasversali agli stessi e creati ad hoc, in tutti i modi possibili insomma.
In sintesi si conviene sui seguenti punti:
1. Esiste un progetto imperialista globale (che da anni e a tutt’oggi si riferisce strettamente agli Usa);
2. Esistono degli strumenti (piu o meno dolci, piu o meno militari, non da ultimo terroristici) attraverso i quali far passare mediaticamente per “salvezza” la rovina di interi Stati, al fine di spolparli delle risorse e di evitare la creazione di blocchi non allineati;
3. Esistono altrettanti strumenti con i quali entrare nel tessuto sociale dei paesi “allineati” per renderli e conservarli come mere colonie da spremere;
4. Esiste un’area amplissima, tutta da investigare, di soggetti che maggiormente e sicuramente più di altri pagano lo scotto (economico e sociale) di questo scellerato piano in un paese allineato come il nostro;
5. Esiste un particolare modo di produzione, capace di generare dei rapporti sociali che come conseguenza causano l’allargamento della base dei soggetti di cui al punto precedente;
6. Esiste, a ben guardare, una serie di analogie tra gli strumenti indicati nel punto 2 e nel punto 3, cioè esistono dei meccanismi utilizzati sia a livello di Stati che a livello di Classi sociali;
7. Esiste il meccanismo della “mediazione” tra i soggetti implicati nei rapporti, quale comun denominatore della strategia di penetrazione dell’imperialismo (vedi l’ultimo tipo di condanna sociale che arriva a puntare il dito persino contro UE e BCE, e lì muore, senza riuscire, ovviamente, a scorgere e ad indicare, il vero responsabile che ci si nasconde dietro)
8. Questa mediazione genera distorsioni sociali e rende impossibile una lotta di classe così come concepita nel secolo scorso (come combattere una classe paticolare se non la si vede ad esempio nelle fabbriche e se non è determinato e determinabile il territorio entro cui poter lottare ? Se ci si ritrova davanti ad una delocalizzazione della stessa fabbrica con un nemico che non è politicamente e territorialmente definibile e quindi ricattabile?)
9. Questa mediazione, questi strumenti, servono a portare avanti tra gli obiettivi a medio-lungo termine, proprio quello di scoraggiare la formazione di una nuova coscienza di classe e una nuova coscienza nazionale.
10. Questi obiettivi sono stati in parte raggiunti.
11. Mi piace pensare però che questi obiettivi non siano ancora totalmente raggiunti.
Detto questo, che vogliamo fare, vogliamo continuare a nasconderci dietro la nostra incapacità di analizzare la realtà e rinunciare per sempre a comprenderla?
Oppure vogliamo snobbare l’aspetto sociale così da allontanarci sempre più da quella base che si vorrebbe salvare?
Omologazione, o isolamento.
Questa è un’altra scelta imposta dal sistema, alla quale sinceramente non ho alcuna intenzione di abboccare.
Maristella Aiello (alias Stella Libera)
0 commenti:
Posta un commento