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martedì 11 ottobre 2011

Giacchè ci siamo: tesi sulla crisi in punta di nastrini colorati

C'è uno spettro che s'aggira in Europa e nel mondo: la crisi. Tutti ne parlano e ne scrivono. Giacché ci siamo, parliamo di queste tesi sulla crisi e vediamo di capirci qualcosa. Perché il tema, così come viene impostato è di difficile soluzione.

Le tesi sono moltissime, almeno 20, e nessuna di queste nomina minimamente il soggetto responsabile della crisi: gli Usa. Quindi, queste tesi, si aggrappano sugli specchi, affrontano punti di vista “classisti” e proletari, per una lunga serie di pagine, completamente inutili. La dimostrazione, nella migliore tradizione poliziesca, sta alla fine di queste disquisizioni sottili, dimostrando, se ce n'era ancora bisogno, che il punto di vista “classista” e “proletario” coincide con il punto di vista imprenditoriale e finanziario, cioè i responsabili della crisi stessa.

La dimostrazione, ancora una volta, che con determinati personaggi la crisi la si paga tutta, sta nel fondo di queste interessanti ricette (allo stesso modo dei contratti capestro che ci vengono sottoposti al momento della firma):

19. L’alternativa, però, non può essere rappresentata dalla parola d’ordine del ripudio del debito che qualcuno agita a sinistra. E non può esserlo per diversi motivi: a) Perché il default sul debito italiano sarebbe pagato in parte non piccola proprio dalla popolazione italiana e in particolare da lavoratori e pensionati che da decenni sono abituati a vedere proprio nei titoli di Stato il porto più sicuro per i propri (pochi) risparmi: in altre parole non si può, per il solo fatto che lo si desidera, dare al concetto di default selettivo (che significa semplicemente “non pagamento di alcune emissioni di debito e non di altre”) un significato diverso e più gradito (onorare il debito rispetto ad alcune classi di creditori e non ad altre); b) Perché ogni default costringe a un avanzo primario che non ha nulla da invidiare a quello richiesto dai più oltranzisti pasdaran del pareggio di bilancio, e questo per il semplice motivo che dopo di esso i mercati internazionali dei capitali sarebbero indisponibili a finanziare il deficit italiano per diversi anni; c) Perché un default andrebbe di pari passo con l’uscita dall’euro e una forte svalutazione, tra i cui effetti più immediati ci sarebbe una notevole deflazione salariale, nella forma di un crollo del potere d’acquisto dei lavoratori.
20. La risposta deve essere un’altra: introdurre nelle dinamiche europee e italiane un vincolo che non ha ancora fatto la sua comparsa in questa crisi. Il vincolo rappresentato dall’indisponibilità delle masse popolari – in Italia e in Europa – a pagare loro il debito e dall’imposizione di politiche radicalmente diverse. Queste politiche in Italia significano:


fare pagare il debito agli evasori e alle persone (fisiche e giuridiche) titolari di grandi patrimoni;
- disboscare la giungla delle agevolazioni alle imprese (che costano 30 miliardi all’anno) indirizzando parte del ricavato per poche agevolazioni utili (incentivi alla concentrazione industriale e alla ricerca e sviluppo tecnologico);
- utilizzare le grandi risorse così disponibili non soltanto a ripianamento del debito, ma per alleggerire la fiscalità sui ceti più poveri e per rilanciare il welfare e grandi investimenti in formazione, ricerca e nelle infrastrutture utili;
- restituire dignità e centralità al settore pubblico dell’economia, attribuendo ad esso un ruolo di orientamento e di indirizzo degli stessi investimenti privati sino ad introdurre elementi di pianificazione economica.


Non solo non viene detto chi sono i detentori de il vero potere nelle istituzioni europee e nazionali, ma addirittura sono le stesse parole d'ordine di un Buffet, Montezemolo o Profumo. Certo, qui, chiaramente abbiamo un'accentuazione caricaturale di “classe”, sviluppata agitando lo spettro della centralità del ruolo pubblico dell'economia (ancora la storia tra pubblico e privato facendo finta di non sapere che la differenza risiede nei detentori determinanti della sovranità nazionale), ma il discorso è lo stesso, e soprattutto il fine è coincidente: fare leva sulla formale indisponibilità delle masse popolari (ecco la comparsa nostalgica delle masse!).

Queste ricette colorate, di arancione e viola, trovano nell'indignazione generale, come nell'indisponibilità formale, lo stesso principio che animò il famoso “nuovo che avanza” incarnato nella vittoria di Pisapia e De Magistris (da quel giorno la vita dei cittadini milanesi e napoletani è straordinariamente cambiata).
La parola d'ordine che s'aggira in italia è “io desidero che il governo si dimetta”, oppure “non condivido la politica di Berlusconi”. Slogan ordinati e piacioni, politicamente corretti e soprattutto indifferenti a quello che verrà dopo. Tanti sono i sostenitori famosi di queste indignazioni generali che si ritroveranno tutti insieme coloratissimi il 15 ottobre. L'elenco è talmente lungo che è meglio allegare il link, a dimostrazione di quanto sinceramente l'indignazione è trasversale e non appartiene assolutamente a coloro che non se lo può permettere di pagarla, ma soprattutto al bel mondo, al ceto alto, culturalmente nutrito e predisposto a cavalcarla http://www.repubblica.it/politica/2011/10/11/news/la_campagna_dei_nastrini_arancioni_un_segno_per_dire_basta_al_governo-23023742/

C'è una cosa, però, che non mi aspettavo, l'adesione della Chiesa Alternativa alla giornata mondiale dell'ammucchiata. Questa, sinceramente, la dice lunga, sulle prospettive di uscita.
S.M.

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