Come se non si sapesse quali sono le componenti fondamentali che tengono l'Italia unita, altro che le retoriche patriottarde alla Ciampi e Napolitano. Inutile indignarsi. La gnocca e il pallone non si toccano, altrimenti veramente si rischia la rivoluzione. Alla squadra del cuore non si fanno i conti in tasca.
Comunque, ancora si stenta, invece, a fare i conti con l'indignazione diffusa, tanto diffusa da essere sostenuta, foraggiata e incoraggiata da “un certo tipo di imprenditori”, la cui caratteristica è quella di avere interessi non più convergenti con la Confindustria.
Il fatto che un certo numero e tipo di imprenditori decidano di prendere in mano l'azione politica, e che lo facciano attraverso il movimento dell'indignazione generale, non è certo un fattore marginale per l'esito degli sviluppi futuri.
Non credo neppure che lo facciano per il solo interesse economico, perché se così fosse sarebbe molto più conveniente agire nell'ombra, come d'altra parte hanno sempre fatto.
Bisogna analizzare il momento in cui si è verificata questa frattura tra una classe politica espressione di determinati poteri economici, e i poteri economici stessi.
Se l'aspetto della mediazione politica viene ritenuto insufficiente, il problema non è solo interno allo stato, ma va ricercato a livello internazionale.
Il segnale forte della fine della sovranità nazionale l'abbiamo avuto nel 1992 quando, attraverso l'uso strumentale dell'indignazione popolare, si cavalcò l'idea dell'inadeguatezza della politica di prendere decisioni importanti a livello economico. I governi Amato e Ciampi ne furono l'espressione saliente. Le leggi che vennero attuate aprirono le porte al vuoto politico e all'inevitabile discesa in campo di Berlusconi, un “imprenditore prestato alla politica”.
Il soggetto Unione Europea, pensato come mediatore tra gli stati aderenti e gli Usa, al fine di spogliarli delle loro prerogative nazionali, ha reso del tutto ininfluente l'azione politica vera e propria intesa come azione determinante per qualsiasi decisione da intraprendere.
Le ripercussioni per il nostro paese non si fecero attendere. Quella che introdusse il ruolo del soggetto mediatore determinante fu la legge Treu, che attuò per la prima volta il precariato istituzionalizzato, attraverso il “terzo incomodo” tra il lavoratore e l'azienda, al fine di spogliare il lavoratore stesso delle sue legittime prerogative.
Per tutti gli anni novanta, nonostante il progetto di riassetto mondiale portato avanti dagli Usa fosse evidente, si preferì mascherarlo attraverso il concetto rassicurante di “globalizzazione”.
La precarietà, la perdita di certezze, l'impoverimento generale, la svendita dei beni pubblici, la privatizzazione di servizi fondamentali, furono fatti passare come transizione necessaria ad un maggiore benessere diffuso.
Da sinistra a destra si incoraggiarono (grazie anche al ruolo determinante degli intellettuali “organici”, in groppa al nuovo che avanzava sul cavallo statunitense armato di tutto punto) proposte di viaggi ed esperienze all'estero, come pure di accettare anche posti non all'altezza degli studi compiuti.
Mentre i posti di lavoro diventarono inaccessibili, l'occupazione si trasformò in disoccupazione mascherata, milioni di immigrati disperati andarono ad ingrossare le fila del lavoro in nero, oltre a permettere il fiorire di cooperative criminali a caporalato istituzionalizzato.
Questa forma di sfruttamento, senza gli immigrati, chiaramente non sarebbe stata possibile.
La propaganda di regime, come al solito, fece passare gli italiani come dei viziati non disposti a fare determinati lavori. Quelle che erano delle conquiste sociali furono abbattute anche grazie alla retorica infame e all'uso criminale del tema del razzismo che non c'entrava proprio niente.
Non essere disposti a farsi sfruttare era sinonimo di pigrizia e di mancanza d'iniziativa.
Non è un caso che Steve Jobs è stato descritto come un “precario” che ha saputo farsi da sé.
Gli imprenditori e i lavoratori salariati sono sempre stati interessati al sindacato, con diverse dosi di conflittualità, ma sempre nel comune interesse.
Adesso, è sotto gli occhi di tutti, un intero mondo dato come ancora reale da vent'anni a questa parte, sta franando e quel che è peggio, favorito da coloro i quali dovrebbero realizzare le risposte adeguate a far sì che non siano “certi apparati” a prenderne il posto.
Le dichiarazioni di Obama, indicando l'Unione Europea come responsabile dell'aggravamento della crisi e delle ripercussioni negative sugli Usa, dovrebbe far comprendere a coloro i quali pensano che siano sufficienti e adeguate le letture dello scontro in verticale tra capitale/lavoro, imprenditori/lavoratori, Confindustria/sindacati, dove indirizzare le forze per resistere al disfacimento imminente.
Ricordando, a coloro che hanno indicato nell'Unione Europea e nella Confindustria i responsabili dell'attuale “crisi”, che c'è già il progressista e democratico Obama a pensarci per farli fuori.
Anche questa ulteriore strana convergenza di posizioni dovrebbe assumere l'aspetto di campanello dell'allarme per una indignazione così popolare e allo stesso tempo così “imperialista”.
S.M.
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