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giovedì 30 dicembre 2010

Il punto

Abbiamo accettato la sfida e ci stiamo confrontando al nostro interno. L’anno che ci aspetta porterà alla luce il disegno che si è costruito e consolidato in questo che sta finendo (nel peggiore dei modi). Le manifestazioni di impotenza che si sono susseguite dovrebbero indurci a cambiare determinate prospettive teoriche e, di conseguenza, pratiche. Siccome non seguiamo e non abbiamo mai seguito il Manuale dei sogni ad occhi aperti, non ci aspettiamo nessun cambiamento. Proprio alla luce di questa consapevolezza rilanceremo il nostro lavoro teorico che dovrà, necessariamente, connotarsi di una certa partecipazione. Il dibattito che abbiamo lanciato al nostro interno e anche verso l’esterno (siamo lieti di accogliere coloro che ne vorranno fare parte) si caratterizza proprio sull’atteggiamento da tenere nei confronti del “presente”, ovvero come relazione sull’attualità caratterizzata da una scelta volontaria dettata dall’esigenza e assunta come compito.
Il lavoro di analisi è indispensabile, ma l’analisi non può essere fine a se stessa, ma deve farsi corpo, nel senso di incidere sui comportamenti e sulle scelte da compiere. Scelte che al momento vedono ancora la contrapposizione falsa e interessata tra sinistra, centro, e destra. Una sinistra che ha mostrato anche verso i più riottosi il suo vero volto.
Al momento, nonostante il conflitto capitale/lavoro mostra tutte le sue crepe, si fa finta di niente e si continua a privilegiare la lotta all’interno della classe per sé, classe che vede la supremazia dei sindacati di regime anche in lotta tra loro. Nel frattempo la classe lasciata a se stessa continua in piena solitudine la sua sopravvivenza, e volge lo sguardo altrove, diventando il cavallo di battaglia per le destre. Si continua a parlare di crisi del capitalismo (anche se non c’è un solo Capitalismo) quando ad essere in crisi è un progetto politico che sappia mettere in relazione la classe per sé con la classe lasciata a se stessa e, per far questo, occorre mettere in luce il progetto politico che sta alla base della scelta economica intrapresa. Abbiamo affrontato l’urgenza teorica della questione nazionale, questione che non si intende ancora portare alla luce nonostante il disegno Marchionne sia del tutto evidente: il conflitto capitale/lavoro diventa irrisorio di fronte ad un’azienda libera di spostare altrove la propria fabbrica, perché non c’è possibilità di scontro tra operai e capitale se il capitale si fa volatile e non c’è nessun operaio se non c’è la fabbrica. Ma non è neppure possibile parlare di scontro quando siamo in presenza di ricatto. Ricatto che esiste perché esiste la classe lasciata a se stessa. Si continua a sviluppare teorie su forme di lavoro organizzato (ma ricattato e sempre meno protetto) in mano ai sindacati di regime; sindacati che volgono lo sguardo verso quella parte politica che gli garantisce l’incarico istituzionale (nel PD abbiamo Marini, Cofferati ecc.). E’ il cane che si morde la coda. Una politica incapace di porre la congiunzione sindacale tra classe per sé e classe lasciata a se stessa in quanto non vuole porre la questione del lavoro come questione nazionale. Porre la questione del lavoro come visione nazionale significa distruggere tutte le cupole che al momento impediscono scelte politiche di Stato sociale, di scelte economiche internazionali libere da condizionamenti imperialistici da parte Usa.
Si è voluto deliberamene evitare di costruire un progetto politico nazionale preferendo l’interesse per bande. Ogni banda agisce su commissione e, spesso e volentieri, è una commissione dettata da interessi che vanno contro l’interesse nazionale. Se non vi è un interesse nazionale come possiamo sperare di portare avanti politiche economiche specifiche di salvaguardia del lavoro e del non-lavoro se vengono continuamente boicottate in nome dei poteri finanziari europei su commissione Usa?
Nel frattempo abbiamo un capitalismo che aggredisce i territori e li mette in competizione e in lotta tra loro. L’Italia è percorsa da queste bande che la dividono in più parti, con un nord sempre più sfacciatamente chiuso su se stesso. Un centro pervaso da mille mafie divenuto terra di nessuno e libero di essere saccheggiato. Il sud con problemi antichi e nostalgie indipendentiste completamente opposte a quelle del nord.
In tutto questo miscuglio di interessi territoriali dove il capitale agisce liberamente e, spesso, per conto e tornaconto di interessi internazionali, che prospettiva politica vogliamo costruire?
Comprendiamo che questi temi non siano politicamente corretti, ma non è scorretto, per logiche partitiche e miopi, fare finta che non esistano e continuare nella logica perversa del professionismo del disagio?
S.M.



martedì 21 dicembre 2010

La parola a voi

Non sanno più che pesci pigliare, e adesso mettono in giro che siamo pagati per svolgere questo compito.
Accettiamo volentieri questa ulteriore sfida. E lo facciamo nel modo più limpido e semplice possibile: sarete voi a decidere se dobbiamo continuare questo lavoro, o se è meglio chiudere.
L’unica cosa che vi chiediamo è di farlo con nome e cognome. L’anonimato non avrà valore perché potrebbero sostenere che siamo noi stessi a certificare la continuità.
Come vedete non abbiamo nessun interesse da difendere. Che eravamo scomodi lo sapevamo, ma che addirittura fossero pronti a tutto pur di diffamarci non l’avevamo messo nel dovuto conto.
I rapporti di forza non sono adeguati. Noi siamo forti nelle nostre idee, loro sono forti attraverso gli strumenti con cui fanno passare la delegittimazione del nostro movimento di idee. Se impiegassero i loro mezzi per costruire un soggetto politico capace di rovesciare questo infame stato di cose, sarebbe più utile per tutti.
Il pensiero attuazionista ha quattro anni di vita, mentre sono quattro mesi che abbiamo deciso di riaprire il blog e solo due mesi di stare anche su facebook.
Decidete voi se il lavoro svolto ha una qualche utilità e se vi sentite di partecipare alle sorti di questo progetto.
Qualsiasi cosa decidiate sarà sicuramente quella giusta. L’avevamo scritto e lo attuiamo: si vince se si è disposti a perdere. La coerenza è alla base di qualsiasi credibilità.


Grazie a tutti.
S.M.

lunedì 20 dicembre 2010

Il Grande Trasloco

A me, che sono stato sempre accusato di muovermi, pur stando fermo, quello che sta succedendo nella variegata e incosciente famiglia dei “comunisti” non è né nuovo e neppure interessante. Quello che invece sta dietro a tali movimenti mi interessa eccome.
Penso che sia successo a chiunque di noi di avere l’impressione che il proprio treno stia partendo, pur stando fermo alla stazione, per via del contrasto con il treno vicino. E’ un’impressione, appunto, e su questa impressione vi sono i professionisti del disagio che subito vi trovano alloggio. Quando la baracca sta crollando i primi a scappare sono quelli che accusano gli altri di fuggire. Succede così che chi scrive su Liberazione si metta ad accusare Diliberto per le scemenze che dice (e che ha sempre detto impunemente) senza pensare un attimo di dare le dimissioni da giornalista. E’ normale che il giornale di Rifondazione sbeffeggi il portavoce della Federazione della Sinistra senza che ciò susciti un minimo di autocritica e discussione all’interno del partito stesso? E’ normale che chi scrive su Liberazione accusi quelli del Manifesto di essere dei reazionari senza neppure chiedersi da quale pulpito vengano le critiche?
Secondo questi fuggitivi della carta stampata Il Manifesto, improvvisamente, sarebbe divenuto reazionario per una vignetta di Vauro. Cioè, secondo questa tesi, fino al giorno prima Il Manifesto era un giornale “comunista” e Vauro un eroe della dissidenza.
Non hanno, invece, niente da dire sulle gloriose gesta del quotidiano Liberazione e della loro eroina Luxuria vincitrice dell’Isola dei famosi paragondola alla vittoria di Obama?
Quello che a me sconforta non sono le accuse, che ritengo fondate, sono le persone che muovono quelle accuse da una posizione non solo imbarazzante, ma addirittura incredibile per rendere quelle accuse minimamente credibili. Non basta accusare, ma avere il coraggio di togliersi dalla posizione di comodo che svilisce e rende ridicole le accuse stesse.
Il problema che a me interessa affrontare non sono queste scemenze tutte interne al concetto di fallimento, e che i vari interpreti occasionali si gettano addosso dalla stessa posizione di comodo, posizione che noi abbiamo a suo tempo denunciato come comodocomunismo. A me interessa affrontare il cambiamento che è già avvenuto, e che gli opportunisti hanno contribuito a costruire, per potersi accreditare come “interpreti del nuovo che avanza”, al fine di entrare a pieno titolo tra i riciclati.
Qui ci troviamo di fronte a Sinistra e Comunismo, il cui soggetto è concettualmente delimitato dall’endiadi che vorrebbe esprimere. Sinistra vorrebbe essere quel complesso di caratteri che abitualmente e superficialmente chiamiamo “modernità” e che sarebbe più corretto chiamare un certo tipo di rapporto sociale di produzione; Comunismo dovrebbe essere il ricavato concettuale di una tesi filosofico-politica scaturita dalla riflessione teorica di quello che comunemente viene chiamato marxismo (ma che è una serie di marxismi e di confusioni marxiste).
In tutto questo balletto di fughe indietro e in avanti, dove le contrapposizioni sono utili al riposizionamento di funzioni personali (nessuno vorrebbe rimanere disoccupato in questa disputa), il fattore tempo gioca un ruolo essenziale.
Chi da tempo ha mosso le stesse critiche, che adesso vengono avanzate da coloro che hanno accusato gli accusatori del tempo, devono essere fatti fuori dal gioco delle accuse muovendo loro stessi le accuse. Qui entra in gioco un concetto antico ma sempre valido: quello di decadenza. Una parola da positiva diventa negativa non perché abbia essa stessa la proprietà di negativo e di positivo, ma semplicemente perché le persone che ne fanno uso ne abusano. Faccio un esempio. La parola “parassita” è divenuta negativa con il tempo semplicemente perché “colui che sedeva accanto” (il significato della parola) al potente di turno era, all’inizio del rapporto, un ospite gradito e contribuiva al prestigio della famiglia, successivamente divenne un peso e un dispendio inutile di denaro. Ma perché? Perché quando le cose vanno bene, i soldi entrano facilmente e tutto concorre al proprio benessere ci si può permettere di fare del facile pressappochismo. Quando i contributi non arrivano più, quando ci si rende conto che bisogna lavorare come gli altri, quando l’aristocrazia comunista vacilla, allora colui che ti siede accanto diventa un nemico. Tutto si trasforma in guerra tra bande perché la torta non è più sufficiente per tutti.
Per questo il fattore tempo è decisivo. Tutto è stato stabilito e molti saranno tagliati fuori. La meschinità non sta nell’essere fatti fuori, ma di voler giocare il ruolo del martire senza esserlo. La validità di una posizione non sta nell’essere fatti fuori, ma di starne fuori per propria scelta e convinzione ed essere, per questo, disposti a pagarne un prezzo. Tutto questo è oramai fuori tempo. Adesso ci saranno solo giochi di opportunismo mascherati di grandi ideali. Il principio di differenziazione, su cui si baserà la falsa contrapposizione, produrrà la solita e patetica tifoseria utile a riciclare la nuova elite che in tutti questi anni ha contribuito alla decadenza. Tanto nessuno, come al solito, gliene chiederà conto.
S.M.

sabato 18 dicembre 2010

Le lumache escono dopo la pioggia

Valerio Evangelisti non poteva perdersi l’occasione ghiotta di replicare ad un’altra primadonna come Roberto Saviano. Dalle colonne di “Liberazione” ci fa sapere che Saviano interviene su temi di cui sa poco o niente. Peccato che il grande scrittore Valerio Evangelisti sia incorso nello stesso errore che adesso imputa a Saviano. Questa estate, infatti, si è messo a stilare una lista di proscrizione in cui compare anche il mio nome, e tutto sulla base della sua fantasia aiutata da qualche scopiazzamento sulla rete, dandomi del rossobruno.
Ci fa sapere, inoltre, che Saviano sta molto attento a tutelare i suoi diritti letterari. Infatti Evangelisti sta molto attento a non rompere i suoi rapporti con la Mondadori di Berlusconi.
Ma veniamo alle cose serie. L’interesse aristocratico di Saviano ed Evangelisti, evidentemente, non ha niente a che vedere con il cosiddetto movimento studentesco, e neppure con i problemi che affliggono il nostro disgraziato paese.
Sono le due facce del potere che applicano alla perfezione il principio di differenziazione, principio che si basa sulla falsa contrapposizione.
A loro non interessa affatto affrontare i problemi che i ragazzi stanno sollevando scendendo in piazza. No, a loro interessa trasformare l’idea, che sta alla base dello scendere in piazza, in diverse opinioni buone per tutte le occasioni. Un principio di differenziazione che vedrebbe il partito degli infiltrati contrapporsi al partito dei puri. Così che, coloro che sono per la tesi degli infiltrati si trovano in compagnia di Diliberto (portavoce della sinistra) e coloro che sono per il partito dei duri e puri si trovano in compagnia del ministro Maroni. In mezzo troviamo intellettuali frustrati come Saviano ed Evangelisti. Dei giovani, dei problemi che sollevano, si guardano bene le “grandi firme” dall’affrontarli, a loro sta a cuore coltivare la rispettiva sponda di consenso utile a produrre utili attraverso diritti letterari che si rinfacciano l’un l’altro.
Questo è lo spettacolo che ci propone il quotidiano comunista “Liberazione”. Quotidiano in preda a crisi di confusione non sapendo più che pesci prendere. Infatti, come le lumache che escono dopo la pioggia, fanno parlare coloro i quali si credono di stare alla testa dei movimenti quando invece sono i zimbelli dei poteri costituiti: di destra e di sinistra. Il partito di coloro che disapprovano la tesi degli infiltrati se la prende con Vauro, che diventa improvvisamente un “nemico”, senza domandarsi minimamente su quale base lo si potesse accreditare come “amico”. Saviano, fino a ieri portato come un portatore sano di ideali di cartapesta, diventa un “fascista”.
Quando scrissi contro Sansonetti per il modo scellerato con cui stava dirigendo il giornale mi sono beccato del fascista da questi pensatori della domenica, poi quando il loro idolo cominciò ad ospitare sul suo giornale quelli di CasaPound si sono subito prodigati di definirlo un fascista. Avete compreso con chi abbiamo a che fare? Questi cambiano casacca nel giro di una giornata e si permettono il lusso di essere i detentori delle etichette politiche.
Chiaramente mi devo scusare con tutti voi perché in questo giudizio c’è molto di personale. D’altra parte come si fa a non essere di parte quando uno scrittore famoso come Evangelisti usa tutto il suo potere per imbastire un attacco ad uno come me che non ha nessun potere per difendersi, e gli mette pure il nome di Operazione Baygon (uccidere gli insetti).
Ma stiano tranquilli che continuerò ad essere scomodo, lasciando a loro la comodità di giocare con la buona fede delle persone facendo credere di essere l’uno contro l’altro armati, andando poi, la sera, a braccetto.
Il tempo delle prese per il culo sta finendo per tutti.
S.M.

venerdì 17 dicembre 2010

Ripartire dalla classe lasciata a se stessa

Essendo divenuta del tutto normale la situazione eccezionale non possiamo far altro che rendere eccezionale la normalità. Un fatto incontrovertibile è la funzione che riviste la disoccupazione per il contenimento dei salari e lo smantellamento dei diritti dei lavoratori.
Se c’è una possibilità concreta di costruire una forza politica in grado di porsi veramente dalla parte dei lavoratori, è quella di costruire un ponte tra la classe per sé (sempre meno numerosa) e la classe lasciata a se stessa (sempre più numerosa e non rappresentata, quindi ininfluente).
La classe per sé è quella più organizzata e rappresentata, ma è quella maggiormente ricattabile per via del bacino di riserva rappresentato dalla classe lasciata a se stessa (disoccupati, precari, lavoratori nelle cooperative, forme di lavoro in nero, ecc.).
Il progetto di ristrutturazione sociale che si è oramai completato, ma non assestato, portato avanti dalla sinistra e dalla destra in nome della crisi economica, ha reso la classe per sé un soggetto funzionale allo scopo, e allo stesso tempo un pollo sempre più spennato. Grazie al supporto dei sindacati amici, hanno fatto passare il principio della competitività (principio che vede nella riduzione del costo della manodopera la realizzazione dell’annientamento dei diritti dei lavoratori).
La classe per sé ha accettato il ricatto per non cadere nella classe lasciata a se stessa, classe che nel frattempo ha dovuto accettare il duro passaggio attraverso le forche caudine della legge di mercato, diventando carne da macello. Questo passaggio ha modificato completamente la sua percezione politica per quella che una volta era la sua parte politica: la sinistra in generale e il partito che si richiamava al comunismo.
L’errore commesso in tutti questi anni dai partiti che si richiamavano al comunismo è stato quello di correre in soccorso della classe per sé organizzata, non comprendendo che questa classe era del tutto refrattaria a votare per una forza comunista, e che da tempo aveva accettato l’idea di farsi “proteggere” sul lavoro dai sindacati di regime, oltre che votare per la sinistra neoliberista e per la Lega al nord.
Perché i partiti comunisti in generale hanno commesso questo errore? Per un fatto molto semplice e complesso allo stesso tempo. Facile, perché andare dietro ad un gruppo organizzato e di “sinistra” che si richiama ai “lavoratori” non richiede nessuno sforzo particolare e molta visibilità mediatica.
Complesso, perché indica l’incapacità politica nel leggere il mondo del lavoro alla luce del nuovo riassetto sociale.
La classe lasciata a se stessa, essendo una classe non organizzata, i partiti comunisti non hanno saputo rappresentarla. Non sono riusciti ad agganciarsi a tutti quei lavoratori senza un vero lavoro, gettati nelle mani delle agenzie per il lavoro, gestite da sindacati e politici e divenute delle vere e proprie imprese con fatturati da capogiro.
La complessità dell’errore risiede soprattutto nel non aver saputo prendere le distanze da una forza politica che si dichiarava di sinistra, ma che di fatto era di destra. Nel non aver saputo organizzare essa stessa delle manifestazioni che certificassero l’esistenza di una classe lasciata a se stessa, invece di consegnarla all’anonimato e alla macelleria sociale, oltre che al populismo della destra.
Perché la classe lasciata a se stessa dovrebbe votare per una forza che si richiama al comunismo, oppure correre tutti i giorni appresso a manifestazioni che non la rappresentano? Perché dovrebbe correre dietro a un partito che si richiama al comunismo e non è capace di individuare i luoghi dove le forze di sinistra e di destra l’hanno confinata?
Alla classe lasciata a se stessa, a differenza della classe per sé, non gli basta buttare giù dal trono Berlusconi, ma vuole una forza politica in grado di fornirgli piena legittimità e diritto all’esistenza per non essere più considerata la ruota di scorta dei sindacati di regime, della sinistra, della destra e dei comunisti declinati in diversi modi, e tutti in cerca di una rappresentanza parlamentare, oltre che i cagnolini della sinistra.
E’ del tutto evidente l’esistenza, oltre di un vero e proprio governo istituzionalizzato delle disuguaglianze economiche e sociali, anche di quelle territoriali, come fosse una giungla retributiva con tanto di proliferazione di enti ed apparati per gruppi di interessi particolari, uso del potere di comando sui flussi finanziari al fine di mantenere e allargare la stratificazione sociale (annientando il concetto di classe dei lavoratori e trasformandolo in concetto di classe per sé).
Nel momento in cui la sinistra ha accettato lo smantellamento dello stato sociale in nome delle riforme, mostrando il suo vero volto politico nel lontano 1993, i partiti comunisti avrebbero dovuto già allora prendere le distanze politicamente da quei partiti (sindacati, manifestazioni, organizzazioni, associazioni).
S.M.

giovedì 16 dicembre 2010

Frantumazione degli interessi

Quello che mi preme sottolineare, in questo ragionamento, è il ruolo che ha avuto la sinistra nell’affossare definitivamente la centralità del conflitto tra capitale e lavoro e, specificamente, i partiti comunisti che si sono succeduti dopo lo scioglimento del PCI, e allo stesso tempo, oggi, voler riaffermare questa centralità come se nel frattempo non fosse avvenuto nulla.
La prima incapacità risiede nell’aver accettato di delegare a un potere terzo il comando politico sull’economia e di non aver messo al centro la questione nazionale come interesse generale dei lavoratori contro ogni forma di disgregazione sociale e territoriale.
Comando politico dell’economia significa avere la possibilità per uno stato di prendere decisioni in merito allo stato sociale, ovvero difendere la propria forma economica da ingerenze esterne, che in soldoni significa non permettere, ad esempio alla Fiat, di ricattare i lavoratori e di fare gli interessi di uno potenza economica imperialista come gli USA.
Ma significa pure non assumere come una calamità naturale la crisi economica e meno che mai la crisi economica come crisi del capitalismo, ma di fornire ai lavoratori una lettura onesta e veritiera, ovvero che la crisi economica è uno specifico progetto politico per il riassetto dello stato sociale sul modello culturale e politico della potenza di turno, che si forma a livello di lotta politica tra stati e che ha ricadute e ripercussioni nazionali.
Quando si dice che l’economia, ovvero i poteri finanziari, la fanno da padroni sulla politica si dice una cosa giusta, ma non spiegandola si finisce per affermare una cosa sbagliata.
Nel nostro paese, ad esempio, il potere politico accetta determinate scelte politiche esterne che possono anche non coincidere con gli interessi dei lavoratori, tali scelte politiche determinano a loro volta scelte economiche. Allora, sono le scelte politiche ad avere ricadute economiche e non viceversa. Per determinare una data scelta economica bisogna avere una certa indipendenza politica, cosa che noi non abbiamo in quanto soggetti a poteri e forze straniere.
Come possiamo pensare di arginare lo smantellamento dello stato sociale, i continui e sempre più pervasivi attacchi contro i lavoratori, la scuola, l’università, la sanità, in una parola lo stato sociale, se non recuperiamo il ruolo politico determinante per le nostre scelte interne?
Sono anni che ci vengono raccontate le crisi delle forme del lavoro, dell’organizzazione dell’impresa, delle politiche economiche di adeguamento all’Unione Europea come fossero tutte forme normali del processo di globalizzazione. Vogliamo sostituire una volta per tutte la parola globalizzazione con capitalismo imperialista?
Il lavoro ha assunto sempre più forme e caratteri nuovi negli attuali processi di ristrutturazione, e ne assumerà sempre di nuovi e pervasivi, perché il comando sul processo e sul ciclo produttivo ha assunto anch’esso forme nuove. Allora bisogna convincerci che la crisi politico-statale si riversa inevitabilmente nella crisi economico-sociale e nella sua composizione sociale.
I vari fenomeni di aggregazioni transitorie, sporadiche e di fortuna per resistere agli attacchi non solo non sono contrastati ma addirittura favoriti. Più si frantumano gli interessi e più si formano due specifiche classi sociali: la classe per sé e la classe lasciata a se stessa. Entrambe a loro volta frantumate e dislocate socialmente e territorialmente. Si assumono forme locali territoriali di difesa come di aggregazioni sociali sempre più particolari. Ad un attacco a livello globale si cerca di rispondere a livello locale. In tutto questo la sinistra e i comunisti non hanno saputo rispondere se non con uno schema teorico che fa acqua da tutte le parti.
Se una forza di sinistra e comunista vuole veramente essere efficace, in questa fase storica, deve comprendere che una forza anticapitalista e antimperialista deve fare i conti con quello che c’è e non con quello che si vorrebbe che ci fosse. Al momento abbiamo la politicizzazione del mercato e la mercificazione dello stato.
In questo momento ci troviamo di fronte all’assenza del soggetto politico capace di incidere in maniera costruttiva sull’ordine presente delle cose e anche per questo i sindacati di base si trovano in condizioni di grave difficoltà. Difficoltà che sono tutte riconducibili a una mancanza di prospettiva politica.
Gli industriali hanno già preso accordi con il governo per trasferire all’estero tutta la loro produzione e stanno aspettando solo il momento propizio per realizzare l’operazione. E’ per questo che il disegno sociale, che si è già realizzato, sta assumendo la sua definitiva messa a punto che passa inevitabilmente per la riforma della scuola, dell’università e della pubblica amministrazione.
Ma su questo punto dobbiamo essere chiari. La chiusura delle fabbriche, il licenziamento dei lavoratori e il trasferimento all’estero delle fabbriche è avvenuto grazie alla complicità dei partiti di sinistra e dei sindacati di regime. E come hanno convinto gli operai a subire una tale mortificazione dei loro diritti e un simile ricatto? Con la parola magica della “crisi economica” ripetuta dalla sinistra e dai comunisti come fosse un concetto neutrale e non avesse invece una matrice politica, culturale e sociale ben definita.
Al ricatto di Marchionne, tutto nell’interesse degli USA, che vuole portare le medesime condizioni schiavistiche in Italia, vogliamo continuare a rispondere con le manifestazioni organizzate dalla CGIL? Oppure con la teoria del conflitto tra proletari e borghesi?
Affrontare il problema in maniera seria significa pensare ad un progetto politico capace di ridisegnare i confini entro cui la classe per sé possa finalmente incontrare la classe lasciata a se stessa.
Per questo è urgente disegnare il percorso politico che porti ad un Primo Maggio all’insegna della dignità contro ogni forma di pagliacciata canora.
S.M.

mercoledì 15 dicembre 2010

Camera con svista

Si può essere imbecilli in vari modi e tutti degni di rispetto. Quello che non è accettabile, perché criminale, è di essere imbecilli in nome del popolo e dei lavoratori.
Mi sono arrivate mail in cui mi si chiedeva come mai non avessimo fatto un articolo su una giornata “storica” come quella di ieri, visto che ne facciamo sempre una al giorno. Mi sono cadute le braccia.
Sono quattro mesi che analizziamo la situazione politica della sinistra (“tutta compresa”), mettendo nero su bianco il naturale esito parlamentare culminato nella giornata di ieri.
Non mi sono mai piaciute le analisi che vogliono raccontare quello che è accaduto. Come se le persone non fossero in grado di comprendere gli accadimenti. Queste sono le analisi di chi si crede “avanguardia”. Il nostro compito non è quello di fare propaganda politica, ma semplicemente quello di rendere palese ciò che viene strumentalmente, ipocriticamente, e anche per incapacità, fatto passare come “politica di sinistra” o variamente “comunista”.
Per questo la giornata di ieri non ci ha interessato. Oramai era accaduta. Ampiamente descritta fin nei minimi particolari, che altro avremmo potuto aggiungere?
Avevamo chiesto ai soggetti della “sinistra radicale” e comunista, di fare anche loro un’analisi preventiva dei fatti. Ma evidentemente sono presi da altre incombenze.
Adesso lasciamo volentieri ad altri il gradito compito di descrivere i fatti accaduti. Non ci hanno mai interessato e mai ci interesseranno. Continuiamo a descrivere quello che accadrà inevitabilmente con simili personaggi politici con l’ambizione dell’avanguardia (sempre, inevitabilmente, dopo che i fatti sono accaduti).
Personaggi che pensano di fare a meno di esporsi nelle analisi e vogliono fare politica attraverso comunicati dove raccontano con entusiasmo di essere stati vicini ai lavoratori, agli studenti ecc.
Questo è il quadro della situazione.
Purtroppo, per non prendere in giro nessuno bisogna, inevitabilmente, essere scomodi, subire attacchi, calunnie e infamie.
Continueremo a svolgere il nostro lavoro dalla parte dei dominati, come sempre, ma senza adulazione, senza compiacimenti, senza falsa retorica.
Continueremo a svolgere la nostra teoria anticapitalista, ma coscienti del fatto che la lotta al capitalismo è lotta tra capitalismi.
Continueremo a svolgere la nostra analisi antimperialista, sapendo benissimo quale è la potenza politica prevalente e come bisogna schierarsi.
Continueremo a fare analisi sul conflitto capitale/lavoro sapendo bene che senza una analisi adeguata sulla questione nazionale i lavoratori continueranno a rimanere senza lotta perché privati del loro luogo di lavoro.
Quello che è successo ieri è figlio di tutta l’incapacità di chi si è messo in testa di stare dalla parte dei lavoratori in nome di un generico riferimento di “sinistra”.
Adesso, chi è stato illuso da questi fantomatici difensori dei lavoratori, può trarne le conseguenze del caso.
Chi ha partecipato con entusiasmo, e senso storico-archeologico, alle passeggiate romane chiamate manifestazioni, si può fare un’idea più chiara della situazione.
Chi credeva veramente che una sinistra così ridotta non avesse aiutato Berlusconi a stare a galla, adesso dovrebbe avere maggiore cautela in futuro.
Ma tutto questo non accadrà, perché gli interessi che stanno dietro a queste pagliacciate sono cospicui e vengono da lontano.
La classe per sé continuerà a farsi pagare i viaggi turistici per Roma dai sindacati di regime e dalla sinistra (che è la stessa cosa, perché tutti i sindacalisti li ritroviamo deputati e senatori di sinistra), continuerà a fregarsene dei precari e dei disoccupati e tutto questo in nome della “sinistra”.
Ma anche la classe lasciata a se stessa continuerà a remare contro se stessa, perché al sentimento ha sostituito il risentimento, ed applaudirà a tutte le leggi contro i lavoratori “privilegiati”.
Gli uni contro gli altri malamente armati.
S.M.

lunedì 13 dicembre 2010

Manifestazioni di impotenza

Le grandi, spettacolari, entusiasmanti e plateali manifestazioni di impotenza, che hanno segnato le ultime manifestazioni sindacali e politiche, si infrangono costantemente con i risultati pratici delle sconfitte operaie. La manifestazione della Fiom del 16 ottobre fu mortificata due giorni dopo con l’approvazione del collegato lavoro. Quella della CGIL, con l’incoronazione della Camusso (silente sullo sciopero generale), è stata mortificata con l’uscita di Marchionne dall’incontro con la Marcegaglia.
Questo continuo stillicidio di manifestazioni di impotenza, raccontate come vittorie di popolo, oltre che essere una vera e propria mancanza di strategia politica per i lavoratori, sono al servizio di forze straniere e organizzazioni finanziarie.
Il conflitto capitale/lavoro, che sindacati di regime e forze di sinistra radicale ci vanno raccontando, è una vera e propria finzione e, quindi, un tradimento verso gli stessi lavoratori.
Non c’è nessun conflitto, ma un puro e semplice ricatto mascherato da prove di forza al servizio del nemico, ovvero i grandi gruppi finanziari che hanno i loro interessi al di fuori dell’Italia. Il caso Marchionne, di cui avevamo parlato qualche tempo addietro, ne è la prova. Una prova che non necessitava del clamoroso viaggio della Marcegaglia negli Usa per essere dimostrata. Come non c’era bisogno della ulteriore prova di forza di Marchionne per essere compresa.
Eppure, sindacati venduti e forze politiche di sinistra, comunisti compresi (tutti, visto che tutti hanno dato una lettura entusiasta della manifestazione di debolezza del 16 ottobre, vantandosi delle belle bandiere rosse che sventolavano) continuano a parlare dello scontro capitale/lavoro senza mettere al centro dell’analisi la questione nazionale. Avevamo detto che il conflitto capitale/lavoro non si poteva risolvere attraverso le rivendicazioni di facciata dei sindacati di regime, e neppure attraverso i sottosindacati di regime, come quello della Fiom, e neppure attraverso le analisi ottocentesche con immaginari scontri tra borghesi e proletari, ma avevamo detto che se non si affrontava il problema di come impedire ad un’azienda di poter chiudere e trasferire una fabbrica “altrove”, il conflitto, gli operai, non avrebbero potuto farlo in mancanza di una controparte.
Si può immaginare degli operai senza fabbrica?
I sindacati, evidentemente, sono impegnati a soccorrere la sinistra, in particolare il PD, perché garantisce ai suoi segretari poltrone parlamentari e incarichi istituzionali, quindi è naturale che portino i propri iscritti a passeggiare per le bellissime vie del centro storico di Roma. Ma gli altri, quelli che si definiscono partiti comunisti, perché continuano a fare finta di niente? Perché rincorrono le manifestazioni di impotenza invece che dirigerle? Perché non vogliono vedere che, senza la questione nazionale, i lavoratori sono privi degli strumenti per operare una vera e propria lotta?
Il caso Marchionne è solo la punta dell’iceberg, mentre le nuove strategie che si stanno profilando, specialmente attraverso accordi a livello europeo (comandati oltre oceano), metteranno al centro della politica economica ulteriori strette e ristrettezze finanziarie per i lavoratori, il tutto in nome della crisi economica.
Un Marchionne, che si può permettere di chiedere “garanzie” per i propri investimenti, che cosa veramente ci sta dicendo se non che lui non deve rendere conto a nessuno, tantomeno al governo?
La Marcegaglia, che approva un simile comportamento, che cosa ci sta dicendo se non che il caso Marchionne sta facendo scuola?
E noi come rispondiamo? Con un PD che sta dietro ai poteri forti, che a loro volta stanno facendo gli interessi di altre nazioni? Con una Sinistra che si è fatta scippare di mano pure il ruolo di opposizione da Fini e Casini? Con dei comunisti che corrono dietro a Vendola e al PD e, con quelli che non gli corrono, ma vanno snocciolando conflitti tra borghesi e proletari, e non una parola sul vero e proprio conflitto che si sta portando avanti, e che ci ha messo in ginocchio e impotenti?
Tutti accomunati a parlarci di crisi del capitalismo, quando invece il capitalismo attraverso la crisi, cioè attraverso una vera e propria strategia politica, sta mettendo in ginocchio ogni possibilità vera di antagonismo sociale, di lotta mirata per riconquistare gli spazi della politica in favore dei lavoratori.
Una sinistra che appoggia i poteri statunitensi come può parlare a nome dei lavoratori? Con quale faccia?
S.M.

sabato 11 dicembre 2010

Sul concetto di opposizione

Stanno, come giovinetti festanti

prima della fine della scuola

felici e spensierati, tanti

cori e voci, di rosso e viola

si colora la speranza quando

la politica, come una moviola

torna indietro sfumando.



Tutti in attesa di festeggiare

quello che ignorano

essere non del Re

il funerale, ma invano

quando gli diranno

di averlo celebrato non al tiranno

ma a se stessi con la propria mano.



Allora sarà dura

non più di quella finora subita

perché alla prova futura

aiutati dalla cattiva memoria e dalla vita

ci sono abituati. Sinistra è un modo

come un altro per dire che è finita

con una bella gita a Roma in un treno neppure comodo.

S.M

giovedì 9 dicembre 2010

Il rischio c'è, si vede, ma non si sente

Non poter partecipare agli eventi storici che, comunque, avranno effetti pratici sulle nostre vite è sicuramente frustante.
Non è una novità, ma non per questo ci dispensa dalla responsabilità. La responsabilità, per essere comunemente sentita, richiede di essere socializzata. Ma cosa socializziamo veramente, l’io interno o quello esterno? La relazione in questo caso si decide sul tempo e sullo spazio che la politica occupa oppure preoccupa. Perché se decidiamo di socializzare l’io esterno l’interesse cade inevitabilmente sul tempo e sullo spazio che la politica occupa nelle nostre vite. Se, al contrario, decidiamo di socializzare l’io interno, l’interesse cade sul tempo e sullo spazio che la politica preoccupa nelle nostre vite.
Finora, tutti coloro che si sono interessati ai problemi delle classi disagiate, dei dominati, oppure al proletariato, hanno continuato a privilegiare la socializzazione dell’io esterno, che in pratica possiamo spiegare semplicemente con questo ragionamento: gli intellettuali, i politici e i rivoluzionari stanno cercando di spiegare il gesto che si appresteranno a commettere. Per commettere questo gesto hanno bisogno di esprimerlo prima in termini di conoscenza. Siccome, però, la conoscenza che hanno del gesto futuro è una conoscenza che proviene da un gesto commesso da altri nel passato, si attende con fiducia un gesto improvviso, cioè non prodotto dai soggetti che vorrebbero commetterlo attraverso la conoscenza, ma da altri, per poterlo poi spiegare e farlo proprio.
Questo dovrebbe farci comprendere alcune semplici cose, ossia che bisogna riconoscere, una volta per tutte, la separazione tra conoscenza e azione. Le motivazioni che conducono all’azione non saranno mai motivazioni dell’io esteriore, ma sempre un prodotto dell’io interiore, il quale io non sarà mai conoscibile e sondabile attraverso tesi e conoscenze scientifiche. .
Questo significa che dobbiamo rinunciare a pensare, oppure che una teoria adeguata alla comprensione dell’esistente non sia necessaria?
Pensare questo significa non pensare. Al contrario, sto cercando di far comprendere la differenza che passa tra azione e conoscenza e, soprattutto, tra conoscenza di un’azione passata e l’inutilità nel voler spiegare con questo tipo di conoscenza un’azione che non si è ancora attuata.
Se approfondiamo questo concetto vedremo che le motivazioni che conducono all’agire sono talmente profonde che mettono in crisi lo stesso concetto di tempo, ovvero il passato, tutto il passato viene ricondotto sotto un’altra luce, e diventa del tutto inutile la trasposizione che si vorrebbe riprodurre nel presente, perché il passato si trasforma in un enorme campo figurativo capace di sostenere e infondere energia all’azione presente, e non più pensabile come paradigma teorico per spiegare l’azione da commettere. Azione che non verrà mai commessa con questi presupposti.
Questo ragionamento un po’ complesso (me ne scuso), l’ho approfondito altrove, ma qui mi preme riportarlo brevemente alla luce, perché tutte le dispute teoriche per spiegare un’azione che si vorrebbe commettere (perché ritenuta da tutti urgente per cambiare l’ordine esistente delle cose), trovano il loro alibi per non commetterla sulla base di un’interpretazione teorica, e su questo falso alibi si fa intervenire il principio di differenziazione capitalistico e si fondano nuovi partiti che a loro volta cercheranno di fornire le motivazioni teoriche “giuste” per commettere l’azione valida nel futuro.
Insomma, è semplicemente assurdo voler commettere un’azione nel presente, azione che non si è ancora commessa, che si dovrà commettere nel futuro, sulla base di una conoscenza di un’azione commessa da altri nel passato.
Questo modo di procedere non porterà nessuna attuazione, ma molte giustificazioni per non commettere nessun gesto.
Nell’io esteriore il tempo è un tempo razionale, dettato dai rapporti sociali di produzione dove il passato, il presente e il futuro sono lineari, mentre nell’io interiore il passato, il presente e il futuro sono rimescolati e riportati in una dimensione soggettiva, dove la coscienza è libera e creatrice, dove ogni ricomposizione del conflitto, ogni pacificazione sociale o patto sociale sono semplicemente deplorati perché mortificano l’azione stessa.
S.M.



mercoledì 8 dicembre 2010

Segnali di fumo (di Stefano Moracchi)

Walter Veltroni, alla presentazione del libro di Ingroia, ha detto che, alle elezioni, gli italiani hanno scelto Berlusconi alla guida del governo. Bersani si reca alla sede dei Radicali per incontrare Pannella. Renzi si reca a casa di Berlusconi per un pranzo di lavoro.
Tre episodi che certificano, ognuno a suo modo, l’inconsistenza di ciò che per comodità chiamiamo Sinistra.
Veltroni, non è la prima volta, dice che gli italiani, nell’urna, esprimono la preferenza per chi debba guidare il governo. Veltroni sa bene che la Costituzione conferisce questo potere al Presidente della Repubblica. Come sa benissimo che la sua affermazione mette in difficoltà l’intera sinistra e, in particolar modo, la posizione del PD, che continua a ribadire il prevalere della Costituzione formale su quella materiale, e quindi che gli italiani non scelgono il Presidente del Consiglio, perché questo potere risiede nelle mani del Presidente della Repubblica. Ma Veltroni sa altrettanto bene che gli italiani sono consapevoli di scegliere il nome del Presidente del Consiglio indicato sulla scheda. Questo fatto non è marginale come vorrebbero farci credere Bersani, Franceschini e Letta nipote. La Costituzione vive sia nel suo aspetto formale che in quello materiale. Dopo l’esperienza disastrosa della gestione Scalfaro, che ribaltò l’esito delle urne, rafforzando, di fatto, Berlusconi, oggi il compito che si trova a svolgere Napolitano è completamente diverso. Una cosa è certa, che le diverse posizioni, all’interno della sinistra, non aiutano alla chiarezza, e neppure il Presidente della Repubblica. Questo aspetto l’abbiamo già toccato diverse volte e non ci torneremo sopra. Quello che mi preme sottolineare è il motivo, incomprensibile apparentemente, che spinge la sinistra ad infilarsi in un vicolo cieco. Non chiedere le elezioni è stata una scelta suicida. Per diversi motivi. Il primo, perché la crisi non poteva essere gestita dalla sinistra, in quanto è una scelta politica di una parte della destra. Destra capeggiata da Fini che, se nei diversi incontri “familiari” con esponenti della sinistra, ha rafforzato la sua immagine di uomo rassicurante e pescato voti a sinistra, per la sinistra è stata una vera e propria caporetto. Come potevano, Bersani, D’Alema, Franceschini e Letta, pensare di proporre agli italiani un accordo con “tutti quelli che ci stavano”nella prospettiva, per gli italiani, di vedere finalmente cacciato Berlusconi? Come hanno potuto accreditare Fini come un esponente autorevole e responsabile della destra?
Attraverso questa scelta scellerata, il problema non è più Berlusconi, ma una sinistra incapace di scalzarlo dalla porta principale, e non attraverso quella di servizio, dove i berlusconiani sono vivi e vegeti. La sinistra avrebbe dovuto rendere protagonisti gli italiani per questo compito, attraverso la scelta di andare ad elezioni. Una sinistra che si riempie la bocca di parole come democrazia, scelta consapevole, partecipazione alla cosa pubblica, primarie e poi, nel momento più importante, espropria gli italiani di questa possibilità. Scelta ancora più disastrosa per aver creduto che Fini avrebbe fatto un’alleanza “impropria”. Questa è la vera tragedia della sinistra, tragedia il cui aspetto principale è il “ridicolo”.
Fini, dicendo che non vi sarà nessun “ribaltone”, ha gelato i paladini dell’inciucio. Franceschini, incalzato dai giornalisti, che gli chiedevano conto della posizione del Presidente della Camera, facendogli notare che di fatto la sinistra veniva tagliata fuori dai giochi, ha cercato di arrampicarsi sugli specchi, balbettare che un’alleanza di responsabilità non è un ribaltone. Cose dell’altro mondo.
Avevamo detto, quando ancora il disastro era solo annunciato, che la sinistra stessa stava mettendo il Presidente della Repubblica in grave difficoltà, e non bisognava essere degli esperti per comprenderlo. Per questo, risulta ancora più “strano”, il comportamento della sinistra. Sinistra che sta facendo di tutto per perdere quel poco di credibilità che gli resta.
Bisogna cercare, allora delle spiegazioni serie. Una spiegazione è la crisi di identità della sinistra. Fusione a freddo con un’anima democristiana che non si è potuta mai veramente completare. L’uscita di Rutelli è solo un segnale. Prima c’è stato Veltroni e il suo progetto “tutto e il contrario di tutto” fallito miseramente con l’aspirazione maggioritaria (che volesse dire è ancora un mistero) che ha inglobato i radicali e reso fortissimo il partito di Di Pietro. Due mosse suicide in una volta sola. Ma c’è dell’altro. Il non voler registrare il bisogno che viene dal basso di riaffermare un partito che si occupi veramente e seriamente delle questioni del lavoro. Bersani, attraverso le primarie, era stato visto come l’uomo adatto a questo compito. Ma, qui bisogna fare chiarezza. La base popolare del PD è rappresentata, evidentemente, da confusionari peggiori dei loro rappresentanti. Come potevano cogliere in Bersani l’uomo adatto a svolgere questo lavoro, quando si è reso protagonista delle peggiori privatizzazioni e, quindi, reso ricattabili e impotenti gli stessi lavoratori?
Allora bisogna chiedersi quali siano veramente queste fasce sociali che votano PD. Andare a fondo sulle connivenze, favoritismi, clientelismi, nepotismi che albergano e influenzano la politica della sinistra. Non c’è solo il problema Casta, ma caste, gerarchie, ceti, classi e baronie.
E veniamo, adesso, al secondo episodio. Bersani “corre” da Pannella nella sua sede di partito. Perché si è deciso ad andare da Pannella adesso e di corsa, dopo che per mesi i radicali chiedevano invano questo incontro? Perchè Pannella ha fatto comprendere che i loro sei parlamentari eletti alla Camera potrebbero essere decisivi per l’esito della fiducia del 14 dicembre. Ma la corsa di Bersani giunge tardi, a giochi già fatti, in quanto Pannella si è già visto con La Russa e si sono trovati d’accordo sulla questione giustizia (carceri e riforma) e, infatti, un mini indulto è già in atto. Perché Bersani e il PD non hanno colto in tempo le grida pannelliane e vanno all’incontro a giochi fatti? Eppure i parlamentari radicali siedono tutti i giorni accanto a quelli del PD (visto che sono stati elletti nello stesso partito). Non è strano tutto ciò? Che cosa c’è sotto? O pensiamo veramente che sono tutte coincidenze e stiamo facendo i disfattisti?
E veniamo velocemente al terzo aspetto. Renzi, il sindaco giovanilista di Firenze, per parlare del lavoro inerente alla sua città, va a trovare il Presidente del Consiglio in una delle sue molteplici residenze, e in quella più importante politicamente, quella di Arcore. Perché? Renzi, come tutte le nuove creature nate dalla mancanza di fantasia della sinistra, si è caratterizzato per la sua duttilità nel trovare una strada “originale”, ovvero incarnare la destra della sinistra. In questo è stato più bravo di tutti. Cacciari ha subito benedetto la scelta di Renzi. Un semplice caso?
Quando diciamo che la destra avanza da sinistra stiamo semplicemente registrando un profondo cambiamento già avvenuto e questi segnali non sono altro che la registrazione visiva.
Vogliamo fare finta di nulla?
Adesso chiediamo a voi di spiegarci a cosa serve, a giochi fatti, la manifestazione del PD, quando è già tutto manifesto?

martedì 7 dicembre 2010

Abbaiare alla luna

Mi rivolgo a coloro i quali continuano a rapportarsi a noi come fossimo un partito strutturato con tanto di “avanguardia”. Mi spiace per voi, ma non esistono “attuazionisti”, ma semplicemente persone libere che ragionano liberamente, e che non intendono farsi etichettare da nessuno. Non c’è una guida, ma ci sono diverse prese di posizione che convergono su un punto: non accettare pedissequamente l’ordine stabilito delle cose (per chi volesse approfondire questo concetto vi sono diverse pubblicazioni e un numero sufficiente di analisi). Sono abituato alle risposte preconfezionate a questa tesi “scandalosa”, ma sono altrettanto vaccinato nel rispondere con dati alla mano “attuali”, e non con le tesi prese a prestito dai grandi del passato.
Quando apparve il pensiero attuazionista, i grandi rivoluzionari che oggi, nel frattempo, si sono confezionati il partito “comunista” a propria immagine e somiglianza, non solo risero sopra alle tesi che venivano avanzate, ma le presero come “ingenue fantasticherie”. Ora, se un “rivoluzionario” non sa neppure leggere obiettivamente lo sfacelo che da lì a qualche anno travolgerà il proprio partito, come può pretendere oggi di dare lezioni a chi lo aveva messo in guardia in anticipo?
Il pensiero attuazionista è nato quando voi stavate beatamente dentro partiti che difendevate come “comunisti”, e solo dopo aver visto che la “casa bruciava” siete andati a fondarne uno vostro.
Personalmente credo solo alle verità che sappiano mettere in comune l’essere delle persone. La persona non è uno strumento in mano a delle organizzazioni. Se ancora si vuole insistere nel pensare secondo l’idea di sistema del partito, dove non vi è bisogno di nessun soggetto per conferirvi senso (in quanto vi è già una teoria bella e pronta), questa non è la nostra prospettiva. Se nascerà una forza anticapitalista e antimperialista sarà solo grazie al recuperato valore delle singole persone. Uso il termine persona come insieme di coscienza, soggetto ed io. Per intendere la persona in tutto il suo insieme bisogna anche recuperare un linguaggio adeguato, ovvero fare in modo che il concetto corrisponda al nome che viene espresso. Questo lavoro non solo non viene fatto, ma si cerca in tutti i modi di ostacolarlo. Il motivo è semplice, perché con il concetto adeguato cadrebbe del tutto l’impalcatura teorica che si cerca di portare avanti come se nel frattempo il tempo si fosse fermato alla Rivoluzione d’Ottobre (quando va bene). Continuare nell’illusione di trasparenza non è che un modo come un altro per continuare nella mistificazione. Se non si pone al primo posto la crisi del comunismo, come mancato approfondimento del pensiero marxista a livello filosofico, come possiamo enunciare una sorta di criterio verso l’impegno?
Per me coerenza significa scoprirmi diverso nel modo di essere sempre me stesso, ovvero di non dare niente per acquisito e, soprattutto trovare le proprie ragioni nella ragione comune. Concetti che a voi non interessano, e che presto scoprirete amaramente di diventare voi stessi privi di interesse.
Oggi ci troviamo di fronte a vari marxismi e tutti in lotta tra loro, ma questa lotta non è lotta di popolo, ma semplice disputa tra politicanti. Il marxismo, inteso come filosofia scientifica da parte di Marx, non è mai potuto arrivare al cuore delle persone perché è stato sempre affrontato come questione che riguardava le “avanguardie”. Un sapere usato come potere. Un retaggio duro a morire. Ed è per questo che scoppiano le contraddizioni e le pagliacciate. Perché mentre teoricamente si usa la clava del marxismo, praticamente per recuperare qualche visibilità e qualche consenso si finisce per commettere gli stessi errori della sinistra, ovvero fare il gioco del capitalismo e dell’imperialismo.
Chi vuole continuare a pensare che non vi sia una correlazione tra mancato approfondimento del marxismo e crisi del comunismo, sarà destinato ad essere travolto dalle sue stesse convinzioni.
Purtroppo, i dirigenti di partito sono ancorati alla risorsa ideologica, e gli sfugge completamente di mano il problema della conoscenza stessa della risorsa ideologica. E senza messa in crisi della risorsa ideologica si finisce nella riproduzione auto-referenziale che porta inevitabilmente alle scissioni.
La filosofia attuazionista ha messo in evidenza il principio capitalistico della risposta estetica a posizioni etiche (ovvero politiche). Questo principio, della continua creazione di contenitori nuovi per ovviare di rispondere ai contenuti, è il principio capitalistico della differenziazione. Lo si vede nell’urbanistica (nuovi quartieri, nuovi centri commerciali), nella società ( nuove espressioni di identità) e lo si vede anche in politica (sempre nuovi partiti).
Tutte risposte fittizie. Il modo di produzione capitalistico (dominante) crea l’insicurezza sociale, e gli agenti creano la risposta estetica all’insicurezza: un bel quartiere “sicuro”, un bel centro commerciale “sicuro” e, anche tra “comunisti” si crea il proprio partito “sicuro”.
Il principio di differenziazione è una forma di insicurezza, un mancato approfondimento e una mancata partecipazione delle persone coinvolte, o che si dice di voler coinvolgere. Il principio di differenziazione è una forma di addomesticamento della coscienza piuttosto che un processo di realizzazione della persona.
Se non scopriamo il rapporto mortificante che intercorre tra impegno della persona e attività gerarchizzante, possiamo continuare tranquillamente ad abbaiare alla luna.
S.M.

lunedì 6 dicembre 2010

Tutti i colori del Viola: Ferrando, Diliberto, Di Pietro, Pannella...

Il Popolo Viola, quello che ci teneva a stare alla larga dai partiti, riunisce intorno a sé i partiti. E che partiti! Sfumature del rosso vergogna come Diliberto e Ferrando.
Nella Convention (come nella migliore tradizione americana) si è parlato di legge elettorale, conflitto di interessi e libertà di informazione. Occasione ghiotta per un comunista di ferro!
Di fatti non se la sono perduta. Non serviva la Prova Viola per comprendere il rosso strumentale della bandiera. Quello che dispiace, e ferisce, è vedere (sempre più poche) persone in buona fede correre ancora dietro, come babbei, a gente del genere.
La sinistra non ha più nulla a che vedere con il marxismo, e i comunismi residuali e folkloristici, riuniti in circoli bocciofili, sono la vergognosa testimonianza di un’epoca che è stata e non lo è più. Queste scene ridicole sono l’ultimo colpo di coda, lo smottamento definitivo di una pagliacciata che non poteva continuare. L’imbarazzo che si prova è pari alla sfacciataggine di queste tristi figure.
Comunisti da strapazzo che non hanno più nessuna critica “critica” da svolgere, ma semplicemente rincorrere le mode di oltre oceano che si materializzano attraverso colori e nomi nuovi. E’ un comunismo sfilacciato, incapace di svolgere una interpretazione complessiva della realtà e pertanto si rifugia nella critica per settori, frange e comparti, correndo dietro: ai sindacati di regime, alle petizioni più svariate, alla difesa della Costituzione (senza mai sognarsi di pretenderne l’attuazione, ma solo sbandierandone i principi), l’ecologismo a buon mercato, e la difesa ad oltranza per tutto ciò che improvvisamente affiora come “nuovo” nella società.
Quando si perde di vista l’universalità della critica al modo di produzione capitalistico è inevitabile che ci si rende del tutto irrilevanti e subalterni agli agenti capitalistici.
La Convention, assieme alla manifestazione della Fiom (sul palco Epifani, Flores D’Arcais e Cremaschi e il risultato è stato l’accordo sul collegato lavoro), della CGIL (dove la Camusso si è guardata bene dal proclamare lo sciopero generale) e quella del PD di sabato prossimo, sanciranno la nascita del Governo Tecnico del Super-Ciampi, così battezzato da Letta nipote (nella più dolce e beata logica americana: lo zio a destra e il nipote a sinistra). La politica di destra allargata a sinistra che si consegna al potere finanziario di oltre oceano.
Una riedizione dei governi tecnici della sinistra che hanno gettato le basi per fare dell’Italia una arancia da spremere per pagare il debito degli Usa. Questa è la sinistra, e questi sono i comunisti.
Quello che chiamano genericamente globalizzazione è un progetto politico globale e in quanto tale, una forza politica che lo vuole contrastare, non può appiattirsi alla logica di coloro che lo favoriscono. Pensare che il marxismo filosofico, come fondamento teorico di un comunismo politico, non debba trattare della “questione nazionale” in un mondo a strapotere finanziario, culturale e politico della principale potenza del globo, significa semplicemente essere fuori da una visione complessiva dei rapporti sociali che derivano dai rapporti di produzione capitalistici.
Questi comunisti, insieme a questa sinistra, accettano obtorto collo, attraverso un determinismo economicistico, tale situazione economica come se non fosse una questione politica specifica, ma un dato oggettivo ed ineludibile totalmente svincolato da qualsiasi dato reale. Siamo in presenza di un’autoreferenzialità totale come difesa della propria incapacità critica.
La produzione flessibile genera lavoratori flessibili, cioè forme precarie di vita che tuttavia non sono precarie allo stesso modo. Abbiamo detto altrove che, senza una visione globale della questione economica, ossia politica, le risposte saranno altrettanto precarie e ritorneremo continuamente al punto di partenza: il cane che si morde la coda. La disoccupazione non è un problema in regime di capitalismo globale, perché è gestita privatamente attraverso soggetti sociali che dicono di stare dalla parte dei lavoratori: sindacati, associazioni e agenzie del lavoro. Questo modello sociale, prima della “globalizzazione”, era già presente negli Usa. Negli Usa non è stato un problema la crescita della disoccupazione perché l’indebitamento delle famiglie è stato ampiamente pagato dalla politica estera americana e dal suo progetto globale. Per noi non è la stessa cosa. Questi costi sociali sono finanziati dalle generazioni precedenti alle nostre. Si sta attingendo al patrimonio generazionale.
Queste questioni non devono essere affrontate, ma sottaciute e mascherate con un generico conflitto tra proletari e borghesi e capitale e lavoro. Impostazione che è comune a tutti i residuati storici del comunismo e, proprio per questo, fallendo in continuazione, cercano di differenziarsi con improbabili forme di comunismo. Differenziazioni che alla fine della fiera, inevitabilmente, si ricongiungono sotto il nome dell’americanissimo Popolo Viola. Una vera e propria rivoluzione, cioè si ritorna all’origine del problema, dopo una lunga e inconcludente traversata nel deserto dell’approfondimento teorico.
Se non si capisce il dramma della presenza di queste macchiette del comunismo alla Convention Viola, e non voler riflettere su questo programma cialtrone e demenziale, allora è inutile perdere tempo ad approfondire, perché tutto il resto non ha più significato.
S.M.

venerdì 3 dicembre 2010

Il 14 dicembre della mistificazione: il Cavaliere e Sancho Panza

In che modo il significato può entrare nelle cose e vivere? Può essere ancora auspicabile vivere nell’incantesimo dell’antiberlusconismo in un mondo disincantato, e continuare a parlare, come se nulla fosse, sulla futilità dell’incantesimo? Berlusconi gioca a fare il Cavaliere, e la sinistra crede veramente di essere Sancho Panza, correndogli sempre in aiuto. La sinistra che si presenta come progressista ma, di fatto è conservatrice: vuole far passare le regressioni per riforme, e lo abbiamo visto tutte le volte che ha preso le misure volte a smantellare quello che restava dello stato sociale. La distruzione delle conquiste democratiche in tema di lavoro, sanità e scuola. Purtroppo, chi muove queste critiche, combatte contro queste politiche si espone ad essere un disfattista. Proprio in un momento storico come questo, dove tutti fanno a gara a chi è più capace a smantellare quel poco che resta di socialmente valido, al servizio di tutti, si viene accusati di disfattismo. La sinistra che rincorre, come fosse oro colato, i rapporti confidenziali rubati alla superpotenza americana. Roba da pazzi. Smarcarsi dall’ingerenza americana dovrebbe essere l’obiettivo di qualsiasi forza politica che voglia dichiararsi genericamente di sinistra. Invece, in un momento di revisionismo e opportunismo da quattro soldi, si fa megafono e serva degli interessi di oltre oceano.
Una sinistra che si mette in fila a Casini e Fini. Una sinistra rinnegata e vile. Invece di chiedere le elezioni, implora, divisa al suo interno, il Governo di Unità Nazionale e il Governo Tecnico. Senza ritegno e rispetto verso quella farsa che è il mandato elettorale. In spregio di se stessa e degli elettori.
Di fronte ad un’Europa delle banche e dei banchieri, la sinistra occhieggia a Draghi e Montezemolo.
Una sinistra che non vede l’ora di riprendere le parole della Marcegaglia o di Marchionne per accreditarsi presso i poteri forti.
Chi, come noi, si vuole smarcare da questo gioco sporco, da questo tanfo insopportabile, cercando una via di uscita che metta finalmente al primo posto gli interessi dei lavoratori, è visto come il nemico.
Non si vuole comprendere, per viltà, per conformismo o per incapacità che la via delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni ha spalancato le porte ai saccheggiatori delle risorse che adesso hanno le mani libere di decidere come e quando meglio gli capacita delle sorti dei lavoratori. Siamo diventati carne da macello e lo siamo diventati perché la sinistra ha accettato e continua ad accettare questa logica delle cose. Ma c’è chi ha l’inclinazione a confondere le cose della logica con la logica delle cose. Un luogocomunismo che non solo non aiuta ad uscire dal ricatto in cui ci hanno gettato, ma a restarci per molto tempo ancora. Una sinistra che ha concorso e applicato salassi e sacrifici in nome di un’Europa costruita sulla logica del potere economico e sulla totale assenza e partecipazione popolare. Un’Europa antidemocratica e fortemente burocratico-finanziaria alla mercè degli americani. La sinistra ha concorso ha consegnare nelle mani delle grandi istituzioni finanziarie i fondi pensione, le grandi compagnie di assicurazione e, come negli Stati Uniti, i fondi di investimento collettivi, facendo in modo che possano dominare a proprio piacimento il campo del capitale finanziario. Se tutto sta nelle mani del dominio finanziario è del tutto naturale che poi detengano un potere di pressione sulle imprese e sugli stati. Lo vediamo con la Grecia, l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo e l’Italia. Questi profitti imposti attraverso il capitale investito, oltre che a rendere bene e senza nessuno sforzo e concorrenza, servono anche come arma di pressione sugli stati. Tutto ciò ha modificato e reso del tutto inefficace il classico scontro capitale/lavoro, anche grazie al ruolo dei sindacati di regime.
Una sinistra che fa finta di non vedere come l’arma dell’insicurezza tenga i lavoratori in una condizione di precarietà, di sottomissione e di avvilimento. Lavoratori che, ancora oggi, non si rendono conto di consegnarsi nelle mani del nemico di classe, ovvero i sindacati di regime.
La subalternità degli stati nazionali alla superpotenza moltiplica gli impieghi subalterni.
La sinistra che vuole essere progressista e riformista è soltanto regressiva e controriformista.
Il 14 dicembre gli italiani avranno, come al solito, un’amara sorpresa e una cocente sconfitta.
S.M.





Il partito dei favorevoli e dei contrari

Chi non ha potere, e intende contrastarlo, non lo può fare all’interno del conflitto, perché il conflitto stesso è parte del potere.
L’analisi della situazione reale richiede, prima di tutto, che il pensiero veramente libero non nasca dalla scontro con qualcuno, ma contro la logica che sta alla base dello scontro.
La logica del partito dei favorevoli e dei contrari vuole semplicemente un cambio tra i personaggi della struttura stessa, ma si guarda bene dal toccare la struttura.
Il problema è profondamente politico e proprio per questo è cavalcato strumentalmente dai giustizialisti, moralisti e populisti dell’antipolitica. Spostare il problema politico dalla parte della giustizia (quale?), della questione morale (in che senso?) o dell’antipolitica (cioè?), è un’arma di distrazione di massa ottima per lasciare la struttura intatta in mano a personaggi diversi.
Il pericolo esiste, e sarebbe meschino ignorarlo per opportunismo.
Se il pensiero unico è la struttura ideologica, le varie correnti del pensiero politico che si contrappongono, ne sono la sovrastruttura. Lo stesso principio lo ritroviamo a livello di stati, dove la globalizzazione è la struttura capitalistica gestita dalla potenza di turno dalla quale tutte le altre forme di capitalismo statale si devono rapportare.
Rompere lo stato d’assedio significa, prima di tutto, rompere con il muro del perbenismo dietro il quale il capitalismo moderno (cioè una specifica forma di modo di produzione attraverso l’uso strumentale di massa dei diritti universali) si è riparato e continua a ripararsi.
Tutte le varie forme di censura e di condanna che vengono scagliate contro chi vuole rompere questa logica, non sono altro che forme di difesa contro la minaccia di chiarezza e di denuncia.
Per questo rapportarsi ad un’idea di bene o di male rimanendo all’interno della logica della struttura, porta inevitabilmente alla sconfitta.
Le delusioni e le sconfitte sono figlie di false vittorie. Trovare il nemico di comodo serve per il proprio interesse, perché si intende servire una parte del problema e non fare piazza pulita del problema.
La peggiore politica è quella di che vuole compiacere un pubblico affrettato, di chi vuole sentirsi dire ciò che già conosce.
Oggi siamo di fronte alla politica della chiarezza (si dice rispetto a quella ermetica della Prima Repubblica). Allora è bene fare chiarezza sul concetto di “chiarezza”. I politici della chiarezza sono coloro i quali espongono la loro idea in una forma tanto chiara e ben articolata e semplice da evitare qualsiasi dubbio, a tal punto che molti arrivano a credere che la politica sia una cosa banale che possono fare tutti. Questa semplificazione e banalizzazione della politica nasce da studi approfonditi e non è affatto innocua. La chiarezza del linguaggio non può essere confusa con la banalizzazione del concetto. Se un concetto finisce per essere banalizzato non è possibile l’approfondimento, e dunque ogni dubbio non viene spiegato, ma semplicemente rimosso. Ci troviamo di fronte alla chiarezza della rimozione e non della spiegazione.
Compiacere le persone attraverso delle “formule” fatte passare per opinioni, quindi più facilmente accettabili perché si ritiene accettate dalla maggioranza delle persone, è il lavoro quotidiano che le sentinelle della società civile svolgono quotidianamente.
Stare fuori della logica dei favorevoli e dei contrari non significa non stare da nessuna parte, in politica il non luogo non esiste, ma semplicemente fare politica della situazione e non immedesimarsi nella situazione.
Riconoscere che la sinistra è parte del problema, e non la soluzione del problema, significa avviare un processo di ridefinizione dello spazio della politica da una posizione sicuramente scomoda, ma non per questo meno necessaria. Posizione che viene dalla tradizione marxista e comunista sicuramente, ma non nello sterile confronto dogmatico settario, o da un semplicistico e sterile nominalismo.
Chi vuole mettersi a posto la coscienza semplicemente mettendo la dicitura "comunista" su un partito o un giornale non merita rispetto.
Spesso ci si posiziona in maniera scomoda non per propria scelta ma obbligati dalla scellerata politica altrui.

Riflessione di Stella Libera al tema sollevato.

Nauseati da questa politica di tifoserie, fatta di slogan e cori cantati, con due squadre falsamente contrapposte che si attaccano reciprocamente, solo per coprire l'iniquità e l'assurdità delle regole del gioco che entrambe seguono con diligenza.


Mai mettere in discussione le regole!
The Show must go on, cantavano i Queen, e l'importanza intrinseca che il singolo personaggio politico riveste in questo spettacolo, ora sollevato da braccia esultanti e dipinto come la personificazione della svolta, ora attaccato e raccontato come la figura leggendaria del bau bau mangia bambini, è sempre vicinissima allo zero!
E ciò perchè questo sistema ha una vita in sè, ha una sua identità, indipendente dagli attori (comparse o protagonisti che siano) che ci gravitano opportunisticamente intorno (e per la gran parte consapevolemente, quindi colpevolmente) e che si avvicendano l'uno all'altro, raccontando le stesse bugie, vestite dei colori di moda dell'anno..
La sua identità, la sua forza, si fonda esclusivamente sul larghissimo consenso acritico che si è costretti ad esprimere quando si hanno davanti delle scelte obbligate, e si è persa quella capacità, tutta da recuperare, di immaginare ciò che non è già disponibile nel bancone delle soluzioni precotte e preconfezionate, surgelate e rinvenute all'occorrenza.
Perchè quando la delega si traduce nella più pericolosa irresponsabilità, nel piu ottuso menefreghismo e in un comodo pressapochismo, un atto di voto, cioè una scelta tra le alternative che passa il convento, non è più un diritto e un dovere, come ci insegnavano a scuola, ma diventa il giusto prezzo da pagare, e non importa quanto sia salato, o quanto possa essere nocivo, per poter continuare allegramente a disinteressarsi della cosa comune, per far tacere una coscienza già resa mediocre, da cui da tempo, come in uno stillicidio, è stato lentamente e sapientemente estratto il solo potenziale velenoso, pericoloso e destabilizzante per questo ordine precostituito.
Ciao Stefano, e grazie del vostro impegno, e della vostra passione, leggervi è come prendere una boccata d'aria dopo lunghissimi minuti di apnea forzata. Buonagiornata.
S.M.





























giovedì 2 dicembre 2010

Asserviti

Sostenere la povertà, per le società postmoderne, ovvero per quelle società il cui modo di produzione si è sviluppato verso una certa direzione, chiamata genericamente “globalizzazione” (che altro non è che un progetto capitalistico portato avanti dalla superpotenza di turno), è sempre più un imperativo categorico. Una povertà chiaramente non omogenea, che si caratterizza sia nel suo aspetto di produzione diretta (lavoro precario, interinale, socialmente utile e via dicendo) sia per la sua produzione indiretta (gestione della disoccupazione da parte di agenzie private).
La povertà è stata studiata a fondo da parte degli agenti capitalistici, e da sempre ha caratterizzato il proprio modo di produzione capitalistico. Così non è stato da parte delle forze anticapitalistiche che si sono concentrate, nel conflitto capitale-lavoro, su determinate categorie lavorative di fabbrica gestite dal sindacato di regime.
Il Capitalismo agisce attraverso vari capitalismi, nel senso che il capitale ha sempre bisogno per realizzarsi di un stato specifico, anche se le sue imprese agiscono attraverso i vari stati nazionali. La globalizzazione non è nata spontaneamente, e non è un semplice scambio commerciale tra nazioni. Questo c’è sempre stato. E’, al contrario, una nuova forma di affermazione di un determinato modo di produzione capitalistico che permette alle varie nazioni di mercificare tutti gli aspetti della vita umana (determinati rapporti sociali di produzione), ovvero di trasformare, ciò che prima era un costo sociale, in un profitto. Questa trasformazione è stata fatta passare come efficienza, ovvero necessaria alla crescita economica. Ma un’organizzazione sociale che ha come fine quello della crescita economica è chiaramente un fine infinito, cioè passa sopra ogni altra considerazione che non sia lo sviluppo capitalistico. Quando il concetto di efficienza da solo non bastò più per giustificare i “sacrifici”, si fece intervenire in soccorso, circa quindici anni addietro, il concetto di “crisi economica permanente”, che accompagnerà la nascita del concetto di globalizzazione fino ai giorni nostri. E’ con la globalizzazione che la crisi diviene sistemica. Tutte le varie ristrutturazioni sociali sono state fatte in nome della “crisi”, accompagnate dal concetto di efficienza (che da solo non giustificava il salasso sociale).
Se per il capitalismo il concetto di crisi è il migliore viatico per il suo sviluppo, per coloro che dicono di combatterlo (i comunisti), contrastarlo (la sinistra) o solo risolverlo ( tutti quanti assieme, destra e sinistra), la crisi è di sistema. Per certi anticapitalisti, addirittura, la crisi che stiamo attraversando è talmente di sistema, che il capitalismo imploderà su se stesso.
Capitalisti e anticapitalisti sono accomunati nel riconoscere che c’è la “crisi economica” come fosse un aspetto naturale, e non un progetto specifico, e come la pioggia viene dal cielo.
Il capitalismo ha la capacità di essere sempre diverso da se stesso, il suo spirito è quello di non guardare in faccia nessuno, neppure gli stessi uomini che lo sostengono. Se un capitalista crolla, viene arrestato oppure fallisce per certi anticapitalisti è la prova che il sistema è entrato in crisi. Per il capitalismo, al contrario, è l’affermazione di un nuovo capitalismo che avanza, più agguerrito e aggiornato. Il capitalismo riesce a far passare, nell’immaginario comune, grazie alla sua presupposta crisi, la disoccupazione, il lavoro precario, i salari insufficienti, le privatizzazioni e le speculazioni finanziarie sui singoli stati.
L’attacco finanziario di questi giorni su determinati stati dell’Unione Europea si è avuto il coraggio di analizzarlo come una “colpa” degli stati stessi per via della loro inefficienza nella gestione economica, in quanto la speculazione è “normale” che colpisca là dove vi è debolezza. Allo stesso modo la disoccupazione viene letta come incapacità dell’individuo di non sapersi ricollocare o inserire nel “mercato del lavoro”. Il problema della casa è l’incapacità del singolo di sostenere i consumi, e così via. Un progetto specifico capitalistico di ridisegno sociale capace di far provare il senso di colpa in chi ne è la vittima e preservare il carnefice.
Il senso di colpa individuale è il primo passo per l’affermazione del progetto capitalistico. Lo stato non ha più nessuno scopo preciso in quanto imprigiona ogni individuo all’interno della “società civile”, dove ognuno concorre alla propria sopravvivenza. Affinché ogni richiesta della società civile non arrivi allo stato, cioè non si trasformi in richiesta politica, vi sono le sentinelle della società civile che adempiono a questo scopo. Le proteste politiche devono sempre essere e rimanere proteste sociali. Le proteste sociali, nel sistema capitalistico, non solo sono utili, ma necessarie per scaricare le tensioni che una società del genere quotidianamente produce. E’ la giusta dose di adrenalina per la riproduzione capitalistica del sistema. Per questo, ogni affermazione individuale, di genere e di categoria, non solo sono ben accette, ma anche sollecitate dalla sentinelle della società civile, che abbiamo detto altre volte essere: il sindacato di regime, i partiti politici, determinate associazioni ecc.
La differenza tra protesta sociale e protesta politica è che, a differenza di quella politica, quella sociale si caratterizza per la sua affermazione individuale. Per affermazione individuale non si deve intendere che è l’individuo a scendere in protesta, ma semplicemente che è l’individuo a riconoscersi come un “particolare individuo” ed afferma la sua particolarità insieme ad una minoranza, rivendicandone l’esistenza. L’affermazione costante di queste rivendicazioni sociali portano inevitabilmente beneficio alla società civile in quanto la divisione costante al suo interno è segno si stabilità. Come il capitalismo si afferma nella sua instabilità, di riflesso, la società civile, che è un determinato rapporto sociale capitalistico, si afferma nella sua continua e frammentata diversità. Il diffuso associazionismo, le infinite giornate dedicate ai più svariati temi sociali, le affermazioni di diritti particolari che si scontrano con altrettanti diritti particolari, sono il segno della vitalità della società civile disegnata dal sistema capitalistico.
La frantumazione di ogni idea in opinione, la trasformazione costante di un principio etico in un bisogno estetico, crollo di ogni rapporto sociale stabile, divisione del lavoro continuo, trasformazione incessante della personalità in base ai vari ruoli sociali ricoperti nell’arco della giornata, sono tutte caratteristiche necessarie alla riproduzione capitalistica della società.
Dipendere direttamente da coloro che conosciamo (e riconosciamo) e dipendere costantemente e indirettamente da coloro che non conosciamo (e non riconosciamo) è una differenza sostanziale e non secondaria che sta alla base della riflessione di questa analisi e dalle conseguenze che se ne traggono sta la risposta per una maggiore consapevolezza della lotta contro dominanti.
Verso un Primo Maggio all’insegna della dignità contro ogni pagliacciata canora.
S.M.







mercoledì 1 dicembre 2010

Dal concetto di classe al gruppo sociale

La presunta fine delle ideologie ha sostituito al concetto di lotta di classe una generica contesa tra gruppi sociali. In pratica, il concetto di classe non è più definito dal posto che i loro membri occupano nella produzione capitalistica, ma semplicemente dalla capacità di alcuni gruppi sociali di difendere il proprio interesse scaturito dai rapporti sociali di produzione.
La presunta fine delle ideologie non coincide tuttavia con la fine degli interessi generati dall’ideologia. Perché l’ideologia non è una rappresentazione immaginaria del reale, ma è una reale condizione ideale di una classe particolare.
Quando parlo di presunta fine delle ideologie, intendo dire che l’ideologia è stata mortificata ben prima del crollo dei regimi comunisti di riferimento, perché nel corso del tempo l’ideologia aveva abbandonato la rappresentazione materiale da cui era scaturita, mantenendone intatta una raffigurazione semplicemente ideale. In parole povere la pratica aveva offeso la teoria o, se si vuole, la teoria non era più in grado di essere praticata.
Quando viene a mancare il supporto ideologico alla condizione materiale è del tutto ovvio che si ritorna all’antica distinzione di gruppi ricchi e gruppi poveri, ovvero si cerca una distinzione nella capacità di consumare. Questa distinzione annulla completamente la pratica politica. Il grande disinganno, la grande fuga in avanti, il rompere le righe che ha reso possibile l’indistinguibile, è il risultato di coloro i quali si sono serviti dell’ideologia per nascondere il reale, cioè una cricca che ha ingannato la sua classe di riferimento.
Questo disinganno, tuttavia, non può e non deve essere attribuito all’ideologia, che non ha niente a che vedere con i venditori di fumo. I comunisti pentiti, passati armi e bagagli alla logica della globalizzazione (cioè accettando nel giro una nottata il sistema capitalistico e l’imperialismo) hanno fatto della pratica politica una demistificazione, una crociata morale, e non poteva essere altrimenti, perché caduto il velo di ignoranza, sono cadute tutte le ragioni per tenere in piedi una qualche forma ideale dell’identità politica.
Il giustizialismo e il moralismo sono figli di questa degenerazione. Sono il loro naturale corollario. Una volta che non possono servire più la causa di classe, pensano di servire la causa della morale, come se sfruttando gli scandali che si verificano tra i ricchi ne discendano benefici per i poveri. Dalla lotta di classe si è passati così alla lotta per correggere i difetti della società. Dal sentimento di classe al risentimento sociale. Dalla rivoluzione alla evoluzione.
Il problema della lotta al capitalismo e all’imperialismo non può essere affrontato se si fa finta che questa degenerazione del marxismo e del comunismo possa essere risolto rimanendo idealmente e materialmente ancorati ai soggetti che si dicono di sinistra. Come possono gli individui rapportarsi a una ideologia se questa viene continuamente delegittimata da coloro che l’hanno mortificata? L’ideologia è sempre un’articolazione dei rapporti di produzione, e per questo analizzare non significa semplicemente descrivere il rapporto, ma smontare il meccanismo, perché la produzione dei rapporti sociali è ineguale, contraddittoria e alienante. Allora è impensabile svolgere un’azione politica che si configura come rivendicazione di lotta operaia, se gli agenti che la promuovono e la politicizzano, non solo la rendono del tutto inefficace, ma addirittura controproducente per gli stessi operai.
E qui veniamo al cuore del problema. Oggi noi ci troviamo a fare i conti con gruppi sociali che variamente e specularmene si muovono in un perimetro politico chiamato “Sinistra” al cui interno e al margine vi si trovano formazione politiche comuniste. E questo è dovuto al fatto che a sinistra non si è voluto fare i conti con la degenerazione del marxismo e non lo si è potuto e voluto fare perché non c’era più il riferimento di classe, ma soltanto quello di gruppo sociale, e il gruppo sociale è un gruppo che combatte per difendere il proprio interesse, interesse che non coincide più con quello di classe. Per questo, ancora oggi, siamo in presenza di soggetti comunisti più o meno all’interno del perimetro della sinistra. Perché tutti sono accomunati nel processo di rimozione e non di spiegazione. Un patto che li accomuna e li divide allo stesso tempo. Un patto che è perversione perché, pur facendo scomparire il rimorso, lascia intatte le conseguenze. Se si intende continuare su questa strada continueremo ad avere un “comunismo fai da te”, come ce ne sono negli Usa, che non solo non danno fastidio a nessuno, ma sono pure ben accetti.
S.M.