Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Georges Sorel. Abbiamo scelto di fare parlare i morti perché ci appaiono, in questa fase storica, molto vivi.
Cari amici,
come sapete benissimo sono più vivo oggi che sono morto, di quanto morto fossi in vita. Oggi, nonostante tanto sorelismo di destra e di sinistra (scusate se mi viene da ridere), i tentativi di attualizzarmi, come quelli scomposti di Andreu, togliendo il Sorel delle Riflexions sur la violence, preferendo quello revisionista fautore delle forme di vita associativa, delle cooperative e del mutualismo lasciano il tempo che trovano.
Sapete benissimo che ho impiegato vent'anni per liberarmi di quanto avevo ricevuto dalla mia educazione, e tutti i miei studi non furono per imparare quanto per ripulire la mente da quelle idee che mi erano state imposte.
Non crediate che i vostri tempi siano più difficili rispetto al passato, anche allora vi erano i maestri del mondo contemporaneo spinti sulla via dell'ottimismo dalle forze economiche, favoriti anche, e sopratutto, dagli sciacalli socialisti professionisti del disagio, a loro volta non lontani da quanto avveniva nelle città greche infestate da demagoghi che costantemente reclamavano l'abolizione dei debiti attraverso slogan che assomigliano tanto a quelli dei vostri giorni (“Noi la crisi non la paghiamo”), nonostante sedessero (e siedano) nei consigli di amministrazione di società speculative.
Anche ai miei tempi i socialisti parlamentari non pensavano affatto all'insurrezione, e anche quando ne parlavano, era per darsi un'aria d'importanza, visto e considerato che non perdevano occasione per ricordare che la scheda elettorale aveva sostituito il fucile: i malati di democrazia!
Purtroppo sono la maggioranza quelli che guardano al passato per perpetuare gli stessi comportamenti, mentre si contano sulle dita quelli che imparano a non commettere gli stessi errori.
Ho trascorso tutta la vita a combattere la letteratura elettorale, cercando di dimostrare che se il socialismo si rivolge a tutti gli scontenti senza preoccuparsi di sapere quale posto essi occupino nel mondo della produzione, finirà per trovare scontenti in tutte le classi sociali, finendo per mettere come rappresentante degli scontenti in parlamento un socialista che si trova dove non ci aspetterebbe di trovare.
Questi personaggi nessuna contraddizione li può fermare. Ma scusate, non avete visto come nel corso delle campagne elettorali si raggruppano forze che normalmente, almeno secondo i concetti marxisti, dovrebbero essere antagoniste?
Ancora ci si meraviglia se il termine proletario finisce per diventare sinonimo di oppresso. Lo so che adesso va di moda “indignato”.
A tal proposito ho dato una lettura veloce a documenti che vorrebbero avere la pretesa di politici, che mi ricordano quelli dei socialisti tedeschi quando si interessavano alle avventure della principessa di Coburgo. I più ridicoli sono quelli di coloro che hanno partecipato alla pagliacciata del 15 ottobre romano. Scusate se uso il termine pagliacciata, ma capirete che sono un uomo d'altri tempi, e se permettete sulla violenza ho scritto qualche pagina.
È certo che non è cosa seria infatuarsi per i grandi raggruppamenti di persone, altrimenti bisognerebbe dotare di valore politico i romani che si sono ammassati intorno a quello che voi chiamate centro commerciale, o ai raduni musicali.
Le vostre manifestazioni sono all'insegna dell'impotenza perché lo spirito che le dis-anima è lo stesso che si riscontra per qualsiasi altro motivo d'incontro.
Per questo avete il dovere di denunciare tutte le porcherie che vengono fatte passare per documenti politici che pretendono di valorizzare tutto ciò che s'incontra e che assume l'aspetto del numero.
Adesso devo andare, ma voglio chiudere questa lettera riportando ciò che scrissi alla fine dell'ottocento e che poi riportai nel libro Riflessioni sulla violenza:
La pratica elettorale ha condotto molti repubblicani a riconoscere che i socialisti ottenevano grandi successi utilizzando passioni quali la gelosia, la delusione e l'odio, che esistono nel mondo; di conseguenza hanno preso conoscenza della lotta di classe, e molti hanno assunto il gergo dei socialisti parlamentari: così è nato quel partito che si chiama radical-socialista. Clemenceau assicura perfino di conoscere dei moderati che sono diventati socialisti da un giorno all'altro.
La società capitalista è talmente ricca, e l'avvenire le appare in una luce di tanto ottimismo, che essa sopporta oneri spaventosi senza lamentarsi troppo: in America, gli uomini politici sperperano spudoratamente grosse imposte; in Europa i preparativi militari inghiottiscono somme tutti i giorni maggiori; la pace sociale può ben essere acquistata mediante qualche sacrificio complementare.
Il partito che con maggiore audacia saprà manovrare lo spettro rivoluzionario conquisterà l'avvenire; è quanto il partito radicale comincia a capire; ma per quanto abili siano i suoi pagliacci, non gli sarà facile trovare chi sia in grado di con fondere i grossi banchieri ebrei meglio di Jaurès e dei suoi amici.
Detto questo, ci tengo a dire che la peggiore disgrazia è quella di essere condannati ad essere uomini di scuola, perché quasi sempre sono i discepoli ad esercitare influenze nefaste sul pensiero di coloro che chiamano “maestri”. L'essere stato trasformato nel capo di una setta fu per Marx una vera disgrazia. Proprio in questi giorni mi diceva che se non fosse stato schiavo dei marxisti le cose sarebbero andate in altro modo.
Lasciate perdere i morti.
Con disprezzo,
Georges Sorel
S.M.
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