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lunedì 17 ottobre 2011

Scemi di pace in tempo di guerra

La sconfitta di venerdi puntando sulla sfiducia in parlamento, e quella di sabato puntando sulla fiducia nella parola d'ordine sorosiana “noi la crisi non la paghiamo”, sono figlie dello stesso vuoto politico e hanno dei responsabili con nomi e cognomi verso i quali rivolgere la propria indignazione (adesso con cognizione di causa).

Aver voluto ignorare i responsabili del fallimento di questi venti anni di antiberlusconismo imperialista (una mutazione genetica abominevole), sviluppando la logica del “corpo morto” teorizzata dai sinistrati, consistente nel rivolgere tutta la propria rabbia sul nemico, permettendo alla “sinistra” di rimanere se stessa, anzi di assomigliare sempre più alla controparte, ha prodotto una letteratura della dissociazione talmente spaventosa le cui conseguenze erano facilmente prevedibili.

Adesso, dopo aver teorizzato “rivoluzioni colorate”, possibilità di altri mondi, immaginato la “seconda potenza mondiale sotto le bandiere dell'indignazione” (Il Manifesto di sabato), si cerca di coprire tutto il vuoto politico attraverso il ritorno di fiamma della solita retorica pacifinta.

Come possono questi strateghi del vuoto analizzare la violenza, quando non hanno mai indicato negli Stati Uniti i veri responsabili delle guerre criminali, come quella che si sta svolgendo in Libia?

La manifestazione di sabato a Roma aveva già nelle premesse l'impostazione retorica pacifinta per cui, essendo impostata tutta sui buoni propositi, inevitabilmente non poteva che lasciare scoperto il fianco ai veri strateghi materiali della violenza, cioè l'altra faccia del vuoto politico.

Ora, siccome la retorica rivoluzionaria doveva contemplare la presa di un potere alternativo a quello abilmente descritto a loro immagine e somiglianza: Unione Europea, banche e FMI, stando ben attenti ad indicare il nemico principale, cioè gli Usa, questa collezione di infantilismi camuffati da politica, da parte di questi professionisti del disagio, non poteva essere in grado di certo gestire una situazione di violenza fine a se stessa da campionato di calcio.

Una volta che ci si infila mediaticamente in situazioni del genere, che si sia in buona fede (personalmente arrivati a questo punto mi sento di escluderlo), oppure che si sia dei veri e propri gestori sociali del disagio, camuffati da partiti rivoluzionari, o di alternativa per il bene comune, non è certo attraverso una lettura pacifinta di condanna delle violenze, o assolvendo i violenti, oppure peggio, additandoli come avanguardie per una futura rivoluzione che si sfugge alle proprie responsabilità

Quando si sceglie l'ammucchiata mediatica, facendo finta che dietro non vi siano personaggi come Soros, si deve sapere che si sta dando il proprio contributo politico all'imperialismo statunitense, che si stanno appoggiando le guerre criminali in corso e quelle prossime.

Siccome da questa scelta politica in campo internazionale ne derivano tutte le altre a livello nazionale con devastanti ricadute a livello sociale, non si può essere credibili né come antimperialisti e meno che mai come difensori dei lavoratori: una sconfitta politica su tutta la linea.

Coloro che, al contrario, hanno scelto di indicare i veri responsabili delle guerre criminali, e quindi anche la soluzione delle ricadute sociali verso gli stati spogliati delle loro prerogative nazionali, manifestando per la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad, oggi non sono costretti a “ragionare” attraverso lo schema imposto dai veri strateghi della manifestazione di sabato, i cui organizzatori si sono rivelati dei poveri lacchè.

Aver contribuito ad ingrossare una manifestazione priva di qualunque impostazione politica reale, tutta giocata su desideri, aspirazioni, indignazione, rabbia è stato da scellerati.
S.M.

1 commenti:

  1. Se di un qualsiasi fenomeno o azione se ne sbaglia clamorosamente l'analisi a monte, il suo reiterarsi provocherà solamente false contrapposizioni di posizioni in cui far morire senso critico e speranza di vero cambiamento. Se è errata l'interpretazione del fenomeno in questione, cioè se si continua a tenerne nascoste le cause, quelle divergenze di posizioni che su quelle analisi si fondano, confluiscono tutte in un papocchio che non può che rivelarsi orrendamente e subdolamente funzionale a ciò che si vuol (o che si dice di voler)combattere. Solo reimpostando completamente l'analisi a monte del processo, battendosi con tutte le forze perchè le cause emergano dal limbo di indifferenza che ci obbliga a scegliere, si capirà che non c'è proprio nulla da scegliere, che è una sola la direzione da intraprendere (sempre a voler essere coerenti con l'ambizione, spesso decantata, di voler combattere il Sistema).

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