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martedì 5 ottobre 2010

Sulla questione nazionale

Visto che si parla molto di celebrazioni del centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia, quando invece si dovrebbe parlare di rimozioni, almeno noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di affrontare la questione storica nella sua giusta prospettiva, che non può che partire ab origine.

Non è azzardato, riferendoci al periodo storico che stiamo vivendo, parlare di lutto storico.
Questa mancanza, assenza, non-disponibilità si potrebbe interpretare, parafrasando Marx, come il venire meno di “una potenza indipendente che si innalza al di sopra degli uomini”.
All’atto pratico, ogni presa di coscienza sul da farsi, è considerata extremum remedium, come se tutte le altre strade non siano percorribili.
Si creano tanti contenitori a supplire la mancanza di contenuti, con il risultato di non avere il tempo e la capacità necessarie di riflettere, dovendo in qualche modo riempirli.
È necessario, tuttavia, tentare di reinserire e comprendere queste manifestazioni esteriori dello spirito nella cornice dello sviluppo storico e nella molteplicità degli spazi. Allora i mutamenti, le trasformazioni, gli artifizi appariranno tanto importanti quanto le continuità, e non ci si potrà rendere conto degli uni e delle altre, se non astraendo dai giochi complessi che formano la trama vivente, della Storia.

Quando andavo a scuola, sui manuali scolastici, ed anche universitari, il Re sabaudo, il Conte di Cavour e Giuseppe Mazzini erano accomunati da una corrente unitaria e da un “fraterno” comune sentire, dimenticando che il terzo fosse stato condannato a morte dai primi due, e che la persecuzione sabauda nei confronti del rivoluzionario fosse proseguita anche in pieno periodo unitario.
La mistificazione della Storia è un esercizio permesso quando la Storia stessa è costruita da lobbies o associazioni massoniche che perseguono interessi particolari capaci di rendersi applicabili universalmente. Questo è la differenza tra le sette e le lobbies.
In Italia, non so se applicabile anche altrove, la lotta politica è tutta a favore di lobbies che pur perseguendo lo stesso obiettivo (la rendita, il profitto) si fanno una concorrenza spietata. Le sette, indicate approssimativamente con “residui di un comunismo otto-novecentesco”, sono al momento assopite a vivere, o sopravvivere, dalla possibilità di rendersi utili alle lobbies attraverso il lascito di qualche briciola.
Le sette comuniste, che di comunismo evidentemente ne sanno poco o niente, parlano di attacco al grande capitale delle multinazionali e propugnano un mondo futuro costruito di fratellanza, egualitarismo e libertà, giocato strumentalmente e fuori dalla Storia, su tre pilastri formali ripresi dalla Rivoluzione Francese (che li sostanziò in un regime “borghese” attraverso il diritto positivo) e che gli pseudo nostalgici non sanno neppure in che senso renderli attuabili, se non attraverso una carta d’intenti e di buoni propositi.
Oggi noi abbiamo un Mazzini che persegua una politica che non sia figlia di nostalgie e di buone intenzioni?
Probabilmente si. Nel senso che vi è qualcuno che guarda attraverso la luce del pensiero oltre il buio degli steccati facili, soltanto che finché non si dimostra oltre che un buon teorico, anche un organizzatore politico, ogni teoria viene risucchiata nel mucchio delle belle parole.
La teoria non è nulla senza una visione strutturata di quello che si vorrebbe fosse la realtà pensata.
Teoria e prassi, se separate, sono puri esercizi accademici.
Sabato 22 marzo 1851, l’Economist, con un editoriale alquanto eloquente, intitolava al “valore politico e morale” del regno di Sardegna. A che cosa si riferiva? Semplicemente dava un segnale positivo ai risparmiatori inglesi nell’investire i propri risparmi sui titoli dello sconosciuto piccolo stato italiano. Era alquanto strano, se non bizzarro, che un prudente giornale finanziario invitasse l’Inghilterra a seguire con occhio vigile e protettivo gli sforzi del governo di Massimo D’Azeglio – dove addirittura si sbilanciò nel lodare la maestria politica dimostrata nella tattica parlamentare – apprezzandone il tentativo di costituire un solido sistema di libertà costituzionale.
Ma per l’Economist i pregi dei piemontesi – “la stirpe italiana più nobile e intelligente”- non erano solo questi. Il direttore del settimanale, il quacchero James Wilson, lodava senza mezzi termini, i progressi in campo di libertà religiosa, notando enfaticamente come il clero stava venendo gradualmente espropriato dei propri privilegi, constatando che finalmente non si incontrava più un prete ogni tre viandanti.
Queste considerazioni politiche erano, per il giornale finanziario inglese, decisive per rendere agli occhi della pubblica opinione dei suoi lettori (un pubblico quanto meno omogeneo di capitalists, cioè di investitori alla costante ricerca di nuove opportunità di reddito) altamente allettante la prospettiva di un sicuro investimento.
Ma da cosa deriva questa fiducia incondizionata? Il Piemonte, se era conosciuto, lo era per il fatto di aver perso una guerra e si era dovuto indebitare facendo ricorso al mercato immobiliare estero, alla Borsa di Parigi (ovvero ai Rothschild), che era la sua tradizionale fonte primaria di approvvigionamento di capitali.
Il fatto era che Cavour, ministro delle finanze, aveva deciso di spezzare la dipendenza finanziaria che prosternava il regno sardo agli interessi di James Rothschild – il grande barone o, più duramente, il gran capo d’Israele, come veniva chiamato – la cui famiglia era una potenza ramificata in tutta l’Europa.
Cavour sapeva che l’indipendenza economica del suo paese passava dalla differenziazione delle fonti finanziarie del Piemonte, come sapeva pure che non era facile conseguire questo obiettivo.
Fatto sta che l’interesse di Cavour si incrociò, con uno strano gioco del destino, con quello della famiglia dei finanzieri Hambro, e più specificamente con quella di Carl Joachim.
Carl Joachim Hambro, un banchiere di origine danese, di ascendenza ebraica ma battezzato cristiano a quattordici anni, aveva trasferito la sua attività da Copenhagen a Londra nel 1839.
Sapeva benissimo Carl Joachim che finanziare uno stato era un’operazione non solo rischiosa ma anche il battesimo ufficiale nel grande club dei potenti, ovvero di coloro che decidono le sorti degli stati.
Sapeva pure che mettersi contro i grandi potenti della finanza europea come i Rothschild non era cosa altrettanto facile.
Cavour e Carl Joachim Hambro ebbero una serie di trattative segrete prima di annunciare il lancio dei titoli che passò alla storia come il prestito anglo-sardo.
Per comprendere appieno questo accordo economico dobbiamo inserirlo nel periodo politico che va dal 1848-1851, anni in cui l’Italia, l’Austria, gli stati tedeschi vedevano dissolversi i poteri dei principi e dei re; dove Metternich dovette scappare da Vienna. Eppure le case finanziarie, con in testa i Rothschild, non solo si salvarono dal cataclisma sociale e politico europeo, ma le rivoluzioni furono dapprima accettate, poi contenute e infine schiacciate. Fu possibile perché l’ordine che si venne a creare era borghese in Francia e aristocratico nell’Europa centrale.
Il popolo di Palermo e di Napoli, nel gennaio 1848, aveva sì dato il segnale delle rivoluzioni imponendo al re una costituzione; ma sin dal 15 maggio, Ferdinando II s’era preso la rivincita, mentre tutto il resto della penisola, che aveva seguito l’esempio napoletano, combatteva contro la presenza o l’influenza austriaca, profittando delle circostanze, Carl e poi James Rothschild estesero il loro controllo sugli affari finanziari italiani. Nel 1850 Carl patrocinò un prestito pontificio di 50 milioni di franchi che Pio IX aveva sollecitato dopo il suo ritorno a Roma, da dove l’aveva cacciato, nel novembre 1848, la Repubblica e dove lo riportarono le truppe dello stato francese repubblicano dopo il loro intervento della primavera-estate 1849. nello stesso momento il regno di Sardegna, vinto dall’Austria, cercava un banchiere che facesse prestiti. James Rothschild venne a Torino nell’aprile 1849; ci ritornò tre volte sino al gennaio del 1853; suo figlio Alphonse vi soggiornò all’inizio del 1852.
I Rothschild di Parigi sono allora decisi a fare del Piemonte il loro nuovo cliente. Il suo governo doveva all’Austria una gravosa indennità di guerra e, sotto l’influenza di Cavour, l’artefice della futura unità d’Italia, si lancia in un costoso programma di attrezzature ferroviarie. James spera di “rendere familiari ai capitalisti di tutta Europa i valori piemontesi”.
Nonostante le reticenze dei banchieri privati locali, che James tendeva a trascurare, nonostante la concorrenza della casa Hambro (che abbiamo visto all’inizio) e, all’inizio del 1853, quella del nuovissimo Crèdit Mobilier dei fratelli Pèreire; nonostante la volontà di Cavour, ministro delle finanze nell’aprile del 1851, presidente del consiglio nel novembre del 1852, di non “farsi prendere per la gola da Rothschild”, come si può leggere dal carteggio, e d’opporsi “alla guerra accanita che ci fa il grande barone” – in un momento in cui Cavour accusava Rothschild di speculare al ribasso sulla rendita italiana – James Rothschild divenne in quegli anni il grande finanziatore del Tesoro di Torino. Tra il 1849 e il 1853 la sua casa effettuò cinque delle sei operazioni finanziarie sarde (l’unica che si sfugge è quella della casa Hambro, come abbiamo visto) all’estero. Conserverà a lungo il monopolio dei prestiti e dei grandi affari della penisola.
Nel 1881 il prestito di Cavour giaceva nella mitologia aziendale ed era un fregio degli Hambro, nonostante i suoi interessi con l’Italia si erano quasi del tutto allentati.
In quell’anno una corrispondenza, sempre da Torino, con un altro conte, Maffei, faceva intendere al suo interlocutore, Everard Hambro, la volontà di scuotersi di dosso il giogo dei Rothschild (corrispondenza che si trova in Hambro Records). Anche questa volta il colossale prestito va a buon porto, soltanto che di questa transazione a buon fine (non certo per l’Italia) abbiamo la documentazione della richiesta personale del buon Maffei, antesignano di tutte le future corruzioni, ad Everard Hambro per una somma di un milione di sterline di quei tempi!
Bisogna dire che Maffei era un uomo che conosceva molto bene la City e si trovava a suo agio tanto a Roma quanto a Londra. Fu, quindi, lo stesso Maffei che provvide a fornire a Hambro i ragguagli del prestito che l’Italia si apprestava a lanciare sui mercati europei (allo scopo di tornare alla convertibilità aurea della moneta, premurandosi di fargli pervenire il testo della legge (sic!) con cui, il 7 aprile 1881, la Camera aveva deliberato l’abolizione del corso forzoso).
È sempre l’Economist che notava come il contrasto fra le due forme della circolazione monetaria riflettesse l’alternativa fra un’economia nazionale chiusa e una aperta agli scambi esteri: soltanto la circolazione metallica, e specialmente aurea, era cosmopolita e non conosceva frontiere.
Se vediamo, quindi, il legame economico che l’Italia aveva con i Rothschild e gli Hambro, senza parlare delle commissioni e commistioni tra politica e affari personali, bisogna dire che la nostra nazione era uno stato di dipendenza, non molto dissimile da quello odierno in vena di festeggiamenti.
S.M.

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