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mercoledì 19 ottobre 2011

Partiti, movimenti e violenza

Finora, movimenti e partiti che sono nati come risposta alla globalizzazione (e non al progetto imperialista statunitense), si sono caratterizzati come un ritorno a tradizioni e valori locali, oppure come rifiuto “creativo” a determinati schemi percepiti come “tradizionali” imposti dal “potere”.
Nel primo caso la risposta alla globalizzazione non poteva che essere una difesa ideologica del proprio territorio, della propria lingua, delle propri usanze e della propria coltivazione a livello locale, regionale. Tutto quello che succede fuori dal proprio territorio e dalla propria regione è irrilevante: ciascuno faccia altrettanto.

Nel secondo caso, al contrario, siamo difronte ad un atteggiamento che rifiuta completamente il concetto di identità, di sovranità nazionale, di cultura propria e quindi pensa di contrastare il potere offrendo modelli che sono di "rottura" con tutto ciò che abbia a che fare concettualmente con la “tradizione”: l'esaltazione del movimento gay ne è un esempio, come pure l'entusiasmo per la nomina di un nero alla Casa Bianca. Non è importante la conoscenza che sta dietro a questi modelli quanto piuttosto la percezione che se ne riceve.

Tutta la tematica “politica” fuori dall'ufficialità politicante ha ruotato intorno a questi due semplici schemi.

La risposta della classe politica è stata, come al solito, di concentrazione delle tensioni, usando le tematiche dei movimenti e partiti antiglobalizzazione come una risorsa piuttosto che come un problema, facendo compiere alla fase di transizione (cominciata nel 1992 con il golpe di Mani Pulite) la ricomposizione del blocco politico nuovo: uno PD e l'altro PDL.

Il progetto imperialista chiamato strumentalmente globalizzazione subisce un'accellerazione con le “rivoluzioni democratiche” e l'aggressione criminale alla Libia, facendogli assumere una forma imperialistica superiore, dove il movimento degli indignati rappresenta lo strumento idoneo per portarla a compimento.

La strategia con la quale si sta imponendo la categoria di “indignati” a fermenti e tensioni finora tenuti a bada da movimenti, partiti e sindacati si chiama dispersione delle tensioni, in quanto proprio perché composite ed eterogenee, vengono incanalate attraverso le vecchie strutture e marcate sotto un'unica sigla ideologica e spersonalizzante.

Per questo motivo il movimento degli indignati non potrà mai essere cavalcato politicamente, ma al contrario è utile a snaturare tutte le istanze di movimento e partito in una forma di linguaggio narrativo totalmente succube al modello culturale adatto al progetto imperialista.

C'è comunque da dire che il movimento degli indignati non ha avuto nessun successo in Francia. La cosa ovviamente è passata inosservata. La Francia ha avuto la Rivoluzione Francese e De Gaulle e quindi gli anticorpi sono ancora recettivi.

Siccome l'esperienza dimostra, ma dovremmo dire, a questo punto, dovrebbe dimostrare, che spesso le rivolte di un giorno, senza nessun lavoro politico alle spalle che abbia saputo conferire quel ruolo determinante ad una determinata formazione sociale scaturita oggettivamente dal progetto criminale statunitense, anche se attraversate dai più violenti scoppi di collera finiscono per essere assorbite e soddisfatte dalla nuova formazione di potere che hanno contribuito a sviluppare.

Confondere la violenza con la collera devastatrice di cose o persone è la conferma del muro che hanno eretto i fautori delle manifestazioni pacifiche e quelli pro-collera per non far passare l'analisi politica all'interno delle frustrazioni sociali.

La violenza è l'espressione più nobile della politica come risposta alla forza del potere, e in quanto tale completamente assente dall'abbeveratoio sorosiano nel quale partiti, movimenti e sindacati hanno confluito.
S.M.

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